Relazione e Non-luogo

Nello scorso post (QUI) ho parlato di quanto, secondo me, la relazione sia una realtà essenziale nell’esistenza umana. Da sempre tale termine è collegato alla dimensione dell’incontro e dell’esperienza “sensibile” (ossia che avviene attraverso i sensi) tuttavia, la modernità, ha introdotto una nuova modalità relazionale, quella che avviene attraverso i media (in questo momento, io e te, che stai leggendo, stiamo entrando in relazione senza. però, fare esperienza sensibile l’uno dell’altro, ossia entriamo in relazione senza entrare in contatto) e le nuove tecnologie che, in un certo senso, spersonalizzano la classica definizione di “entrare in relazione”. Questa spersonalizzazione del processo relazionale ha causato, secondo una relazione di causa-effetto, la creazione di luoghi che meglio rispondessero alla nuova mentalità. Si sono venuti, dunque, a creare i cosiddetti “Nonluoghi” (come li ha definiti l’antropologo francese Marc Augè).

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Il nonluogo è uno spazio di convenienza, uno spazio in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane. Il nonluogo, dunque, è lo specchio di questa nostra società, di cui è anche figlio e generatore: se da una parte esso è il frutto della società, possiamo dire che, allo stesso tempo, anche la società venga plasmata da esso, generando una catena infinita, come un cane che si morde la coda!

Siamo circondati da nonlughi: centri commerciali, tram, metropolitane, aeroporti… tutto, attorno a noi, è un luogo o “anti luogo”. Tale termine rappresenta un paradosso: se luogo è, per antonomasia, uno spazio in cui ci si incontra, in cui si fa esperienza reciproca, un luogo in cui non avviene relazione non è un luogo. Tale condizione (quella paradossale) si traduce, poi, nella vita pratica delle persone: private della capacità relazionale, che fornisce l’identità di essere umano, le persone si sono ritrovate perse, vittime di un mondo che le rinchiude in una specie di prigione dorata, promettendo la felicità ma donando l’inferno, ossia l’incomunicabilità.

Grazie al nonluogo possiamo tracciare le caratteristiche ed i valori di questa società:

  • Individualismo
  • Precarietà
  • Incertezza
  • Superficialità

Il non luogo non è uno spazio in cui ESSERE bensì uno spazio in cui si passa, in cui si transita.

Un luogo può diventare nonluogo? Certamente, è necessario solo che quel luogo perda la sua caratteristica personalizzante. Faccio un esempio: Una chiesa è un luogo, ossia uno spazio in cui delle persone esprimono sè stessi, il loro IO-RELIGIOSO. La chiesa, dunque, conferisce all’individuo la sua identità ma, allo stesso tempo, come affermato dal sociologo Durkheim, è l’individuo a conferire al luogo il suo carattere individualizzante. Mettiamo ora il caso che un gruppo di atei vada a visitare la stessa chiesa. Ovviamente loro non traggono da essa individualità poichè quell’edificio, per loro, è solo un monumento da fotografare e ammirare. L’edificio che prima conferiva carattere identitario diventa, così, un nonluogo, un luogo privato di componente relazionale e identitaria.

Come rilevato da Michael Crosbie, l’identità sta divenendo stereotipo.

La domanda che mi faccio spesso è: dove andremo a finire? Fino a che punto ci condurrà questa superficialità? Siamo, senza dubbio, in un’era di transizione in cui la stessa essenza dell’essere umano è sottoposta a mutazione… siamo alle porte di una nuova realtà, una realtà diversa da come la conosciamo: una realtà dove si ama senza amore, dove ci si relaziona senza incontrarsi, dove si crede in qualcosa di vano… E’ questo ciò che si prospetta davanti a noi: il mondo stesso diverrà un nonluogo e noi stessi diventeremo nonluoghi, dimore vuote di un’anima imprigionata…

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