Ripartire dalla Bellezza | Lettera aperta al ministro dell’istruzione

Alla cortese attenzione del ministro dell’istruzione,
dell’università e della ricerca Valeria Fedeli

 

Egregia signora ministro,

prima di cominciare metto subito le mani avanti: per parlare con lei ho scelto di utilizzare questa forma, quella della lettera aperta, non tanto per scadere in un malsano populismo o per cavalcare l’onda di un malcontento generale che, ormai da molto, interessa ciò che lei, in questo momento storico, è chiamata a rappresentare nel nome della Repubblica, bensì perché desidero che quanto ho in mente (e nel cuore) le arrivi davanti agli occhi il più presto possibile, senza perdersi fra le miriadi di lettere che, sicuramente, ogni giorno raggiungono lei ed il suo staff. Fatte queste doverose precisazioni, posso cominciare. Il mio nome è Giunta Federico, ho 22 anni e, non so per quale strano motivo, desidero con tutto il cuore diventare insegnante della scuola pubblica italiana, più precisamente insegnante della scuola dell’infanzia e della scuola primaria. In questo preciso momento storico, questa scelta è molto impegnativa sotto tanti punti di vista: per prima cosa ho deciso di restare, di costruire il mio futuro in un paese ormai in coma da molti anni, in un paese che non garantisce un futuro dignitoso non solo ai giovani (come sempre sentiamo dire nei talk televisivi o leggiamo sui giornali) ma anche alle altre generazioni, negando diritti essenziali ed inviolabili come sanità e lavoro. Negando il futuro, ovviamente, la scuola è la prima che va in crisi poiché proprio nel futuro pone le sue basi: una scuola che non insegna (che non in-segna), che non imprime dentro l’anima dei fanciulli la Bellezza per la vita e lo stupore per l’esistenza, non fa altro che formare individui ignoranti, frustrati, spenti, inermi, che si fanno abbindolare da qualsiasi cosa leggano o ascoltino. Certo, individui ignoranti sono più facili da sedurre (da sé-durre, condurre a sé): individui che non hanno imparato cosa sia la Bellezza non potranno viverla, non potranno mostrarla, non potranno insegnarla ai loro figli ed i loro figli, non avendola imparata, non potranno viverla, mostrarla ed insegnarla ai loro figli. Persone che non conoscono e non vivono la Bellezza, sono persone senza vita, poiché la Bellezza (= lo stupore, la gioia di vivere il quotidiano, con tutti i suoi grigiori) è ciò che rende viva l’anima. La scuola uccide le anime. Mi rendo conto che queste parole potrebbero sembrare semplice demagogia… no, non lo sono! Non lo sono perché non sono stato io a pronunciarle io per la prima volta bensì il professor Lombardo Radice, pedagogista e filosofo italiano degli anni ’30. Come vede, questo, non è un male d’oggi bensì un male antico, che lo Stato, di qualsiasi colore dipinto, non è mai riuscito a sanare. Io ho deciso di investire in questo paese, ho deciso di diventare insegnante per sanare questo male: la rivoluzione, cara ministra, non si fa con le leggi bensì con le idee e con i sorrisi: le prime sono il motore, i secondi il carburante. La vera rivoluzione inizia quando qualcuno si rende conto che, nel grigio, oltre al nero c’è anche un po’ di bianco. Ecco perché questa scelta, che a molti sembra scellerata, per me è una scelta naturale. Ho avuto la fortuna, durante la mia carriera da studente, di incontrare molti insegnanti in gamba: sono loro la vera “Buona Scuola”, non leggi scritte asetticamente da dietro una scrivania! La vera buona scuola è fatta da tanti anonimi maestri e professori che, ogni giorno, si alzano dal letto desiderosi di realizzare qualcosa per il futuro, qualcosa di buono per i ragazzi che gli sono stati affidati, nonostante le difficoltà e gli intralci che la burocrazia, la legislazione e la società stessa producono nel loro percorso.  Fortuna più grande è stata, però, incontrare insegnanti incapaci, svogliati, frustrati: detestare gente così è facile, capire il perché del loro comportamento è, però, l’unica via d’uscita. Della totalità degli insegnanti, quelli che hanno la “vocazione” (ossia quelli che fanno il loro lavoro non pensando tanto alla busta paga ma per amore di ciò che sono chiamati a fare) sono veramente pochi. La restante parte fa questo lavoro considerandolo un lavoro come gli altri. Non possiamo giudicare queste persone però possiamo provare ad entrare nella loro testa. Sono sicuro che la frase più ricorrente sia “chi me lo fa fare di spaccarmi in due per adolescenti/bambini che se ne fregano di quel che dico?”. Ragionamento legittimo, anche se non condiviso (perlomeno da me). L’errore a monte di questo ragionamento sta nel “sistema” stesso: come può un insegnante mostrare la Bellezza e la gioia di vivere se lo Stato per cui lavora non gli permette, a lui per primo, di vivere questa Bellezza? Come può un insegnante dire ad un bambino che la vita è bella se, lui per primo, pensa che la vita non lo sia? Questo è il problema, cara signora ministra! Lo stato non garantisce agli insegnanti il sostegno che necessitano per ESSERE insegnanti. L’Italia non ha bisogno di persone che facciano gli insegnanti bensì di persone che SIANO insegnanti, che amino il loro lavoro ma che, ancora di più, amino il futuro e credano in esso. Non parlo solo per sentito dire o per conoscenze teoriche o per astruse filosofie: in questi giorni sto svolgendo il Tirocinio previsto dalla mia università presso un istituto comprensivo di Roma: la scuola vera è un mondo totalmente diverso sia dalla scuola che viene insegnata sia da quella che viene descritta dalle leggi: la scuola reale, la vera “Buona scuola” è una realtà che va avanti cercando di mettere le pezze alle mancanze che lo Stato stesso – e mi duole il cuore nel dirlo – produce. Le pare normale che, per stampare fotocopie, bisogni chiedere ai genitori? La stessa cosa vale per l’acquisto del materiale: non bastano libri per stare a scuola, anzi… forse i libri non sono nemmeno così essenziali! Le scuole italiane non dispongono di sufficienti mezzi per garantire una didattica stimolante ma nemmeno per garantire i servizi igienici essenziali: carta igienica, salviette umidificate, cerotti… sa che tutto ciò viene acquistato grazie alla generosità dei genitori? Forse la nuova ed ampollosa denominazione di questo ministero ha fatto dimenticare a lei, ed ai suoi predecessori, che la scuola è PUBBLICA, aperta a tutti e che il suo funzionamento deve essere garantito dallo stato stesso, sia dal punto di vista didattico che pratico. Le pare normale che il rapporto insegnante/studente sia di 1 a, se tutto va bene, 25? Nella classe di scuola dell’infanzia in cui sto svolgendo il tirocinio, la maestra ha una classe di 28 bambini, tre dei quali con problemi e bisognosi di assistenza speciale. Forse sarà colpa dell’insenante ma ancora il dono dell’ubiquità non lo ha ottenuto! Non sempre le maestre di sostegno sono disponibili e quando ciò accade lei si trova a doversi districare fra tutte le esigenze di ogni bambino: è sola con la responsabilità di 28 anime che le grava sulla testa. Come si può ovviare al problema? Faccia andare noi, i futuri maestri, quelli che come me studiano: ci faccia scendere in campo, ci faccia lavorare mentre studiamo! Il decorso legale della facoltà di Scienze della Formazione primaria è di cinque anni, tre dei quali corredati di tirocinio “diretto”. Tale tirocinio, tuttavia, copre una fetta irrisoria dell’anno accademico, circa un mese. Perché non ci dà la possibilità di poter affiancare gli insegnanti fin da ora? Sarebbe un aiuto per tutti: noi potremmo fare esperienza, e magari guadagnare qualche cosa per porre le basi per un futuro indipendente e autonomo (si, ritengo che sia giusto che tale servizio venga retribuito, anche quello spacciato per “tirocinio” o per “stage”, perché non trovo dignitoso far svolgere qualsiasi tipo di lavoro senza paga, non tanto per il “guadagno” ma perché, altrimenti, non si può parlare di lavoro ma di sfruttamento… e lo sfruttamento produce frustrazione e la frustrazione produce malcontento ed il malcontento è la strada verso la crisi), senza gravare sulle famiglie; gli insegnanti sarebbero alleggeriti del fardello che li sovrasta; lo Stato non avrebbe il problema di avere tanti giovani disoccupati. Questa soluzione, tuttavia, non risolve il problema: ogni problema ha sia natura pratica che filosofica: così si potrebbe risolvere la pratica… la filosofia va risolta con un impegno maggiore, un impegno a livello burocratico e sociale. E’ necessario ripartire e le basi giuste sulle quali farlo sono: DIGNITA’ DELLA PERSONA, non solo di chi viene da paesi lontani, ma di tutti; STUPORE E BELLEZZA, essenziali per una crescita completa e sana. Io ho fiducia in lei, ho fiducia nello Stato… ma lei, signora ministra, deve aiutarmi ad alimentare questa fiducia: si faccia carico di queste problematiche, si faccia carico di queste esigenze! Aiuti i bambini a crescere in un ambiente che li renda uomini e donne in grado di amare, in grado di stupirsi, in grado di pensare! Non abbandoni i figli di questo paese, non abbandoni gli insegnanti che ogni giorno dedicano il loro tempo e la loro anima per venire incontro alle loro esigenze. La invito a non fidarsi di quanto teorici ed esperti le dicono: vada nelle scuole, osservi i veri problemi… e realizzi soluzioni! Ecco, questa è la vera rivoluzione che possiamo fare insieme in questo paese: andare oltre i problemi, andare verso alle soluzioni… e le soluzioni non piovono dal cielo! Ascolti gli insegnanti, dialoghi con loro, sia aperta anche alle critiche…ma faccia qualcosa! Più tempo passa, più le condizioni di salute di questo paese peggiorano. Io credo in questo paese, credo nel suo operato… ma ancora di più credo nella scuola italiana, di cui voglio ardentemente far parte, per senso di responsabilità nei confronti della Bellezza che ci ha creati e che, ogni giorno ci circonda.

 

La ringrazio per il tempo dedicato alla lettura di queste parole.

Distinti saluti,

Giunta Federico.

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#BellezzaCome – TU sei il SOGNO di Dio

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Ognuno di noi ha un sogno, un desiderio, ossia un obiettivo verso il quale indirizzare la propria vita. Non dobbiamo stupirci: è una cosa naturale, insita nella nostra natura. L’uomo, per sua Natura, è portato a desiderare, a puntare verso il cielo (Desiderio= de sidus, dalle stelle), a seguire un disegno basato un progetto teso a raggiungere la felicità.
Ma se vi dicessi che anche Dio ha un sogno?

Per rispondere a questo quesito devo, però, fare una premessa: Qual’è il sogno dell’uomo?
Se io chiedessi ad ognuno di voi “Qual’è il tuo sogno?” sono sicuro che avrei tante risposte diverse quanti voi siete. Ognuno di noi ha un proprio desiderio, un proprio disegno per la propria vita. Da ciò dipende la nostra felicità: tanto più ci avviciniamo a questo nostro obiettivo tanto più ci sentiamo appagati, tanto più ci allontaniamo tanto più ci sentiamo insoddisfatti e falliti. Una cosa, dunque, è chiara: dai nostri sogni dipende la nostra felicità. Anzi, per essere corretti, bisognerebbe dire che il sogno dell’uomo è, alla fine dei conti, uno solo: la felicità. E’ lei che guida i nostri passi, i nostri pensieri, i nostri sogni.
La felicità è, però, unica. Com’è, allora, che ognuno di noi ha un desiderio diverso? Semplice, perché ognuno attribuisce una forma diversa a tale parola ma, in realtà, essa è una sola ed attende di essere raggiunta da tutti.

Abbiamo chiarito che il sogno dell’uomo è la felicità.

Ecco, dunque, che posso rispondere alla domanda che ho fatto prima: Qual’è il sogno di Dio? Lo faccio con le sue stesse parole, scritte nel Salmo 139:

Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
mi scruti quando cammino e quando riposo.

Ti sono note tutte le mie vie;
la mia parola non è ancora sulla lingua
e tu, Signore, già la conosci tutta.
Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.

Stupenda per me la tua saggezza,
troppo alta, e io non la comprendo.
Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?

Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi, eccoti.
Se prendo le ali dell’aurora
per abitare all’estremità del mare,
anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra.

[…]

Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.

Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
intessuto nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno.

Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
quanto grande il loro numero, o Dio;
se li conto sono più della sabbia,
se li credo finiti, con te sono ancora.

[…]

Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,
provami e conosci i miei pensieri:
vedi se percorro una via di menzogna
e guidami sulla via della vita.

Qual’è il sogno di Dio? TU sei il sogno di Dio. E’ Te che Dio desidera! Ti desidera così tanto che ti ha creato dal nulla, ti ha dato un corpo, delle emozioni, un carattere. Ti ha tessuto come si tesse una tela, ha pensato, per te, cose grandi, sin da quando eri solo una cellula.

Abbi queste parole fisse in testa: nonostante le tue sofferenze TU sei un prodigio perchè TU altro non sei che il sogno di Dio. Ti ha creato affinché tu possa compiere cose grandi, affinché tu possa manifestare il tuo splendore.

Ha lasciato, nel tuo cuore, l’impronta del Suo dito: ed è questa la felicità.
Ciò che tu chiami felicità altro non è che il desiderio di far combaciare questa impronta con il suo dito. E non raggiungeremo mai la felicità se non realizzando questa nostra sete.

E perché, allora, molte volte i nostri sogni ci portano a soffrire?
La risposta a questa domanda non è un’affermazione bensì un’altra domanda:
Verso dove stai guardando? Verso il cielo, verso le stelle, oppure verso la terra?

TU se il sogno di Dio e non sarai mai felice finché Dio non sarà il tuo sogno, ed avere Dio come sogno non significa altro che desiderare di essere felice… ma tu, Vuoi essere felice?

 

 

#BellezzaCome – Piccoli Passi Possibili…

39b6ebfb0b99d376db6ed6e19fdb74bdChi è un santo? Nessuno di straordinario. Un santo è un qualcuno che, vivendo la Bellezza, si propone come esempio per altri. In quest’ottica Chiara Corbella è una grande santa.

Chiara è un esempio della possibilità di vivere la Bellezza nella vita. Ci ha dato molti spunti, uno di questi è la regola delle 3P: Piccoli Passi Possibili.

Martin Buber, in un suo libro, insegna che il cammino dell’uomo non è una corsa, né il rimanere pigri o seduti, ma si sviluppa attraverso una serie di passi continui. Ogni giorno il Signore ti dà di fare un passo, ma il viaggio inizia sempre quando finiscono le certezze che ti sei dato. Il piccolo passo possibile si basa sulla fede non su quello che hai deciso con la testa; si basa su quello che è possibile vivere, che è un po’ di più rispetto a quanto ti sei dato come misura. Questa è la fede. Il piccolo passo possibile ha di fondo questo: renderti credente, ogni giorno, con quello che tu devi affrontare. Il piccolo passo possibile è ciò che ti spinge un poco più in là rispetto alle certezze umane

(Padre Francesco Piloni)

Un piccolo passo possibile è un piccolo passo verso la felicità. Pensiamo, infatti, che essere felici sia impossibile. Crediamo questo solo perchè, dall’esterno, la felicità sembra un qualcosa di irraggiungibile, come se fosse una montagna. Immaginate questa scena: C’è un omino che sta ai piedi dell’Everest e ne guarda la cima. Gli si avvicina un altro individuo e gli chiede “Cosa fai?” L’omino risponde: “Non vedi? Sto guardando la cima della montagna” L’altro individuo continua dicendo: “scherzi? La cima dell’Everest è irraggiungibile per me”. L’altro individuo, che era un alpinista, prende l’omino sotto braccio, lo equipaggia, e lo porta con se: “Vieni, ti porterò in un posto straordinario. Fidati di me”. Il primo giorno arrivano ad un rifugio che si trova a 100 mt. Secondo giorno: altri 150 mt. Terzo giorno: altri 200 mt. Dopo qualche giorno i due arrivano sulla cima. L’omino, estasiato, guarda la guida ed esclama: “Ho sempre pensato che fosse impossibile!” E la guida: “E’ IMPOSSIBILE SOLO SE PENSI CHE LO SIA!”

Ovviamente, questa, è solo una storiella, ma l’insegnamento che da è grande: le migliaia cominciano da uno. Per costruire l’Empire State Building, è stato necessario fare le fondamenta, e poi il primo piano, e poi il secondo… così via. Così accade con la felicità: siamo abituati a vederla come un “blocco unico” eppure tutto cambierebbe se ci accorgessimo che, in realtà, essa è fatta di tante piccole cose.

Mount Everest

Scenery of Mount Everest in Tibet China

Per fare questi piccoli passi bisogna essere disposti a tutto: anche a mettere in gioco sè stessi, le proprie convinzioni, i propri ideali. Ma in virtù di cosa è possibile fare ciò? In virtù della fiducia nella Felicità e nel linguaggio che essa usa: La Bellezza.

Piccoli Passi Possibili per raggiungere la felicità. Ci vuole tempo, fatica, impegno… ma tutto ciò non vale nulla i confronto alla cima dell’Everest.

 

 

#BellezzaCome – Conversione

download (4)Oggi, 25 Gennaio, ricorre la memoria liturgica della Conversione di San Paolo. Ma sappiamo cos’è una conversione?

Innanzitutto non significa cambiare idea, sarebbe troppo riduttivo! La conversione è qualcosa che contempla un cambiamento radicale del proprio io; un cambiamento di direzione della propria vita.

Il termine conversione suggerisce l’immagine di una persona che, accorgendosi di camminare su una strada sbagliata, decide di tornare sui suoi passi e di incamminarsi in una direzione diversa. La conversione è una presa di coscienza “esistenziale” che può avvenire in seguito all’azione persuasiva di una terza persona oppure alla considerata riflessione personale. Si decide, così, di cambiare il corso della propria vita, riorientando i propri atteggiamenti e comportamenti secondo criteri diversi da quelli seguiti fino a quel momento. (Da Wikipedia)

Il cambio di vita è un qualcosa che va oltre le proprie idee, la propria ragione o i propri sentimenti. Per essere vera, una conversione, deve giungere fino all’anima, sconvolgendola.

Convertirsi può voler dire anche, in un certo senso, ritrovare sè stessi, riunificare il proprio io scisso fra ESSERE e DOVER ESSERE (o essere imposto).

Il principio della conversione comincia dal prendere coscienza di non essere completo, o felice: si capisce, dunque, di non vivere la propria vita come piena Bellezza! Da questo deriva un momento di crisi. Benedetta sia la crisi! L’uomo ne ha paura, la fugge, considerandola negativa… tutt’altro!

Crisi deriva dal greco κρίσις, decisione. Tale termine deriva dal verbo Krino, ossia dividere, separare, discernere. La crisi è, dunque, un momento di separazione che implica la presa di decisione riguardo qualcosa.

Dunque, la presa di coscienza di una vita infelice e non vissuta nell’ottica della Bellezza, porta alla crisi, ossia ad un momento di scissione fra un prima, dominato dall’infelicità, dalla depressione e dalla tristezza, ed un dopo, guidato dalla Bellezza e dalla gioia di vivere.

La conversione, in realtà, non è un “allontanamento da sè” ma un “rientrare in sè“.

 

Per poter convertire il proprio cuore e la propria anima occorre una Grazia: non è facile accorgersi della schifezza della propria vita, e non è facile nemmeno decidere di cambiare il proprio atteggiamento. Ciò può avvenire solo se si è folgorati dalla Bellezza, dalla vera Bellezza. Ma occorre avere fede nella Bellezza, fiducia nel suo modo d’agire.

 

Ecco, dunque, a cosa serve la festa di oggi: a prendere coscienza di sè. Bisogna domandarsi: Sto vivendo la BELLEZZA? A questo serve l’esempio dei santi: a farci aprire gli occhi…

#BellezzaCome -Una rosa e le sue spine

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La rosa è, da sempre, simbolo di Bellezza e lo è anche se possiede delle spine. Siamo anche noi, in fondo, come una rosa. Siamo,infatti, Bellezza. Ognuno di noi ha un seme di Bellezza nel proprio cuore. Anche noi, come il fiore, abbiamo delle spine, delle protezioni verso il mondo esterno.

Io ti amo, rosa mia, anche se hai tutte quelle spine e non ne vorrei una in meno di tutte quelle che hai. 

Come si fa ad amare una rosa, a considerarla simbolo di Bellezza, anche se ha tutte quelle spine?

“Una pecora se mangia gli arbusti, mangia anche i fiori?” 
“Una pecora mangia tutto quello che trova”. 

“Anche i fiori che hanno le spine?” 
“Sì. Anche i fiori che hanno le spine”. 

“Ma allora le spine a che cosa servono?” 
Non lo sapevo. Ero in quel momento occupatissimo a cercare di svitare un bullone troppo stretto del mio motore. […]
“Le spine a che cosa servono?” Il piccolo principe non rinunciava mai a una domanda che aveva fatta. 
Ero irritato per il mio bullone e risposi a casaccio: 
“Le spine non servono a niente, e’ pura cattiveria da parte dei fiori”. 
“Oh!” 

Ma dopo un silenzio mi getto’ in viso con una specie di rancore: 
“Non ti credo! I fiori sono deboli. Sono ingenui. 
Si rassicurano come possono. Si credono terribili con le loro spine…” […]

Una rosa fragile si crede protetta dalle rose che ha, ma basta una forbice o una ruota di bicicletta per distruggerla. Le spine di una rosa altro non sono che la manifestazione della sua fragilità e noi amiamo le persone (che sono le rose) anche in virtù della loro fragilità, anzi… noi amiamo solo cose fragili perché anche noi, in un modo o nell’altro, siamo fragili.

Io non vorrei mai una rosa senza spine poiché una rosa senza spine non sarebbe una rosa, ma un fiore  che profuma solamente. Ma noi amiamo la fragilità, IO amo la fragilità.

Sono le difese che noi ci costruiamo che mostrano quanto siamo fragili.

Non bisogna aver paura delle proprie fragilità e nemmeno pensare che chi si ha intorno non ci ami a causa di queste “spine” o che non voglia altro che toglierle.
Non bisogna aver paura delle proprie fragilità, non bisogna odiare le proprie spine, anzi… bisogna metterle nelle mani di qualcuno affinché quel qualcuno possa sentire il profumo di vita che emaniamo.

Noi siamo una rosa. TU sei una rosa, la mia rosa… e non sei mia affinchè io possa possederti e comandarti! Sei la mia rosa perchè è te  che ho addomesticato, è il tuo profumo che desidero sentire, è il tuo colore che desidero contemplare.

Ma tu, o rosa mia, non lo comprendi, e pensi che io voglia togliere le tue spine.
No, non c’è rosa senza spine… e non è una rosa una rosa senza spine.

 

#BellezzaCome… Kenosis (Svuotamento)

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Qualche tempo fa, una mia cara amica suora mi diede la leggere un brano tratto da un’epistola Paolina, la lettera ai Filippesi, per la precisione. L’ho letta attentamente e proprio questa lettura mi ha fatto venir voglia di cominciare a cerare la Bellezza. Ecco perchè.

Cominciamo con il leggere il brano (Fil 2,5-9):

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;

Comincio con il dire che, la traduzione italiana, non rende giustizia alla profondità del testo: nell’originale,Paolo, scrive:

ὃς ἐν μορφῇ θεοῦ ὑπάρχων οὐχ ἁρπαγμὸν ἡγήσατο τὸ εἶναι ἴσα θεῷ, (Versetto 6)

Quello che nella versione italiana è ” essendo di natura divina” in greco è μορφῇ θεοῦ (Morphè Theon) e, testualmente tradotto,sarebbe: ” […] essendo nella forma di Dio. ” Ma cosa vuol dire che Cristo era “nella forma di Dio” ? Come forse avrete letto nella presentazione di questo blog, la parola μορφῇ (Morphè) non vuol dire solo FORMA ma anche Bellezza, essenza che corrisponde all’apparenza. Riassumendo, dunque, Cristo, ab origine, possedeva la stessa Bellezza di Dio. Personalmente questa frase mi ha colpito molto. La Bellezza, come detto già in altri momenti, non risiede solo nella perfezione ma anche nell’imperfezione ed è proprio questo che ha spinto Cristo a “Non considerare un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio” . Capita, molto spesso, che l’idea di Bellezza fissa nella nostra mente sia quella di “perfezione”: Bello=Perfetto. Così, ci ritroviamo a considerare questa (presunta) nostra perfezione come un tesoro geloso, da tenere per noi. Così facendo,ci ritroviamo soli. Tuttavia, la Bellezza, quella vera, non è stasi ma movimento; Bellezza è giungere all’essenza delle cose. E’ proprio questo movimento (definito da Paolo “Kenosis”) la chiave di tutto questo discorso. Kenosis deriva da ἐκένωσεν ( Ekenosen) a sua volta derivante dal verbo ” Kenoo” ossia “spogliare, rendere deserto”. Questo potrebbe sembrare un paradosso. Ma non lo è. La bellezza è passare dal PERFETTO all’ ESSENZIALE, da ciò che è “detto” a ciò che è “vissuto”. Proteggere la Bellezza chiudendola in una teca di vetro non significa salvaguardarla bensì distruggerla, al contrario, mettendola in movimento, in discussione, ossia SVUOTANDOCI dalla certezza di averla, significa essere un gradino più vicini a possederla (possedere completamente la Bellezza è un esperienza che non può accadere in questa dimensione fisica, poichè la Bellezza è pura essenzialità, un fenomeno che va oltre i nostri sensi).

Il Piccolo Principe, per proteggere la sua rosa la mette sotto una teca di vetro. Ma come farà a sentirne l'aroma?

Il Piccolo Principe, per proteggere la sua rosa la mette sotto una teca di vetro. Ma come farà a sentirne l’aroma?

Questa Kenosis, svuotamento, genera un passaggio dalla μορφῇ θεοῦ alla μορφὴν δούλου ( Morphè doulon). δούλου significa,  secondo la communis opinio, “Schiavo” eppure, consultando un dizionario di greco, troveremmo, insieme a suddetto significato, anche quello di “colui che si sottomette alla volontà altrui“. Comincia a delinearsi un percorso più chiaro. Passare dalla certezza del Perfetto all’incertezza dell’essenziale, dalla certezza di poter decidere da sè a quella di piegarsi al volere altrui. Al giorno d’oggi siamo tutti paladini della libertà… ma cos’è la libertà? Sicuramente non è far di testa propria. Siamo così prigionieri che non ci accorgiamo nemmeno della Bellezza attorno a noi. Facciamo di tutto per trovare la bellezza eppure basta solo una cosa: lasciarsi guidare. E non sto parlando solamente a livello religioso: lasciarsi guidare da un sorriso, da un tramonto, da uno sguardo. Sono queste le più belle cose.

Tutto ciò coincide con un “umiliarsi”. Tutti noi abbiamo paura di questa parola poiché nessuno vuole umiliarsi. Tutti vorrebbero decidere da sè e nessuno vuole sottomettersi alle decisioni altrui. Così facendo ci chiudiamo sotto una teca di vetro privando il mondo della nostra bellezza e privando noi della bellezza del mondo.

Abbiamo paura della Bellezza poiché essa non dipende da noi. E tutto ciò che non dipende da noi ci fa paura.

San Paolo, attraverso l’esempio di Cristo, vuole spingerci a questo: rinunciare alle certezze che crediamo di avere e di aprire gli occhi alla Bellezza. Lasciarci guidare dalla Bellezza, Sottometterci alla Bellezza.

Eppure è proprio l’umiliazione e la sottomissione alla Bellezza che conducono all’ “esaltazione”. Svuotarsi, dunque, non per annullare la propria bellezza ma per centuplicarla!

E noi, uomini e donne coraggiosi del XXI secolo, abbiamo il CORAGGIO di piegarci alla Bellezza?

#Bellezzacome… Imperfezione

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Dire “Bellezza è Imperfezione” può, forse, sembrare un ossimoro. Se la Bellezza è, per l’appunto, “Bellezza” come può essere imperfetta?

Da sempre, infatti, abbiamo associato il concetto di Bellezza a quello di perfezione. Esempio eclatante di ciò che sto dicendo è, su tutto, l’arte greca classica. Essa, infatti, traeva origine da un trattato (oggi perduto) intitolato “Canone” e scritto dallo scultore Policleto: in esso, l’artista, esponeva le sue “regole della bellezza perfetta” arrivando a teorizzare, per primo, i concetti di armonia e bellezza.

La Bellezza era la massima perfezione raggiungibile e, a sua volta, la perfezione era l’armonia. Dunque: ciò che era armonioso, proporzionato, era perfetto e, quindi, bello.

Tale criterio influenzò per secoli, oltre che l’arte, anche il concetto di “Bellezza”.

Ad avvalorare questo paradigma Perfezione-Bellezza c’e anche il fatto che quando i romani, grandi “collezionisti” di arte greca, trovavano una scultura crepata dal tempo, la “riparavano” passando uno strato di cera fusa che, andando a riempire le crepe, faceva sembrare la statua perfetta, come lo era in origine. Fino a qui, forse, nulla di nuovo. Tuttavia c’è qualcosa che non sempre viene scritto nei libri: quando i romani rinvenivano una statua e la giudicavano “perfetta”, tale processo correttivo non veniva effettuato. L’opera, dunque, era SINE CERA, senza cera, ossia SINCERA.

Non c’e, dunque, sempre bisogno di “correggere” le proprie imperfezioni poiché la bellezza si può trovare anche nelle “crepe”.

Per collegarci al post precedente ( Bellezza come… Fragilità ) possiamo dire che: Un qualcosa di “crepato” è un qualcosa di fragile. Pensiamo ad un vaso: basta un nonnulla e va in frantumi. Tuttavia, nei musei, troviamo una miriade di opere antiche, rovinate, crepate eppure… meravigliose. Perché? Perché sono sincere.

E così dovremmo fare noi. Abbiamo paura delle nostre fragilità e così passiamo su di esse uno strato di “cera” o, per dirla in altri termini, indossiamo delle maschere, per camuffare la nostra imperfezione. Eppure, io vi dico, anche l’imperfezione è bellezza, anzi, lo è di più poiché è sincera.

Sono le piccole imperfezioni che rendono belle le cose: io ricordo che la mia nonnina aveva la pelle tutta rugosa, una pelle vecchia, segnata dagli anni e dalle sofferenze. Eppure era bella, e questa bellezza non derivava dalla forma, ma da ciò che lei rappresentava per me.

Oggi abbiamo perso tutto ciò: vogliamo la perfezione, dimenticandoci, però, che solo Dio è perfetto e noi, esseri umani, non lo saremo mai: possiamo cercare di esserlo ma, in questa vita, non lo saremo mai. Ed è bello.

Ai bambini si insegna, fin dai primi anni, a distinguere “bello” e “brutto” ed a scegliere il bello ed a scartare il brutto… ma siamo sicuri di sapere cosa sia cosa?

#BellezzaCome… Fragilità

Bellezza = Fragilità. In che senso?

Piuttosto che perdermi in mille parole, forse inutili,  vi mostrerò uno dei miei dipinti preferiti, La nascita di Venere, di Botticelli. Eccolo qua:

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Venere (la Bellezza) poggia i piedi su di una conchiglia… anzi, IL piede. Venere sta, dunque, in equilibrio su di un instabile conchiglia. Come può questo collegarsi al concetto di “Bellezza come fragilità” ?

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Il dizionario riporta, come definizione di “fragilità”, che si può rompere facilmente, caratterizzato da poca resistenza, delicato, incline a cadere (sia in senso figurato che fisico). Dire che la Bellezza è Fragile/Fragilità equivale a dire che essa è assai delicata, pronta a cadere… proprio come venere dalla conchiglia. Tuttavia occorre chiarire meglio tale concetto: dire che la bellezza è fragile non significa ammettere la sua inutilità (es. Se dura poco tanto vale farne a meno oppure Se dura poco è inutile ottenerla/raggiungerla). Pensiamo ad un fiore: se privato di radici, lasciato a se stesso, senza acqua o cure, appassirà immediatamente. Tuttavia se curato e innaffiato fiorirà ancora di più; Oppure pensiamo ad un infante: se abbandonato a se stesso difficilmente sopravviverà ed è per questo che ha bisogno di cure; Oppure pensiamo ad un vaso di porcellana o ad un’opera d’arte durante il restauro. Possono sembrare esempi assai banali ma sono altrettanto veritieri. La bellezza ha bisogno di cura. La bellezza è un caos calmo.

Il nostro problema è che abbiamo paura della fragilità, abbiamo paura di mostrarci fragili ERGO (dunque) abbiamo paura della bellezza. Il cammino verso la Bellezza si articola in varie fasi, la prima è RICONOSCERE LA PROPRIA FRAGILITÀ’ e vi assicuro che è la parte più difficile.

Bellezza è non avere paura di essere fragile, dolce, sensibile poiché sarà  proprio ognuna di queste cose che salverà il mondo.

-Federico