E’ dal seme del dolore che nasce il fiore più bello

Quando si parla di dolore si tende a generalizzare, affermando che nel dolore non c’è nulla di buono e che l’unica cosa che bisogna fare è evitarlo . A pensarci bene, organizziamo tutta la nostra vita cercando di soffrire il meno possibile, perchè in fondo, soffrire, ci fa paura. Non siamo pronti, non siamo abituati: preferiamo nasconderci dietro mille illusioni pur di non soffrire, ma alla fine il dolore ci raggiunge sempre. Perchè? Perchè il dolore è il fondamento della natura umana.

Ma facciamo un passo indietro. Esistono due tipi di dolore: quello sterile e quello fecondo. 
Il dolore sterile è quello che non porta da nessuna parte, quello che si avvolge su sè stesso, quello che ci acceca e che non ci permette di osservare e vivere la realtà. Il dolore fecondo, invece, è quello dal quale riusciamo a trarre un’insegnamento, è quello che ci serve ad aprire gli occhi per osservare e vivere meglio la realtà.

Ma come si fa a differenziare i due tipi di dolore? Come fare a capire se si sta vivendo il primo o il secondo? Cosa rende un dolore sterile?

Il dolore in sè non c’entra… quel che determina la tipologia è la nostra attitudine:

Il fiore sbocciato nelle avversità è il più bello ed il più raro

Il dolore è come un seme. Se il terreno in cui attecchisce è un terreno buono, si trasformerà nel fiore più bello: ho visto tanti fiori nascere in mezzo ai rovi, o in terreni aridi, in mezzo al nulla. Ma se il seme attecchisce in terreni inadatti, il fiore non riuscirà a nascere e la sua bellezza verrà soffocata.

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Quando ci troviamo davanti ad un dolore dobbiamo chiederci: cosa può nascere da questo dolore?

Se abbiamo la forza di porci la domanda siamo già sulla buona strada per trovare la risposta! Ma se non abbiamo la forza di porci nemmeno la domanda, come faremo a trovare la risposta?

In conclusione vorrei raccontare una storiella, una storiella che racconto sempre quando devo parlare della “bellezza” del dolore:

Una perla si forma quando un corpo estraneo, come un granello di sabbia o un corpo volutamente introdotto, si introduce all’interno dell’ostrica . Il mollusco avverte il pericolo così comincia a ricoprirsi di strati che, sovrapponendosi uno sopra l’altro, formano la madreperla.

Il mollusco trae dal dolore la forza giusta per superarlo, come un cane che si morde la coda. Potrebbe lasciarsi invadere, oppure potrebbe impugnare una battaglia furiosa… invece no: una perla, per formarsi, ha bisogno di anni, moltissimi anni! Giorno dopo giorno, strato dopo strato, il mollusco si oppone al dolore… non si lascia stravolgere e non gli si oppone con la forza. La sua è una silenziosa opposizione, una lenta comprensione.

Ci vogliono anni per fare una perla.
Ci vogliono anni per far nascere, dal seme del dolore, il fiore più bello…

 

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