Non chiamarmi “maestro”…

Ci sono molti modi per indicare qualcuno che trasmette delle conoscenze: maestro, insegnante, docente, educatore… Le usiamo indistintamente, quasi come fossero sinonimi l’uno dell’altro. Non dobbiamo stupirci di questo: non siamo più abituati a dare alle cose il giusto peso, il giusto valore, e ci accontentiamo dei “sinonimi“. Secondo me i sinonimi non esistono: ogni parola, sebbene indichi più o meno la stessa cosa di altre, ha un proprio valore, una propria identità. Così anche per “chi trasmette conoscenze“: la più “famosa” (e forse la più antica) è maestro.

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Maestro deriva dall’aggettivo latino magis, comparativo di maggioranza di magnus, che significa “grande”. Il “magister”, per parlare come facevano i latini, indicava qualcuno esperto in una determinata disciplina (dall’arte di governare alle arti pratiche), il quale si poneva su di un gradino più alto rispetto agli altri. Per analogia, oggi, usiamo la parola maestro per indicare qualcuno che insegna ad altri dei saperi ignorando il fatto che, stando al significato profondo del termine, presupponiamo che tale individuo sia “di più” rispetto agli altri. Virtù fondante di chi trasmette saperi è, a parer mio, l’umiltà, ovvero il sentirsi “uomo tra gli uomini”: sapere più informazioni non presuppone “l’essere di più”. Per molto tempo, e forse ancora oggi, molti “trasmettitori di saperi” hanno avuto la pretesa di porsi su di un gradino superiore rispetto ai propri allievi, abbandonando l’umiltà del servo ed abbracciando la superbia del padrone: Si pensi, per esempio, ai tempi, non molto lontani, in cui al maestro, oltre al voi di riverenza, erano riservati altri “reverenzialismi”. Chi trasmette saperi è pari, in dignità, a chiunque altro gli si avvicini, anzi, forse anche di meno, poiché deve porsi nella condizione di “servire” qualcuno, anche se solo a livello culturale o etico. Maestro, dunque, pone, linguisticamente, il centro su chi insegna. E’ una parola “egocentrica”, una parola che definisce qualcuno, naturalmente debito al servizio agli altri, “maggiore” degli altri.

Abbiamo, poi, la parola Docente. Tale termine deriva dal latino Doceo, ossia “condurre”. Il docente (o “duce”), nel mondo latino, era colui che guidava l’esercito, in modo che potesse vincere la battaglia. Allo stesso modo un insegnante e non solo perché “insegnare è come andare in guerra”, come qualcuno afferma. In quinta elementare scrissi una poesia dedicata alle mie maestre (uso questo termine per abitudine… critico i sinonimi ma ne sono succube…). La  poesia, intitolata “Luci nella notte” recitava così:

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Tralasciando la semplicità del testo (scritto a 10 anni) e qualche errore (o ORRORE, come cuore scritto con la q…), possiamo individuare qualche interessante elemento di riflessione: agli occhi di un bambino appena uscito dalle elementari, le maestre sono paragonabili a delle luci, a dei fari, che conducono le navi al porto o, meno simbolicamente, i bambini verso un qualcosa di concreto, verso la vita. Ma agli occhi di un bambino di 10 anni, le maestre sono anche come dei soldati… vuoi vedere che i latini ci avevano preso? A 10 anni non avevo tutte le conoscenze che ho ora eppure la mia mente, inconsciamente, ha usato questa parola. Forse perchè è così: è necessario essere docenti, è necessario portare verso qualcosa… certo, i riferimenti bellici intimoriscono un pò… ma niente paura! In questo caso si tratta di una cosa buona.

Altro termine utilizzato è Insegnante, termine di gran lunga migliore rispetto ai precedenti. Tale termine deriva dal latino “Insignarea sua volta costituito dal verbo “signare” ossia “lasciare un segno” preceduto dal prefisso “in” che indica il “dentro”. Insegnare, dunque, significa lasciare un segno dentro… ma dentro a cosa? Semplice: dentro al cuore ed all’anima. L’insegnante è colui che in- segna ossia pone un qualcosa dentro al cuore del suo allievo e questo qualcosa non dee essere necessariamente una conoscenza “teorica”: l’insegnamento maggiore che un insegnante può trasmettere non come calcolare a mente la radice quadrata di un numero o come imparare a mente l’intera Divina Commedia bensì come vivere! L’insegnante deve crucciarsi, ogni giorno, di seminare la passione, la bellezza, l’entusiasmo nei cuori di chi lo ascolta. Forse vi chiederete: “ma cos’è che l’insegnante deve lasciare nel cuore degli allievi?” Risposta: un segno. Non è un girare a vuoto ed ora vi spiegherò perché. La parola segno deriva dal provenzale senh a sua volta derivante dal latino Signum. La radice di tale termine, -sak, di derivazione europea, significa “dire”. Il segno, dunque, è un qualcosa di detto che guida verso qualcosa, un’indicazione, per essere più chiari. Potremmo dire, per estensione di significato, che il segno è una parola. Secondo quanto detto, quindi, l’insegnante altro non semina che parole, indicazioni.

contadinoMi piace molto paragonare l’opera di un insegnante a quella di un contadino: non a caso, l’insegnante, deve preoccuparsi di “fare cultura”, termine che in origine, e a volte anche oggi, è utilizzato in campo agricolo (Cultura deriva dal latino “Colo” che significa “coltivare”: la cultura, secondo l’accezione odierna, non è altro che la coltivazione dell’anima). L’insegnante, che alla virtù dell’umiltà deve accompagnare quella della pazienza, deve curarsi di seminare delle parole nel cuore di chi lo ascolta in modo che queste parole possano germogliare a suo tempo. Il difetto dei “maestri” è quello di imporre, ossia di trasmettere la “conoscenza” non tendendo conto di chi hanno davanti: non tutti gli uomini sono uguali, come non sono tutti uguali i semi (o i terreni). Il buon contadino ed il buon insegnante, sanno che per tutto c’è un tempo e che, soprattutto, la natura ha dei tempi suoi che possono sembrare incommensurabili: per questo vi dico “pazienza!” Il contadino sa che il seme non germoglierà subito ma sa che lo farà, a condizione che non venga abbandonato a sé, prima o poi. Ogni giorno, infatti, egli si reca lì e si occupa di lui (ecco l’umiltà: il contadino si piega dinnanzi al seme per curarlo, per dargli ciò di cui ha bisogno), aspettando il giorno in cui, al posto della terra, ci sarà una pianticella. Tuttavia, sebbene il contadino costituisca una componente essenziale per la nascita della pianta, e fornisca degli strumenti essenziali, come concime o acqua o la giusta luce, la forza che spinge il seme a nascere è intrinseca a se stesso. Detto in altri termini: il seme ha dentro di sè la forza che lo spinge a germogliare. Così gli per gli uomini: L’insegnante semina ma è l’allievo che deve trovare dentro di lui la forza per “germogliare”. Per questo motivo egli non può fare altro che fornire strumenti che aiutino a tirare fuori la forza intrinseca del seme: per questo, altro termine riguardante chi trasmette saperi, è Educatore. Tale termine deriva dal latino “Ex duco” ossia “portare fuori”. Chiariamo il concetto: in realtà non è l’’educatore che fa germogliare il suo allievo! Egli gli fornisce gli strumenti affinché egli tiri fuori ciò che ha dentro. Torniamo, dunque all’umiltà ed alla pazienza: il difetto di un insegnante/educatore potrebbe essere quello di voler vedere subito i frutti del suo seminato. Tuttavia non è così: può capitare, anzi, capita molto spesso, che un insegnante non veda mai il frutto del suo operato, sebbene il suo operato porti molto frutto. Ciò può accadere per diverse ragioni: ragioni biologiche (che l’insegnante muoia prematuramente. Non trascuriamo questa componente: ricordiamoci di essere umani, enti finiti e perituri!) oppure ragioni sociali (che i due, insegnante ed allievo, si perdano di vista). Ma per questo dobbiamo rinunciare? No, assolutamente!

Se ci fate caso, siamo partiti da una figura “sopra gli altri” e siamo finiti da un qualcuno che si “piega” di fronte agli altri, che si mette al loro livello. Per me, essere insegnante, significa questo. Il resto è inutilità.

Potete usare la parola che preferite a patto che ricordiate sempre che il punto di arrivo di ogni “maestro” è diventare “educatore” ed “insegnante”: solo così, crescere, non sarà l’anticamera della depressione ma il proemio di una dolce poesia….

 

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