Amarcord

Amarcord: se chiudo gli occhi mi vengono in mente tante immagini, molte delle quali legate alla mia fanciullezza, a quando andavo a scuola. Ah, una delle cose belle della mia università è che mi permette di riflettere sul mio passato, sulle mie esperienze, sulle emozioni di un tempo. Ecco, allora, che chiudo gli occhi e… Amarcord, mi ricordo….

Mi ricordo di un bambino moretto, cicciottello, un pò introverso, che attraversava un cortiletto circondato da alti alberi verdi. Non c’è silenzio, ma rumore: grida, urla, divertimento. Sono voci di bambini che giocano, che giocano a nascondino. E fra un “Fai tana libera tutti” ed un “mannaggia ai pescetti” le ore passano serene, fino a che una campanella interrompe i giochi innocenti della fanciullezza. E’ ora di tornare in classe, per le lezioni del pomeriggio. Il bambino cicciottello – che in realtà sono io – è il primo ad entrare, accompagnato da una donna alta, bionda, frizzante – come avrebbe detto lei riferendosi a qualcuno particolarmente energico ed euforico – bella. La donna bionda, come fosse un pastore, conduce il gregge di bambini. Era quello il suo lavoro, è quello che fa una maestra… ma lei lo faceva con passione, con amore, come fosse una mamma.
Il primo ad entrare in aula è il bambino cicciottello, che subito si fa a sedere al suo posto. Pian piano entrano tutti gli altri, lentamente, pieni di stanchezza. Ognuno si siede. La maestra bionda chiama il bambino cicciottello accanto a se: deve essere interrogato in scienze, attività che avrebbe impegnato le prossime tre ore. Già, il bambino cicciottello cominciò a parlare del Big Bang (utilizzando un sacchetto di plastica rigonfio d’aria e fatto esplodere), della flora della tundra (utilizzando un pò di muschio del presepe), della forza elettrostatica (grazie all’involucro rosa dei salvaslip di sua madre) e dell’uomo, pronunciando una frase che suscitò molte risa – anche se negli anni successivi, alla scuola media ed al liceo, si sarebbe rivelata vera – “L’uomo è come una macchina, e la sua benzina è il cibo“, ma dei bambini non possono capire ciò e l’unico modo che hanno per reagire è ridere.

Amarcord: c’è sempre il bambino moretto, ma sembra essere più piccolo. Davanti a lui c’è una donna, bassetta, con i capelli rossicci, col volto simpatico, allegro. I due discutono, con bonarietà: lei dice:
-“Devo attenermi al programma!
ed il bambino cicciottello risponde:
-“Ma io voglio studiare i romani!
e lei, con serenità, risponde:
-“Ma in prima elementare non possiamo studiare i romani!

Amarcord: ancora una volta c’è la donna bionda e frizzante. Questa volta, davanti a lei, c’è una donna mora, bella, bellissima: è la madre del bambino cicciottello. Le due discutono, non litigano… discutono solo, e l’argomento è il bambino cicciottello.
-“Non ha proprio capito come vanno fatte le divisioni” dice la bionda.
-“Eppure lui si impegna” dice la mora.
-“Lo so che si impegna, ma fa troppa confusione… in matematica proprio non va!” risponde la bionda.
Nessuna delle due sa che sarebbe stato solo l’inizio di una difficile storia d’amore fra il bambino cicciottello e la matematica, un rapporto di alti (pochi) e bassi (tanti), un rapporto d’amore ed odio. Il bambino cicciottello avrebbe fatto il liceo scientifico, qualche anno dopo, ma non avrebbe mai  capito niente di matematica, sebbene rimanesse affascinato dai suoi argomenti.

Amarcord: i profumi, le emozioni. Ripercorrere quei corridoi fa sempre un certo effetto. Dopo quei giorni, il bambino cicciottello, che intanto era cresciuto, li avrebbe attraversati altre volte, per ora due. La prima è stata per incontrare la donna bionda, sempre giovane, sempre frizzante. A lei dice: “Grazie a te ho deciso di diventare maestro” ed è vero. Ma non solo grazie a lei: quel bambino ha avuto la fortuna di incontrare tre maestre speciali, che hanno segnato la sua anima in eterno, e certe cose non si cancellano con il tempo.
La seconda volta, invece c’è un’altra donna: capelli grigiastri, sorriso materno, corpo robusto. A lei, il bambino cicciottello, dice: “Grazie per aver tirato fuori da me un talento, la poesia, grazie per avermi educato, per avermi donato qualcosa di speciale“. Entrambi si commuovono, ma cercano di contenersi a vicenda. Poi lui aggiunge: “Grazie, a voi tre maestre, per avermi insegnato cos’è la buona scuola: non una legge, ma delle persone in carne ed ossa, che lavorano ogni giorno con passione“. I due vengono interrotti, ed il bambino non più bambino capisce che è arrivato il momento di andarsene. I due si salutano, si abbracciano.
Il bambino se ne va. E’ felice, non solo perché ha salutato la sua maestra ma anche perché ha potuto pareggiare i conti con il suo passato: dire grazie a chi merita grazie e mandare a quel paese chi merita di andare a quel paese. E quelle donne, le maestre, sicuramente meritavano solo tanti grazie.

Per andare avanti occorre sapere da dove si viene; La strada non è mai un qualcosa a sé: la meta è frutto di un ieri, di un oggi e di un domani, se si ignora il passato come potrà esserci un futuro?

E’ per questo che, ogni tanto, chiudo gli occhi e… Amarcord…

 

 

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