#Riflessioni – Perdere per guadagnare

Ripropongo, ancora una volta, la frase di Enrico Petrillo, sulla quale ho riflettuto ieri:

Chiara aveva scoperto che il contrario dell’amore è il possesso. Quando comprenderai che una cosa, un amore, una relazione è veramente tuo? Quando sarai libero di perderlo. Perché quando hai la libertà di perderlo, ti accorgi che quello è un dono di Dio

Ieri ho parlato del contrario dell’amore, che è il possesso. Ora: cosa significa “quando sarai libero di perderlo?”

Siamo fatti così: ci affezioniamo alle persone, alle cose, a tutto. La nostra natura è questa: quella di affezionarci, di legarci a qualcuno o a qualcosa, che sia una persona, una cosa, un’idea. Quando ci affezioniamo sembra di aver vinto qualcosa, di aver trovato un tesoro, di aver guadagnato una grande fortuna. Non è cattiveria questa: è natura.

Che sia una persona, un soprammobile, un vestito o un 30 e lode, la situazione è sempre la stessa. Se qualcuno ci dicesse: ok, hai preso 30 e lode. Ora, però, devi rinunciare a questo voto. Nessuno lo farebbe, perlomeno non io. Questo perchè? Perchè quel qualcosa è NOSTRO, solo nostro.

Tuttavia, con le persone, non è così. Ogni individuo, in quanto tale, ha una propria libertà ed il rispetto di essa è la base di ogni rapporto. Quai nessuno mette mai in contro questo: Amo qualcuno ergo quel qualcuno DEVE amarmi, per forza. E’ una regola.

Ma questo non è amore bensì possesso. Crediamo di amare le persone eppure le possediamo come si possiede un orologio o un barboncino o una banconota.

3477220Dire: “essere libero di perderlo” significa, per l’appunto, mettere in conto la libertà di quel qualcuno in un rapporto. Questo non significa rinunciare ad amare… no… anzi: significa amare ancora di più. E non sto tessendo una lode agli amori non corrisposti o platonici! Sto semplicemente dicendo che l’amore è, innanzitutto, libertà ed essa implica anche questo. Quando mettiamo in conto di perdere chi amiamo non stiamo smettendo di amarlo ma stiamo solamente cominciando ad amare veramente.

quando hai la libertà di perderlo, ti accorgi che quello è un dono di Dio

Capire che chi si ama ha una propria libertà ed arrivare a rispettarla è un dono di DIO, una grazia. Non è tanto l’amore in sè ad essere un dono quanto CAPIRE cosa l’amore sia. Quando amerai qualcuno così tanto da arrivare a comprenderne la propria libertà allora proprio in quel momento stai amando. E l’amore tutto crede, tutto spera, tutto sopporta… anche una situazione non corrisposta, anche un fallimento, anche un litigio. Tutto sopporta l’amore.

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#Riflessioni – Gam Gam

Olocausto-981x540Gam-Gam-Gam Ki Elekh
Be-Beghe Tzalmavet
Lo-Lo-Lo Ira Ra
Ki Atta Immadì

Anche se andassi
nella valle oscura
non temerei nessun male,
perché Tu sei sempre con me

(Salmo 23)

Olocausto, Holòs Kaustòs, tutto bruciato, interamente bruciato. Così è definito l’atroce massacro compiuto dai Nazisti verso il popolo ebraico ed altre  minoranze, come omosessuali, zingari e oppositori politici.

Ma cos’è che “è bruciato” nei campi di concentramento? Solo i corpi innocenti di uomini, donne e bambini? Solo i vestiti e le scarpe? No… nei campi di concentramento non sono stati solo i corpi o i vestiti  a prendere fuoco: è stata l’intera l’umanità. L’essere umano è stato sacrificato ai suoi idoli.

Ecco, dunque, il senso di Holòs Kaustòs; ecco, dunque, cos’è questo tutto che viene bruciato: l’umanità.

L’affermazione più profonda che sia mai stata pronunciata a proposito di Auschwitz non fu affatto un’affermazione, ma una risposta. La domanda: “Ditemi, dov’era Dio, ad Auschwitz?”. La risposta: “E l’uomo, dov’era?”.
(William Clark Styron)

Già… dov’era l’uomo? Dov’era la Bellezza con il quale è stato creato?
Dov’era l’uomo?

Risuonano, forti, le parole di Gen 4: “Uomo, dov’è tuo fratello?“, riprese, poi, anche da Salvatore Quasimodo:

Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

(S. Quasimodo, Uomo del mio tempo)

Ad Auschwitz, a Bergen Nelse, a Dachau, a Theresienstadt l’umanità ha sacrificato sè stessa.

Ma possibile che il fine di tutto sia il dolore e la desolazione? Dov’è la Speranza, dov’è la luce? Non c’è? No…non ci credo! C’è sempre una luce, c’è sempre una Speranza.

Anche se andassi
nella valle oscura
non temerei nessun male,
perché Tu sei sempre con me

A cosa serve, dunque, questo giorno, il giorno della Memoria?

Non a piangere, non a disperarsi. Serve a RICORDARE. Che bella parola questa: RI-CORDARE, riportare nel cuore. Ma riportare nel cuore cosa? Le grida o il sangue? No. Riportare nel cuore l’umanità perduta, riportare nel cuore il valore del perdono, dell’amore, della tenerezza. Uomo, tu non sei più uomo ma solo un simulacro di te stesso. Ricordati ciò che sei, ricorda che sei Bellezza generata da Bellezza. Ricordati che hai messo in un cassetto te stesso. Apri questo cassetto, spolvera la tua anima e torna ad essere uomo, oh uomo. Riporta nel tuo cuore il senso della vita, riporta nel tuo cuore il VALORE della vita. Ecco, dunque, cosa intendeva dire Primo Levi:

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Ricordare: l’arma più potente per vendicare quel sangue innocente versato.

 

 

#Riflessioni – Il contrario dell’Amore…

Dice Enrico Petrillo, Marito di Chiara Corbella:

Chiara aveva scoperto che il contrario dell’amore è il possesso. Quando comprenderai che una cosa, un amore, una relazione è veramente tuo? Quando sarai libero di perderlo. Perché quando hai la libertà di perderlo, ti accorgi che quello è un dono di Dio

amareOggi solo poche parole. Per molto tempo ho pensato che amare qualcuno significasse possederne l’affetto, quasi come se dovessi succhiare linfa da un fiore. Ma può, l’amore, essere solo questo? Può, l’amore, limitarsi ad una “necessità di affetto”?

L’amore per una persona viaggia su due binari paralleli: coscienza della bellezza dell’altro e coscienza della bellezza di sè. Cosa intendo dire?

Quando si ama qualcuno, quel qualcuno riesce a far emergere da noi solo il meglio, tutta quella Bellezza che tenevamo per noi. Questo perché, quella persona, ci mette nella condizione di godere della sua bellezza. La Bellezza ispira Bellezza.

Ecco, dunque, perchè il contrario dell’amore è il possesso: quando si ama veramente qualcuno, la Bellezza che è in noi esplode, e non possiamo fare a meno di donarla al mondo.

Ed è la cosa più bella esista!

#BellezzaCome – Piccoli Passi Possibili…

39b6ebfb0b99d376db6ed6e19fdb74bdChi è un santo? Nessuno di straordinario. Un santo è un qualcuno che, vivendo la Bellezza, si propone come esempio per altri. In quest’ottica Chiara Corbella è una grande santa.

Chiara è un esempio della possibilità di vivere la Bellezza nella vita. Ci ha dato molti spunti, uno di questi è la regola delle 3P: Piccoli Passi Possibili.

Martin Buber, in un suo libro, insegna che il cammino dell’uomo non è una corsa, né il rimanere pigri o seduti, ma si sviluppa attraverso una serie di passi continui. Ogni giorno il Signore ti dà di fare un passo, ma il viaggio inizia sempre quando finiscono le certezze che ti sei dato. Il piccolo passo possibile si basa sulla fede non su quello che hai deciso con la testa; si basa su quello che è possibile vivere, che è un po’ di più rispetto a quanto ti sei dato come misura. Questa è la fede. Il piccolo passo possibile ha di fondo questo: renderti credente, ogni giorno, con quello che tu devi affrontare. Il piccolo passo possibile è ciò che ti spinge un poco più in là rispetto alle certezze umane

(Padre Francesco Piloni)

Un piccolo passo possibile è un piccolo passo verso la felicità. Pensiamo, infatti, che essere felici sia impossibile. Crediamo questo solo perchè, dall’esterno, la felicità sembra un qualcosa di irraggiungibile, come se fosse una montagna. Immaginate questa scena: C’è un omino che sta ai piedi dell’Everest e ne guarda la cima. Gli si avvicina un altro individuo e gli chiede “Cosa fai?” L’omino risponde: “Non vedi? Sto guardando la cima della montagna” L’altro individuo continua dicendo: “scherzi? La cima dell’Everest è irraggiungibile per me”. L’altro individuo, che era un alpinista, prende l’omino sotto braccio, lo equipaggia, e lo porta con se: “Vieni, ti porterò in un posto straordinario. Fidati di me”. Il primo giorno arrivano ad un rifugio che si trova a 100 mt. Secondo giorno: altri 150 mt. Terzo giorno: altri 200 mt. Dopo qualche giorno i due arrivano sulla cima. L’omino, estasiato, guarda la guida ed esclama: “Ho sempre pensato che fosse impossibile!” E la guida: “E’ IMPOSSIBILE SOLO SE PENSI CHE LO SIA!”

Ovviamente, questa, è solo una storiella, ma l’insegnamento che da è grande: le migliaia cominciano da uno. Per costruire l’Empire State Building, è stato necessario fare le fondamenta, e poi il primo piano, e poi il secondo… così via. Così accade con la felicità: siamo abituati a vederla come un “blocco unico” eppure tutto cambierebbe se ci accorgessimo che, in realtà, essa è fatta di tante piccole cose.

Mount Everest

Scenery of Mount Everest in Tibet China

Per fare questi piccoli passi bisogna essere disposti a tutto: anche a mettere in gioco sè stessi, le proprie convinzioni, i propri ideali. Ma in virtù di cosa è possibile fare ciò? In virtù della fiducia nella Felicità e nel linguaggio che essa usa: La Bellezza.

Piccoli Passi Possibili per raggiungere la felicità. Ci vuole tempo, fatica, impegno… ma tutto ciò non vale nulla i confronto alla cima dell’Everest.

 

 

#BellezzaCome – Conversione

download (4)Oggi, 25 Gennaio, ricorre la memoria liturgica della Conversione di San Paolo. Ma sappiamo cos’è una conversione?

Innanzitutto non significa cambiare idea, sarebbe troppo riduttivo! La conversione è qualcosa che contempla un cambiamento radicale del proprio io; un cambiamento di direzione della propria vita.

Il termine conversione suggerisce l’immagine di una persona che, accorgendosi di camminare su una strada sbagliata, decide di tornare sui suoi passi e di incamminarsi in una direzione diversa. La conversione è una presa di coscienza “esistenziale” che può avvenire in seguito all’azione persuasiva di una terza persona oppure alla considerata riflessione personale. Si decide, così, di cambiare il corso della propria vita, riorientando i propri atteggiamenti e comportamenti secondo criteri diversi da quelli seguiti fino a quel momento. (Da Wikipedia)

Il cambio di vita è un qualcosa che va oltre le proprie idee, la propria ragione o i propri sentimenti. Per essere vera, una conversione, deve giungere fino all’anima, sconvolgendola.

Convertirsi può voler dire anche, in un certo senso, ritrovare sè stessi, riunificare il proprio io scisso fra ESSERE e DOVER ESSERE (o essere imposto).

Il principio della conversione comincia dal prendere coscienza di non essere completo, o felice: si capisce, dunque, di non vivere la propria vita come piena Bellezza! Da questo deriva un momento di crisi. Benedetta sia la crisi! L’uomo ne ha paura, la fugge, considerandola negativa… tutt’altro!

Crisi deriva dal greco κρίσις, decisione. Tale termine deriva dal verbo Krino, ossia dividere, separare, discernere. La crisi è, dunque, un momento di separazione che implica la presa di decisione riguardo qualcosa.

Dunque, la presa di coscienza di una vita infelice e non vissuta nell’ottica della Bellezza, porta alla crisi, ossia ad un momento di scissione fra un prima, dominato dall’infelicità, dalla depressione e dalla tristezza, ed un dopo, guidato dalla Bellezza e dalla gioia di vivere.

La conversione, in realtà, non è un “allontanamento da sè” ma un “rientrare in sè“.

 

Per poter convertire il proprio cuore e la propria anima occorre una Grazia: non è facile accorgersi della schifezza della propria vita, e non è facile nemmeno decidere di cambiare il proprio atteggiamento. Ciò può avvenire solo se si è folgorati dalla Bellezza, dalla vera Bellezza. Ma occorre avere fede nella Bellezza, fiducia nel suo modo d’agire.

 

Ecco, dunque, a cosa serve la festa di oggi: a prendere coscienza di sè. Bisogna domandarsi: Sto vivendo la BELLEZZA? A questo serve l’esempio dei santi: a farci aprire gli occhi…

#BellezzaOvunque – Tutto ciò che avremmo potuto essere io e te…

downloadTutti, o quasi, conoscono “Braccialetti Rossi“, principalmente grazie alla serie TV. In pochi sanno che “Braccialetti Rossi“, prima di essere una serie TV, è una serie di libri scritti dallo scrittore spagnolo Albert Espinosa. Espinosa è uno scrittore brillante, che concilia semplicità di parole con profondità di contenuti. Un esempio di questo “mix” è dato da “Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te“.

A prima vista, un titolo simile potrebbe essere associato ad una trama “smielata“: la solita storia d’amore non corrisposta fra due persone. Eppure non è così: mai giudicare un libro dalla copertina.

Marcos è un ragazzo che possiede il dono di riuscire a leggere i pensieri, le emozioni e i ricordi delle persone  guardandole semplicemente negli occhi, e sfrutta questo talento lavorando per la polizia, che lo chiama per risolvere i casi più complessi.

L’esistenza di Marcos sta, però, per essere sconvolta: un giorno riceve la notizia della morte di sua madre, a cui era molto legato. Marcos, preso dallo shock, decide di acquistare un costoso farmaco che, una volta somministrato, consente di restare sveglio per sempre: dal momento in cui la madre è morta, infatti, non riesce più a dormire, a causa di orribili incubi.

Poco prima di utilizzare il farmaco riceve però la telefonata dal capo della polizia, il quale gli chiede di recarsi presso la loro stazione per cercare di leggere la mente di un extraterrestre appena catturato, il cui aspetto è quello di un semplice adolescente.

Nonostante gli sforzi, Marcos non riesce a captare i pensieri dell’extraterrestre, soprannominato “lo straniero“, il quale, tuttavia, riesce a entrare nella mente di Marcos.

All’improvviso “lo straniero” avanza due richieste a Marcos: per prima cosa deve aiutarlo a fuggire dalla polizia, che lo sta seviziando da giorni per estorcergli ogni tipo di informazione; l’altra richiesta è che Marcos deve recarsi in giornata in un determinato teatro per incontrare una ragazza di cui si era invaghito, ma con cui non aveva mai scambiato una sola parola. Marcos non capisce il senso della seconda richiesta, ma decide di aiutare l’alieno.

Così, mentre il capo della polizia facilita l’evasione dello “straniero”, Marcos si reca a teatro dove riesce a fare la conoscenza della ragazza. Mentre i due prendono un caffè, il capo della polizia avvisa telefonicamente Marcos che “lo straniero” lo aspetta nella città di Salamanca. Marcos parte immediatamente per la nuova destinazione insieme alla ragazza appena conosciuta.

Giunti a Salamanca incontrano “lo straniero”, che acconsente di raccontare loro tutta la scioccante verità: ogni essere umano ha a disposizione sei vite, da trascorrere su sei pianeti differenti. La Terra ospita coloro che stanno vivendo la seconda esistenza, mentre “lo straniero” proviene dal terzo pianeta. Arrivati sul quarto pianeta si riceve il dono di leggere nella mente altrui, dono che per errore della natura Marcos ha ricevuto in anticipo. Sul quinto pianeta invece viene concesso di avere memoria delle quattro vite precedenti e di quella successiva. Cosa ci sia dopo la sesta vita, nessuno lo sa.

“Lo straniero”, che sempre per errore ha ricevuto in anticipo il dono della conoscenza di tutte e sei le vite concesse agli umani, è tornato sulla Terra per rivedere un’ultima volta l’amata moglie, da cui era stato separato in giovane età a causa di un grave incidente. Purtroppo è arrivato in ritardo: la donna, oramai vecchissima, è morta da poche ore. Ai tre non resta quindi che andare a visitare la salma della donna, che viveva proprio a Salamanca. Giunti nella casa della defunta, “lo straniero” consegna a Marcos un foglietto in cui è scritto il motivo per cui ha voluto che incontrasse la ragazza a teatro. Dopodiché, si sdraia accanto al corpo della moglie e spira.

Marcos e la ragazza vanno a riposare in un albergo vicino e decidono di leggere cosa c’è scritto sul biglietto, scoprendo così…

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Tutto ciò che avremmo potuto essere…” è un libro stupendo. Non è la classica storia d’amore infantile e scontata. Questo libro parla d’amore, ma di un amore “puro”, un amore “maturo”.

L’amore è, certamente, il tema principale a cui, però, si legano altri temi: il lutto, l’essenza della vita, il destino, il rapporto genitori/figli…

Tutto nasce da un dolore ma il dolore non può essere la mèta. La mèta di tutto è l’amore.

Quindi, per riassumere: dov’è la Bellezza in questo libro? La Bellezza sta nel riuscire a percepire il legame profondo che ci lega con chi abbiamo attorno. Molte volte diamo per scontati i rapporti che viviamo. Poi, però, la vita ci mette davanti alla cruda verità: la morte o l’allontanamento. E così ci ritroviamo in uno stato di profonda depressione, di morte interiore. Ma la vita va oltre tutto ciò! Siamo nati per essere eterni e l’eternità altro non è che il momento in cui “TU VIVI”, in cui ami, in cui ti rendi conto di chi hai accanto e del legame misterioso che ti lega. La morte non avrà mai l’ultima parola, poichè alla fine di tutto c’è l’amore. Questo è un libro che parla di Bellezza, che parla dell’Eternità.

Vi consiglio sinceramente di leggerlo. Forse rimarrete un pò “delusi” dalla storia, e dall’epilogo… non vi stupite se non riuscirete a capire tutto subito…

Ma vi assicuro che, a tempo debito, ogni parola andrà al suo posto.

#BellezzaCome -Una rosa e le sue spine

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La rosa è, da sempre, simbolo di Bellezza e lo è anche se possiede delle spine. Siamo anche noi, in fondo, come una rosa. Siamo,infatti, Bellezza. Ognuno di noi ha un seme di Bellezza nel proprio cuore. Anche noi, come il fiore, abbiamo delle spine, delle protezioni verso il mondo esterno.

Io ti amo, rosa mia, anche se hai tutte quelle spine e non ne vorrei una in meno di tutte quelle che hai. 

Come si fa ad amare una rosa, a considerarla simbolo di Bellezza, anche se ha tutte quelle spine?

“Una pecora se mangia gli arbusti, mangia anche i fiori?” 
“Una pecora mangia tutto quello che trova”. 

“Anche i fiori che hanno le spine?” 
“Sì. Anche i fiori che hanno le spine”. 

“Ma allora le spine a che cosa servono?” 
Non lo sapevo. Ero in quel momento occupatissimo a cercare di svitare un bullone troppo stretto del mio motore. […]
“Le spine a che cosa servono?” Il piccolo principe non rinunciava mai a una domanda che aveva fatta. 
Ero irritato per il mio bullone e risposi a casaccio: 
“Le spine non servono a niente, e’ pura cattiveria da parte dei fiori”. 
“Oh!” 

Ma dopo un silenzio mi getto’ in viso con una specie di rancore: 
“Non ti credo! I fiori sono deboli. Sono ingenui. 
Si rassicurano come possono. Si credono terribili con le loro spine…” […]

Una rosa fragile si crede protetta dalle rose che ha, ma basta una forbice o una ruota di bicicletta per distruggerla. Le spine di una rosa altro non sono che la manifestazione della sua fragilità e noi amiamo le persone (che sono le rose) anche in virtù della loro fragilità, anzi… noi amiamo solo cose fragili perché anche noi, in un modo o nell’altro, siamo fragili.

Io non vorrei mai una rosa senza spine poiché una rosa senza spine non sarebbe una rosa, ma un fiore  che profuma solamente. Ma noi amiamo la fragilità, IO amo la fragilità.

Sono le difese che noi ci costruiamo che mostrano quanto siamo fragili.

Non bisogna aver paura delle proprie fragilità e nemmeno pensare che chi si ha intorno non ci ami a causa di queste “spine” o che non voglia altro che toglierle.
Non bisogna aver paura delle proprie fragilità, non bisogna odiare le proprie spine, anzi… bisogna metterle nelle mani di qualcuno affinché quel qualcuno possa sentire il profumo di vita che emaniamo.

Noi siamo una rosa. TU sei una rosa, la mia rosa… e non sei mia affinchè io possa possederti e comandarti! Sei la mia rosa perchè è te  che ho addomesticato, è il tuo profumo che desidero sentire, è il tuo colore che desidero contemplare.

Ma tu, o rosa mia, non lo comprendi, e pensi che io voglia togliere le tue spine.
No, non c’è rosa senza spine… e non è una rosa una rosa senza spine.

 

#Riflessioni – Tanti Auguri Paolo

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È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola
(Paolo Borsellino)

Il 19 Gennaio 1940 nasceva, a Palermo, Paolo Borsellino.
Tutti ne ricordano la data di morte, quasi nessuno quella della nascita,ad essere sinceri nemmeno io!

Eppure è assai importante ricordare che oggi, 76 anni fa, nasceva uno dei più grandi paladini della legalità. Un eroe? Non saprei… cosa può voler dire “essere un eroe”? Secondo me un eroe è qualcuno che vive straordinariamente una vita ordinaria, che è la stessa definizione che attribuisco alla parola “santo”. Vivere straordinariamente la propria vita non significa dover compiere imprese grandiose, eclatanti… significa “stare al posto proprio“, avere il coraggio di opporti alla paura di vivere, il coraggio di arrendersi a quelle logiche che piegano la mente e che sporcano la coscienza. Essere un eroe significa assumersi la responsabilità di vivere, ogni giorno. Disse Borsellino:

Io accetto, ho sempre accettato più che il rischio […] le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro.

Non è vero che qualcuno è un eroe se non ha paura. Avere paura rientra nell’essere umano. tuttavia:

La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti. (Paolo Borsellino)

Siamo abituati a pensare che gli eroi siano quei “supereroi” che vegliano su di noi, persone che fanno cose straordinarie… eppure ognuno di noi può essere un eroe!

We can be Heroes
Just for one day

(Heroes, David Bowie)

Si è eroi quando si comincia a vivere proiettati verso la bellezza, la vera  Bellezza; quando si vive l’attimo eterno; quando si accetta ogni conseguenza, anche la morte. Siamo eroi quando accettiamo di morire per ciò in cui crediamo:

È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. (Paolo Borsellino)

Allora si, possiamo dire che Paolo Borsellino sia un eroe, morto per liberare un paese meraviglioso dalla puzza della disonestà. Ma la morte di Borsellino, come quella di Falcone o Impastato o Chinnici o di altri, non deve limitarsi ad essere un simulacro da adorare bensì un riferimento per poter gridare:

We can be Heroes
Just for one day,

Possiamo essere eroi…
anche solo per un giorno…

Basta,infatti, un giorno per realizzare l’eternità!

 

 

#PiccoloPrincipe – Capitolo II

Il Secondo capitolo comincia con una tragedia, anzi… con una serie di tragedie.

Così ho trascorso la mia vita solo, senza nessuno cui poter parlare, fino a sei anni fa quando ebbi un incidente col mio aeroplano, nel deserto del Sahara. Qualche cosa si era rotta nel motore, e siccome non avevo con me nè un meccanico, nè dei passeggeri, mi accinsi da solo a cercare di riparare il guasto.
Era una questione di vita o di morte, perché avevo acqua da bere soltanto per una settimana. La prima notte, dormii sulla sabbia, a mille miglia da qualsiasi abitazione umana. Ero più isolato che un marinaio abbandonato in mezzo all’oceano, su una zattera, dopo un naufragio.

In poche parole: cosa succede? Succede che il mondo logico degli adulti in cui il protagonista viveva sta cadendo a pezzi. La solitudine esistenziale è causata proprio da questo: vivere in un mondo “logico” in cui si è perso lo stupore per le piccole cose. I legami veri, quelli forti, quelli che durano per la vita, si basano proprio sulle piccole cose belle (Ne parlo qui… ). Nel mondo logico degli adulti si è destinati alla solitudine, si è destinati a star soli: sia nel corpo che nello spirito. Solo due anime che condividono la stessa sensibilità riescono a rompere questa solitudine. Legami veri, in un mondo “adulto” non sono possibili.  L’amicizia, l’amore, l’allegria non possono essere spiegati.

Gli adulti, invece, desiderano avere tutto chiaro. Ed è per questo che sono soli.

L’unico modo per uscire dalla solitudine è fare esperienza delle piccole cose belle, ed è proprio ciò che accade al protagonista: in un deserto incontra il piccolo principe.

Potete immaginare il mio stupore di essere svegliato all’alba da una strana vocetta: “Mi disegni, per favore, una pecora?”
“Cosa?”
“Disegnami una pecora”

La Bellezza non ha logica, la Bellezza non ha fine (se non sè stessa): a cosa serve, infatti, disegnare una pecora in mezzo ad un deserto? A NULLA! La Bellezza arriva così nella nostra vita, di soppiatto, quando ancora siamo addormentati nel sonno della tristezza, nel sonno della solitudine, nel sonno delle nostre relazioni malate. Sono sicuro che anche a voi saranno capitate situazioni simili, e forse  nemmeno ve ne siete accorti! Anzi, forse avrete pensato “questa cosa/situazione non serve a nulla! meglio lasciarla perdere!“. Questo accade quando non siamo educati alla bellezza...

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“Per piacere, disegnami una pecora…”
Quando un mistero è così sovraccarico, non si osa disubbidire. Per assurdo che mi sembrasse, a mille miglia da ogni abitazione umana, e in pericolo di morte, tirai fuori dalla tasca un foglietto di carta e la penna stilografica.

Ancora una volta ci troviamo davanti ad un disegno. Disegnare è considerato essere un qualcosa di riservato ai bambini.

Ma poi ricordai che i miei studi si erano concentrati sulla geografia, sulla storia, sull’aritmetica e sulla grammatica e gli dissi, un pò di malumore, che non sapevo disegnare. Mi rispose:
“Non importa. Disegnami una pecora…”
Non avevo mai disegnato una pecora e allora feci per lui uno di quei disegni che avevo fatto tante volte: quello del boa dal di dentro; e fui sorpreso di sentirmi rispondere:
“No, no, no! Non voglio l’elefante dentro il boa. Il boa è molto pericoloso e l’elefante molto ingombrante. Dove vivo io tutto è molto piccolo. Ho bisogno di una pecora: disegnami una pecora”.
Feci il disegno.

Lo guardò attentamente, e poi disse: “No! Questa pecora è malaticcia. Fammene un’altra”. Feci un altro disegno.


Il mio amico mi sorrise gentilmente, con indulgenza.

“Lo puoi vedere da te”, disse, “che questa non è una pecora. È un ariete. Ha le corna”.
Rifeci il disegno una terza volta, ma fu rifiutato come i precedenti.

“Questa è troppo vecchia. Voglio una pecora che possa vivere a lungo”.

Anche disegnare può diventare un’attività da adulti. Lo diventa quando si cerca di piegare il disegno a certe logiche…

Da notare che la Bellezza riconosce la Bellezza (No, no, no! Non voglio l’elefante dentro il boa. Il boa è molto pericoloso e l’elefante molto ingombrante) e che non necessita di “certezze”. Noi, invece, chi più chi meno, cerchiamo sempre certezze, in ogni situazione. Ma la Bellezza è un bene fragile, non può essere definita con rigore e certezza. Per questo la Bellezza è stata abbandonata dall’uomo: perché è fragile, e l’uomo, che è ugualmente fragile, desidera avere certezze e realtà concrete. 

Questa volta la mia pazienza era esaurita, avevo fretta di rimettere a posto il mio motore. Buttai giù un quarto disegno. E tirai fuori questa spiegazione:
“Questa è soltanto la sua cassetta. La pecora che volevi sta dentro”.

Fui molto sorpreso di vedere il viso del mio piccolo giudice illuminarsi. “Questo è proprio quello che volevo.”

Questa volta il protagonista entra nella logica della bellezza. La bellezza non è un piatto del fast food ma un piatto servito sotto una cloche (sapete cos’è una cloche?), di cui non sai nulla fino al momento in cui lo assapori. La Bellezza è questo.

Ed è così che il piccolo principe fa la sua apparizione: con semplicità, con “illogicità”, proprio come un re dei re che nasce, sotto forma di bambino, in una stalla di un piccolo villaggio della giudea.

Questa è la Bellezza: una piccola ed illogica meraviglia.

 

#BellezzaOvunque- Siamo nati e non moriremo mai più…

Siamo nati e non moriremo mai più (Chiara Corbella)

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Fate attenzione alla grandezza di queste sette parole:

Siamo – nati –  e  – non – moriremo – mai -più.

“Non moriremo mai più” lascia intendere che prima eravamo morti. Perché? Semplice: perché se non c’è vita c’è morte. Un’affermazione così biologicamente scontata ha,invece, un grande valore spirituale:

Ogni volta che subiamo un insuccesso, una delusione, una perdita ecc… ci sembra di MORIRE (si dice,no? “sono triste da morire” e simili) e si tratta, forse, non solo di un’impressione ma di un vero e proprio stato dell’anima. Morte  non è solo quella del fisico.

La morte dell’anima arriva quando non c’è più vita… e cos’è la vita? cosa significa essere vivi? VIVERE significa far propria la Bellezza che è in noi ed attorno a noi, vivere significa rendersi conto della Bellezza infinita del mondo e  delle persone che lo abitano, con tutti i loro difetti.

TU sei nato, sei entrato a far parte di questo spettacolo meraviglioso che è la Vita, e proprio in virtù di questa nascita la morte non ha più significato.

Siamo nati e non moriremo mi più. Basta che tu abbia coscienza della Bellezza per non morire, per non sottomettere la tua mente alle logiche della tristezza e della sofferenza. La vita può presentare delle difficoltà, la nulla vale la grandezza della vita stessa; nessun dolore è così grande da privarti della visione di questo immenso spettacolo!

Scrisse Walt Whitman:

Oh me, oh vita !
Domande come queste mi perseguitano,
infiniti cortei d’infedeli,
città gremite di stolti,
che vi è di nuovo in tutto questo,

oh me, oh vita !

 

Risposta

Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso.

Per questo siamo nati: per contribuire al grande spettacolo con un nostro verso. Per questo siamo nati e non moriremo mai più.

Ho cercato informazioni su Whitman su internet e molti siti riportano questo paragrafetto. Lo ripropongo, non sapendo esattamente da dove provenga:

Un uomo si guarda intorno
e non vede che stupidità e atteggiamenti volgari sul volto della gente.

Tutto quello che ha di più caro è ignorato nella mischia assurda,
che lo circonda.
Si sente un ospite non invitato, un passeggero clandestino.

“Se questa è la vita – pensa – che senso ha viverla,
è solo uno spreco,
nulla di buono o di nuovo,
meglio sarebbe andare via su un’isola lontana,
farla finita. “

E la poesia gli risponde :

“No ! La vita ha un senso perché tu sei qui
ed è la tua esistenza a contribuire al suo spettacolo.”

Siamo nati, siamo entrati a far parte dell’eternità, ed è proprio in virtù di questo che non moriremo! Il nostro corpo smetterà di lavorare, diverremo cenere… certo, questo si! Ma non moriremo! Non moriremo perche siamo nati, perchè abbiamo ricevuto in dono la Bellezza della vita… e la Bellezza non avrà mai fine!