Non tutto il male viene per nuocere…

Cosa hanno in comune “papa Francesco” e una segnalazione “anti -nudo” emanata da Facebook?  Tranquilli, Frank non si è impazzito…

Procediamo con calma:

Fra le immagini “ufficiali” del papa, figura un quadro. Bellissimo, secondo me.

001 PAPA FRANCESCO olio su tela 95x75cm 2014

L’opera è stata realizzata dal pittore italiano ROBERTO FERRI. Tarantino. Classe 1978. Ferri ha 39 anni ed è già stato definito, dai critici, “il nuovo Caravaggio”. E’ proprio a Caravaggio, infatti, che l’artista si ispira… e basta guardare i suoi dipinti per rimanere intrappolati nell’atmosfera “barocca” del maestro .

Ferri è un pittore. un pittore figurativo. L’arte figurativa, nello specifico, non ha mai avuto tabù: corpi nudi, attributi sessuali… tutto è sempre stato ritratto, da sempre! Si pensi a Courbet o Manet o Picasso… per non parlare del Genio Da Vinci e di tutta l’arte antica, greco-romana in primis (anche se in questo caso non si parla di arte figurativa)

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Che dire! Opere d’arte. Meraviglie per gli occhi. Eppure, se fossero state realizzate al giorno d’oggi e pubblicate sui social, molto probabilmente gli artisti sarebbero stati stati censurati. Come è accaduto a Ferri.

Mi chiedo: se è vero che Facebook attua  questa politica per prevenire la diffusione dell’indecenza sulla rete e per una salvaguardia dei contenuti pubblicati, come mai la spazzatura dalla si cerca di fuggire impera ancora su pagine e profili? Non lo so… fatto sta che il profilo dell’artista è stato oscurato. Buon per lui, mi viene da pensare… almeno, così, le sue opere avranno molta più visibilità. Essì, cari amici: proprio così! L’uomo lo sa bene: più una cosa è vietata più è gustosa. I lorsignori di Facebook possono star sicuri che, nelle prossime ore, i quadri di Ferri non saranno più sulla sua pagina… bensì sulle pagine di ogni altro utente! Complimenti Zuckemberg, sei riuscito a diffondere un pò di cultura! Non me lo sarei mai aspettato da te!

Che dire? Nemmeno io conoscevo Ferri eppure, questa storia, mi ha dato la possibilità di informarmi.

Poi penso anche ad un’altra cosa… forse era destino che Ferri fosse censurato… non è, in fondo, il nuovo Caravaggio? Bhe… se ha preso dal suo modello… questa non sarà nemmeno la prima volta…

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Il bambino nella bolla | #MiColoroDiBlu

C’era una volta un bambino che aveva la strana abitudine di vivere dentro una bolla d’acqua. Pensate che sia strano? Bhe, si un po’ forse lo è ma ognuno ha il diritto di scegliere dove vivere: c’è chi vive in un igloo, chi in una tenda, chi in una casetta minuscola minuscola con il tetto di legno, chi una casa grande grande con il tetto di mattoni e chi in una bolla. La bolla era così leggera che bastava un soffio leggerissimo di vento per farla volare via ed è per questo che il bambino che ci abitava dentro non riusciva a vivere per più di un’ora di seguito nello stesso posto. Hop, la bolla si alzava e volava su nel cielo; Hop, la bolla si poggiava sulla sabbia del mare, sul marciapiede affollato di una città, sul pendio di una montagna innevata. Hop, bastava un leggero soffio di vento ed il bambino prendeva il volo su nel cielo, verso chissà dove, alla ricerca di un grande tesoro. Ovviamente la bolla non era una normale bolla d’acqua: era azzurra, questo sì, ma resistente come un guscio di noce. Così, il bambino era come intrappolato dentro la bolla, ma tranquilli: non stava per niente male! Aveva un bagno, una cucina, una sala giochi, una camera da letto e perfino un parco giochi attrezzato. Il problema era un altro: la bolla azzurra era così spessa che il suono del mondo esterno non riusciva a penetrare al suo interno e, allo stesso tempo, la voce del bambino non riusciva ad uscire all’esterno. Se, per esempio, il bambino nella bolla non riusciva ad aprire un barattolo di marmellata per potersela spalmare su una bella fetta di pane caldo, rimaneva fregato e doveva rinunciare a gustarsi la sua merenda. In più, la bolla, essendo fatta d’acqua, distorceva la luce del sole impedendo al bambino che abitava al suo interno di vedere bene ciò che era attorno a lui: il viso della mamma, le lettere di un libro, i colori di un quadro… Per tutti questi motivi, il bambino si sentiva solo ed era per questo triste: nessuno voleva essere suo amico perché nessuno riusciva a sentire ciò che diceva e, allo stesso tempo, a farsi sentire. Il bambino che abitava nella bolla, quando vedeva, anche se non benissimo, che accanto a lui c’era un altro bambino, urlava a più non posso ma niente… non riusciva mai a farsi sentire. Un giorno, il vento, trasportò la bolla in una città assai strana, la città dei fiori secchi. Ho controllato su una carta geografica ma non l’ho trovata. Potete credere o non credere che esista, fatto sta che a me hanno raccontato questa storia e questa storia è ambientata nella città dei fiori secchi: vi chiedo, dunque, se non credete che la città esista di fare finta, giusto il tempo di questa storia! Dicevo: un giorno, il vento, trasportò la bolla nella città dei fiori secchi, in cui i fiori, per l’appunto, erano secchi perché non vi scorreva nessun fiume, non c’era nessun acquedotto, non pioveva mai e… anzi, semplifichiamo: la città si chiamava così perché i fiori erano secchi ed i fiori erano secchi perché nessuno aveva a disposizione dell’acqua per innaffiarli. La bolla si posò sulla piazza principale della città, in mezzo al mercato. Ovviamente la faccenda non passò inosservata: il sindaco, il maresciallo dei carabinieri, il parroco, il farmacista, il meccanico, il maestro e tutti gli altri vennero a vedere questa bellissima bolla azzurra. Il sindaco, allora, disse
“ Ohibò, benvenuto nella nostra città, straniero venuto nella bolla! Qual è il tuo nome?” ma nessuno rispose. Il sindaco si offese: nessuno poteva non rispondere al sindaco. Passò la parola al maresciallo: “da dove vieni?” ma ancora una volta nessuno rispose. Anche il maresciallo si offese. Prese la parola il parroco, e dopo di lui il farmacista e poi il meccanico e poi il maestro: tutti facevano domande, nessuno rispondeva. Finì, così, che tutti si offesero per quel gesto di grandissima maleducazione! “Arrestiamo la bolla” gridò il maresciallo ma nessuna manetta era così grande per poterla legare. “Facciamo la guerra alla bolla” gridò allora il sindaco. Tutti applaudirono perché, in quella città, la maleducazione non era molto apprezzata. In men che non si dica, in poco più di un secondo, attorno alla bolla s’era creato un muro fatto di sacchi di patate e cartoni: da una parte la bolla, dall’altra tutta la cittadinanza, armata con mazze, forconi e padelle. “Al mio tre lanciate i pomodori, le patate e le angurie” ordinò il sindaco. Uno, due tre e… tutti lanciarono ma, la bolla, rimandò indietro tutto. Era, infatti, molto elastica. “Vedete? Ci attacca! Ci vuol far la guerra! E’ nostra nemica!”. Quella bizzarra guerra andò avanti per tre giorni interi: ormai le scorte di cibo stavano per finire e la gente cominciava a dire “diamo la resa, la bolla ha vinto la guerra!”. Il sindaco, però, non aveva intenzione di arrendersi e continuava a tirare contro la bolla ogni cosa che gli passava sotto mano: sedie, tavoli, libri, strumenti musicali, sassi… tutto rimbalzava contro la bolla e cadeva a terra. Un giorno, mentre tutti ancora tiravano oggetti, passò di lì un bambino, il figlio del sindaco. Approfittando di un momento di pausa, in cui tutti erano andati a comperare (al mercato di un’altra città) oggetti da tirare, il bambino si mise davanti alla bolla e domandò “Come ti chiami?” ma nessuno rispose. Il bambino insistette: “Da quale paese vieni?” ma ancora una volta nessuna risposta. “Nel paese dal quale vieni ci sono fiumi? E mari? E la pioggia?” domandò ancora, ma la bolla non rispose. Nel frattempo tutti erano tornati ed erano pronti per ricominciare la guerra contro quella bolla azzurra infrangibile che rimandava indietro gli oggetti. Quando il sindaco vide suo figlio lì davanti alla bolla ebbe paura e cominciò a gridare “Togliti, togliti! E’ pericoloso” ma il bambino continuava a voler stare lì. “Non mi importa se non mi risponde” diceva “voglio essere lo stesso suo amico”. “Ma è una bolla” disse suo padre. “Non mi importa cosa sia: a me non importa se non risponde e voglio essere lo stesso suo amico!”. Detto questo, il figlio del sindaco, abbracciò la bolla e… puff! Lì dove non erano arrivati spilli, spine, sassi e cocomeri era arrivato un abbraccio: la bolla azzurra si dissolse in un secondo, mostrando a tutti il bambino che viveva lì dentro. “Anche io voglio essere tuo amico” disse il bambino che viveva nella bolla. Così, grazie a quell’ abbraccio, la guerra contro la bolla finì ed il bambino che viveva nella bolla trovò il tesoro più grande che avrebbe potuto trovare: un amico! E fu così che, da quel giorno, grazie a quell’ abbraccio, quel bambino trovò un amico. Dovettero anche cambiare nome alla città: la bolla, infatti, era così grande che, scoppiando, sparse talmente tanta acqua che, da quel giorno, non ci fu più il problema dell’acqua… e fu così, che un abbraccio, fece rinascere i fiori.

 

Questa favoletta vuol raccontare le difficoltà di chi è affetto da disturbi dello spettro autistico. Poco si sa di questa patologia che, al suo interno, racchiude un’immensità di disturbi. Comprendere è impossibile: l’unica cosa che possiamo fare è accogliere!

E’ per questo che, oggi, anche io mi coloro di blu! Sfondi-desktop-HD-fantasy-cittaà-nella-bolla-dacqua

La scimmia nuda balla

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Questa maledetta canzone mi è entrata nella testa e non credo che riuscirà facilmente ad uscire… Mi chiedo io: perchè? Secondo i “grandi geni” della musica, questa canzone piace perchè è semplice, quasi bambinesca. In effetti sembra essere così: testo originale, melodia accattivante, ritmo travolgente… tutti gli elementi per una canzone dello zecchino d’oro ci sono! Ma no, non è così: vi assicuro che il successo di Occidentali’s Karma risiede proprio nella profondità del testo, ricco di riferimenti culturali e di simboli vari. Ma procediamo con calma, dando un’occhiata più da vicino al testo:

Essere o dover essere
Il dubbio amletico
Contemporaneo come l’uomo del neolitico

Cominciamo subito con una citazione di ispirazione Shakespeariana: “essere o dover essere“: l’interrogativo che da sempre interessa l’uomo (e che peraltro è considerato essere contemporaneo come l’uomo del neolitico, ossia vecchissimo…)! Essere o dover essere? Vivere seguendo ciò che la nostra stessa coscienza ci suggerisce o adeguarsi (ed omologarsi) alla società? Già con questa frase iniziale si apre un microcosmo: l’uomo, e soprattutto l’uomo d’oggi, vive (combatte) una battaglia contro sè stesso, una battaglia fra istinti opposti e complementari: da una parte la natura, ciò che potenzialmente dovremmo essere, e dall’altra ciò che effettivamente siamo. Quest scontro non è facilmente risolvibile e l’uomo si trova quindi intrappolato in una “gabbia dorata”, ossia in una società, in un mondo, che apparentemente gli offre la libertà di essere ciò che desidera ma che, allo stesso tempo, lo rinchiude, lo aliena da sè stesso e dagli altri. Non a caso, la canzone prosegue con

Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo

Una gabbia 2×3 è, senza giri di parole, un luogo angusto ma è proprio in questo spazio che l’uomo è chiamato a “mettersi comodo”. Questo è un paradosso, un controsenso: la società è come questa gabbia 2×3, che ci da la suggestione di essere “comodi”, ossia liberi, ma che invece ci soffoca e ci rende prigionieri. Questo paradosso esistenziale, questa finta libertà, si traduce in una serie di “illogicità antropologiche” ossia di situazioni esistenziali senza logica:

Intellettuali nei caffè
Internettologi
Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi

Il minimo comune denominatore di questa “illogicità“, ossia ciò che  rende queste categorie umane così paradossali, è il web o, meglio ancora, la dipendenza dal web. Non nascondiamolo: il web ci offre la possibilità di un’illimitata libertà, dandoci la possibilità di essere ciò che vogliamo, come lo vogliamo, come e quando lo vogliamo! Forse, in fondo, è proprio il web a rendere la nostra vita una gabbia 2×3, ossia uno spazio stretto che ci da l’apparenza di essere liberi. Rinchiusi come siamo in questo spazio virtuale, fittizio, l’uomo ha perso completamente la capacità di vivere la realtà. E’ per questo che la canzone prosegue con

L’intelligenza è démodé
Risposte facili
Dilemmi inutili

Il web anestetizza completamente la facoltà intellettiva, fornendo risposte facili ai dilemmi esistenziali. Trovando a portata di mano le risposte (senza dover far fatica nel cercarle) l’uomo ha perso anche la capacità di porre domande. Diceva Kant “prima di valutare se una risposta è esatta si deve valutare se la domanda è corretta“: ecco, noi diamo per vere risposte a domande inutili, senza senso. Il mondo di false libertà in cui viviamo ci ha addormentato l’intelligenza, facendo si che potessimo accontentarci di risposte facili, che non presuppongono impegno. Già. ormai l’impegno è fuori moda: l’uomo non vuol far fatica, nè fisica ne intellettiva. Tutto è delegato alle macchine, ai sistemi informatici! Ma in questo meccanismo, dov’è finito l’uomo, con la sua capacità di pensare, di creare, di stupirsi, di immaginare, di cercare e trovare risposte e, soprattutto, di porsi domande?

Il concetto stesso di domanda ha perso senso: in passato l’uomo interpellava i sapienti su quesiti esistenziali oggi interpella i sapienti, ovvero i motori di ricerca, su questioni rozze e futili: se nell’antichità l’uomo chiedeva “esiste Dio?” oggi si limita a chiedere se esiste una dieta che faccia dimagrire in poche ore o se, da qualche parte, c’è un ristorante che vende radici di soia fritte. Sono cambiati i tempi, sono cambiate le domande… ma l’uomo resta sempre lo stesso, con la stessa sete di infinito (solo che ora è atrofizzata!).

AAA cercasi (cerca sì)
Storie dal gran finale
Sperasi (spera sì)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain

La difficoltà del porsi domande profonde è che, a volte, risposta immediata non c’è o, se c’è, non sempre è positiva o rispondente alla nostra volontà. Ecco il perchè di questa strofa: AAA cercasi storie dal gran finale! Se qualcosa non finisce bene noi non la vogliamo, forse perchè siamo stufi del male del mondo, della sofferenza, della caducità. Ecco perchè ci chiudiamo in questa  bella gabbia 2×3: in essa la verità siamo noi, la verità è come la vogliamo (a proposito… ne parlo qui: Una generazione di idioti… ). Ecco perchè, nella nostra società, l’immagine è preferita al contenuto: l’immagine è facilmente malleabile, gestibile, controllabile… questa immagine non vi dice niente?

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I selfie sono l’emblema di questa ricerca di “storie dal gran finale” (e forse ecco perchè prima si parla di “gruppo dei selfisti anonimi“…). E’ curioso anche il gioco di parole “cercasi, cerca si” e “sperasi, spera si” come per dire: si si, cerca le storie dal gran finale, sperale… ma tanto non ne troverai di concrete, vere, reali… ma solo di fittizie ed irreali!

In questo bello scenario di finzione si inserisce una delle questioni più emblematiche: la citazione! Non essendo abituati a trovare risposte concrete ci rifugiamo nel mondo della citazione: ecco che su Facebook o Twitter le nostre pagine si riempiono di frasi fatte, di aforismi e citazioni varie… più o meno colte. La canzone ironizza proprio su questo, facendo una cosa che, in passato facevano i futuristi, ossia far rimare parole col suono simile. Stavolta è la volta di “Panta reiSinging in the rain“. Questo è quel che accade nel web ogni giorno: “sacro” e profano mescolati, pezzi di vita attaccati con il vinavil solo per dare una parvenza di significato…

Ed ecco che ora, nel ritornello, questa paradossale ed amara realtà viene ancor meglio descritta:

Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma

Ritengo che questo sia uno dei migliori ritornelli mai scritti nell’ultimo periodo.
Il ritornello, altro non è che “un’appendice” alle strofe precedenti: “sacro e profano”si mescolano, il paradosso afferma la sua sovranità… mostrando a tutti, attraverso una citazione di un antropologo, a che punto siamo arrivati: l’evoluzione, che nell’uomo sembra aver raggiunto l’apice, sta subendo una battuta d’arresto, un inciampo… e la colpa è proprio nostra, della scimmia nuda… ma procediamo con calma…

cbuddhacatLezioni di Nirvana è forse il più bel ossimoro che abbia mai sentito: il Nirvana è, nel Buddismo, il fine ultimo della vita, lo stato in cui si ottiene la liberazione dal dolore (duḥkha). Al nirvana si ricollega la dottrina della reincarnazione e quella, non a caso, del Karma: se il karma della vita è negativo la vita può continuare nella sofferenza, se invece si ha un karma positivo la vita continua attraverso l’illusione del piacere. Solo quando l’individuo si è completamente purificato, il ciclo della reincarnazione avrà fine e l’individuo arriverà nel suddetto Nirvana. Pare chiaro, anche da questa fin troppo semplice definizione, che il Nirvana sia un qualcosa di profondo, di serio: il suo raggiungimento può essere ottenuto solo con il distacco dal mondo, con la purificazione del proprio io… la domanda sorge spontanea: come è possibile avere lezioni di Nirvana? Già… come è possibile? Non lo è… ed è per questo che tale frase è un ossimoro! Anche il Nirvana, ossia il benessere, diventa un qualcosa di mondano, un qualcosa che si sottopone alle leggi di mercato che tanto dominano la  nostra società (le lezioni sono qualcosa a pagamento…). Se anche il Nirvana, simbolo delle credenze “metafisiche” ed oltremondane diventa succube della mentalità futile della società, il Buddha, emblema dell’uomo metafisico, ossia di quello che cerca di elevarsi al divino, di quello che individua la sacralità del suo essere, non può che “mettersi in fila indiana“. Noi, tempio del divino, tempio del sacro, esseri con sete di infinito, finiamo per abbandonare la nostra personale ricerca di senso e ci andiamo a rifugiare “lì dove vanno tutti“… in fila indiana, per l’appunto!

Facciamo il punto della situazione: viviamo in un mondo apparentemente libero che, in realtà, si rivela essere una gabbia che ci costringe ad accontentarci di risposte semplici e che ci spinge a smettere di porci domande di senso, soprattutto a quelle che presuppongono una ricerca su sè stessi, come quelle che si interrogano circa la natura della nostra felicità. In questo turbinio di futilità, la nostra  intelligenza (ossia capacità di porci problemi e di trovarne soluzioni accettabili) è atrofizzata e siamo così implacabilmente spinti ad  omologarci agli altri, in  ogni ambito della vita.

In questa “società della fila indiana” anche il “divino” (qui rappresentato dal Buddha) finisce per essere una delle tante possibili risposte… Ogni cosa che propone risposte facili è ben accetta: oroscopi, dottrine esoteriche, life styles, religioni… ognuna di queste cose diventa “uno dei tanti“.

Ora la domanda sorge spontanea: siamo sicuri che l’evoluzione abbia raggiunto nell’uomo il suo massimo apice? Possibile che, in realtà, questa nostra società rappresenti l’inciampo dell’evoluzione stessa? Ecco il senso della “scimmia nuda” (ripresa poi nel balletto): pur essendo l’unica scimmia priva di peli (da qui l’aggettivo nuda) il comportamento dell’uomo è sostanzialmente analogo a quello degli altri primati. L’uomo, per quanto intellettualmente progredito, è un animale… un animale che sente dentro l’esigenza di ricongiungersi con la sua animalità (il ballo, non a caso, richiama alla dimensione ferale, bestiale, dell’esistenza…). Il ballo è associato al “gridare un mantra”: il ballo, in fondo, è una ripetizione meccanica di gesti… la scimmia nuda, ossia l’uomo, esercita questa ripetitività anche nel gridare “Mantra” ossia slogan: tutto diventa ripetitivo, tutto diventa meccanicistico… nulla ha più una dimensione speciale: tutto è un guazzabuglio!

La folla,senza curarsi del senso, grida un mantra, una formuletta preconfezionata… alla ricerca di una soluzione che, forse, mai verrà trovata!

Ho più volte detto che questa canzone è basata sui paradossi. Ecco il paradosso più grande: l’uomo, un animale che ha perso la sua identità di animale, un essere snaturato…

La canzone procede sulla tematica dell’alienazione: se l’uomo è alienato dalla sua stessa natura, lo è anche dai suoi simili! Non solo desidera allontanarsi,, prendere le distanze, da sè stesso, dalla sua natura, ma anche dai suoi simili. Ecco perchè prosegue dicendo:

Piovono gocce di Chanel
Su corpi asettici
Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili

Altro paradosso: il profumo serve a rendersi riconoscibile… in questo caso serve per mettersi “in salvo” dall’odore dei tuoi simili… già… ma quali sono questi “simili”? La strofa può essere interpretata in due modi:

  • Ognuno cerca di distinguersi dall’altro ma la moda, alla fine, finirà per rendere tutti uguali!
  • I simili di cui si parla non sono gli uomini ma gli animali… L’uomo cerca di coprire in ogni modo possibile “l’odore” della sua natura, cercando (e sperando) di distinguersi dalle bestie… rimanendo pur sempre una bestia…

Da notare l’aggettivo ” asettico“. L’ho cercato sul dizionario: significa “privo di passionalità” ma il profumo non richiama, in un certo senso, la passione? Di solito il profumo si mette per far colpo… Il senso qual’è? che l’uomo cerca di essere ciò che non è, cerca di estraniarsi dalla sua stessa natura, dal suo stesso essere.

In ogni caso, la strofa mette in evidenza il fatto che l’uomo cerchi di essere unico, di differenziarsi dagli altri… ma ci riesce?

La risposta viene data nella strofa successiva:

Tutti tuttologi col web
Coca dei popoli
Oppio dei poveri.

In una canzone che parla di “alienazione” non poteva non esserci un riferimento al maestro dell’alienazione, Marx.

Diceva Marx: “la religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli.

Questa frase è, in un certo senso, la chiave dell’intero brano: se in passato l’uomo si aggrappava alla religione ed in essa esprimeva il suo “male di vivere”, oggi il “gancio” è il WEB… ma l’oppio, si sa, anestetizza, addormenta… ecco che tutto quadra: l’uomo ha perso la capacità di porsi domande di senso e di ricercare risposte “importanti”, rifugiandosi in una gabbia, il web, che gli promette libertà d’essere… dando, però, soltanto un grande vuoto d’essere. Gabbani ci dice una grande verità: il WEB è la religione del presente. Fateci caso, ne ha assunto tutti i connotati: fornisce risposte a domande di senso, ha le sue gerarchie, ha una sua ritualità… credevate di essere liberi? No, cari amici miei, siete tutti adepti di una grande religione sociale… la religione del web, la più infima delle religioni!

AAA cercasi (cerca sì)
Umanità virtuale
Sex appeal (sex appeal)

Nell’ottica di questa “religione del web“… dov’è finita l’umanità? Anch’essa si è trasformata, è diventata “virtuale”,finta… prodotto alienato di una società alienata! L’uomo, abbandonando la sua natura originaria, non è più uomo ma solo un fantoccio virtuale che pone tutta la sua energia nella “seduzione” ossia nel “sè – durre“, condurre a sè… Il messaggio che viene lanciato è che “IO sono il centro del mondo”: ogni cosa ha senso se ha senso per me… apparentemente questo è sinonimo di libertà e di dare importanza al singolo ma, nella pratica, è sinonimo di alienazione, di allontanamento dalla realtà… da noi stessi… dagli altri…

Devo ammettere che, analizzare il testo di questa canzone, mi ha angosciato abbastanza: possibile che non ci sia via d’uscita? possibile che tutto sia perduto?

Quando avevo perso la speranza ecco una frase:

Quando la vita si distrae cadono gli uomini.
Occidentali’s Karma
Occidentali’s Karma
La scimmia si rialza.

Cos’è la vita? Per rispondere dobbiamo scomodare i greci. In Grecia c’erano due modi per dire “vita”:

  • Biòs, che indicava l’insieme dei processi che permettono la vita (vedi biologia…)
  • Zoè, il principio di vita, l’essenza.

Prenderemo in considerazione solo Zoè: quando la vita si distrae cadono gli uomini… quando si perde di vista il principio e l’essenza della vita, l’uomo perde se stesso… quando si perdono le proprie radici, nulla avrà più un senso! L’uomo d’oggi si è alienato dalla sua natura animalesca, ha mascherato la sua origine con l’intelligenza (con la presunta intelligenza…) perdendo sè stesso, diventando altro da sè…

Ma è proprio quando la “vita”, ossia la quotidianità, si distrae che l’uomo può recuperare la sua origine: distraendosi da una distrazione! Solo così la scimmia può rialzarsi… ridiventare sè stessa!

Ed infatti, subito dopo aver prospettato il “rialzamento”, Gabbani utilizza una parola meravigliosa, troppo usata e poco conosciuta: Namastè.

Namastè è il saluto buddista: significa “mi inchino a te“, alla divinità che è in te… E’ proprio questo il centro della rinascita: riconoscere in sè e nell’altro il tempio del divino… in ognuno di noi c’è una scintilla d’eterno, di divino… ma questa scintilla sembra essersi spenta (infatti dopo il “sacro” Namastè” c’è il più rozzo “Alè”, di ovvia ispirazione calcistica…).

Che dire, un brano meraviglioso: parlare della confusione e della perdita di senso nella nostra società facendo finta di non avere senso… L’autore di questa canzone ha fatto un capolavoro: infiniti paradossi per una canzone che parla del più grande dei paradossi: l’uomo! Ed è proprio in questa confusione di parole e di senso che, non a caso, l’ultima parola è… OM!

Questa canzone parla di speranza: speranza di poter ritrovare la calma anche in un mondo che sembra aver perso ogni senso…

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Namastè!

 

 

 

 

Caro Babbo Natale…

Caro Babbo Natale,

sono entrato, ormai da un pò di tempo, in quella parte di vita in cui, a Natale, non si desiderano più regali che possono essere comprati ma solo doni che possono essere desiderati, desiderati soltanto poiché non possono essere comprati, né fatti a mano: dei doni che solo la vita può darti.

Per questo Natale, desidero Tempo, perché non sembra mai abbastanza quello che si ha: tempo per rendermi conto di chi sono, tempo per imparare e per dimenticare quel che già so, tempo per conoscere meglio me stesso ed il mondo che mi circonda, tempo per imparare ad amare ed a lasciarmi amare;

Coraggio, perché senza coraggio il tempo non ha nessun valore: coraggio di cogliere l’attimo, di vivere ogni singolo momento come se fosse l’ultimo (o l’unico), coraggio di spendere tutto me stesso, coraggio di andare avanti nonostante tutto, attorno, vada nel verso sbagliato.

Pazienza, perché senza pazienza non ha senso essere coraggiosi: pazienza per saper aspettare il momento giusto, l’occasione per cui vale la pena vivere e per essere coraggiosi, pazienza per essere in grado di sopportare tutto ciò che si frappone fra me ed il mio sogno.

Persone, perché se non si hanno persone con cui condividere la propria vita, non ha senso avere tempo, o coraggio o pazienza: persone che siano diversamente uguali da me, persone con cui crescere, persone con cui litigare, persone con cui parlare e persone con cui stare in silenzio.

Ma fra tutte le  persone che potrai donarmi, ne vorrei una speciale: una con cui essere me stesso, perché non si può mostrare il nostro io a tutti, non si possono donare le perle ai porci. Una persona con cui ridere, una persona con cui piangere, una persona con cui litigare e con cui fare l’amore, una persona da accarezzare, con l’anima, con le parole, con i baci; una persona che sia legata a me, che non si lasci confondere da qualche parola messa fuori posto, o da naturali ed illogiche gelosie: una persona che mi completi, che sia mia senza appartenermi, una persona che si prenda la parte migliore di me e che non la disperda fra i soffi del vento.

Questo vorrei per Natale,
perché solo questo è ciò per cui vale la pena vivere.

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Ditemi se questa è una poesia…

Entro a gamba tesa nella questione: il Nobel alla letteratura a Bob Dylan è meritato o no? E’ possibile che un tale premio possa essere dato ad un cantante?

Si.

E vi spiego perchè (sempre partendo da ciò che io penso).

La letteratura rappresenta una “sintesi organica dell’anima e del pensiero d’un popolo”, ovvero uno specchio della rispettiva società in un tempo definito e che varia di opera in opera.

La Letteratura è, dunque, quel costrutto sociologico che, attraverso dei simboli fa emergere i sentimenti condivisi da un dato gruppo di persone (magari un popolo oppure una subcultura) in un dato periodo. Non esiste una rappresentazione organica e stabile di letteratura poichè, ogni popolo in ogni tempo, ha una diversa sensibilità.

La letteratura, sebbene derivi dalla parola “littera” ossia “lettera” ha un’origine che si discosta totalmente da questo termine: le prime letterature, infatti, cominciarono a diffondersi in un periodo in cui la scrittura non era ancora esistente o, comunque, non ancora ampiamente diffusa. Un esempio sono gli Aedi, cantori dell’antica Grecia che andavano di corte in corte a declamare i miti ed i racconti di dei ed eroi.

Ecco, sebbene ci sia da sempre un dibattito su questa faccenda, è innegabile che letteratura ed oralità siano sempre state collegate. La scrittura, infatti, è sempre stata, perlomeno in passato, quando era alto il livello di illetteratismo, strumento per pochi fortunati fruitori… la lingua orale, invece, era per tutti! Ed è proprio dall’oralità che nascono certi generi letterari come il mito e la fiaba, per esempio.

Dunque: la letteratura è la rappresentazione simbolica dei sentimenti di una determinata cultura. Stando a questa definizione, Primo Levi faceva letteratura? Si, perchè esprimeva i sentimenti della sua etnia durante il periodo della Shoah; Virgilio faceva letteratura? Si, perchè esprimeva i sentimenti del popolo latino durante il periodo dell’impero di Augusto… e così via, potrei fare mille esempi.

Ora, stando a queste premesse: un cantante può essere considerato produttore di letteratura? Io penso proprio di si, proprio in virtù di tutto ciò che ho scritto precedentemente. Il cantante, ovviamente non sempre, riesce a tracciare, attraverso lo strumento della musica, il ritratto di un  periodo storico ben definito in cui egli è inserito, alla stregua  di un aedo o di un poeta: il poeta scrive, il poeta canta. Strumento diverso, stessa funzione.

Avete presente certi brani di Mogol o di Dè Adrè o di Lucio Dalla? Non sono poesie? Io penso proprio di si, e la musica è solo uno strumento con cui esprimere tale testo.
Ma allora dove sta il problema, se tutto è così ovvio?

Il problema sta nel fatto che, purtroppo, siamo abituati a ragionare a “compartimenti stagni”: una canzone è canzone; un quadro è un quadro. STOP.

Ed invece no: le espressioni dell’ingegno umano non possono essere classificare rigidamente poichè sono frutto di un qualcosa che rigidamente non può essere classificato!

Il caro Alessandro Baricco ( che se non avesse scritto ” ‘900” non penso che sarebbe potuto definirsi scrittore, stando ai suoi stessi ragionamenti) ha avuto il coraggio (e non lo dico in senso dispregiativo o retorico…) di esprimere la sua idea: “Cosa c’entra Dylan con la letteratura?

E’ stato coraggioso, certo, ma anche molto ignorante… nel senso che, proprio lui che si definisce scrittore e uomo colto, ha ignorato (ed è per questo che ho detto ignorante) quale sia  l’essenza del concetto di letteratura. Baricco, per citarne uno, avrà avuto i suoi buoni motivi: non gli piace Dylan o magari ha rosicato perchè avrebbe voluto lui il premio…perfetto, tutte motivazioni lecite… ma ciò non toglie che chiedersi cosa c’entri Dylan con la Letteratura sia qualcosa di inappropriato.

Discutere sterilmente è inutile! L’unica cosa che possiamo  fare è metterci le cuffiette e perderci nella poesia musicale… perchè si… Questa è Poesia!

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Il respiro di Dio

Cosa potrei desiderare da un titolo così?
Bhe, sicuramente è un titolo importante, da cui ci si aspetta qualcosa di profondo.

Metto subito le mani avanti: non si tratta di un saggio di teologia ma solo di una personale riflessione sul tema… già… ma qual’è questo tema?

Qualche giorno fa mi è capitato di rileggere il brano della creazione dell’uomo, tratto dal libro della Genesi:

[…] allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. […]

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Dio crea Adamo, l’uomo, soffiando nelle radici di un “pupazzetto” plasmato d’argilla.
Ma il testo, nella versione italiana, non si limita a dire “soffiare “ma dice, invece, che Dio “soffiò un alito di vita“.  Ma non mi accontento di leggere questa traduzione. Nell’originale ebraico, il termine utilizzato è נִשְׁמַת חַיִּים che, traslitterato, diventa nishmàt khayìym; in greco αὐτοῦ πνοὴν ζωῆς, che traslitterato è aftoú pnoín zoís. Insomma: in ogni traduzione il concetto è sempre lo stesso.

Mi sono chiesto, però, una cosa: cosa faccio quando soffio? Bhè, emetto una certa quantità di fiato verso l’esterno, in pratica porto all’esterno l’aria che sta dentro il mio corpo. L’analogia ARIA – VITA non è scontata, sebbene sembri banale: l’uomo ha bisogno di aria per vivere. Dunque, soffiando, io disperdo un pò della “mia” aria, dell’aria che mi appartiene…ossia della mia vita! Stando al racconto biblico, dunque, Dio effonde nell’uomo, che fino a quel momento era solo terra, parte della sua vita… detto in altre parole, Dio dona all’uomo parte della Sua vita.

Ora occorre chiarire bene cosa intende il testo con “Vita”, in greco, si può dire in due modi: ζωή (Zoè) o βίος (Bios). La traduzione utilizza il termine ζωή. ζωή, però, non significa semplicemente vita bensì significa “essenza”. Mentre Bios indica i modi in cui si vive, le modalità con le quali la vita si manifesta, Zoè è un principio universale, è il motore della vita stessa, ciò che rende la vita tale. Dio, dunque, effonde la sua ζωή, ossia la sua essenza, ciò che lo caratterizza, ciò che lo fa essere.

Ora un’altra riflessione: se io soffio, il mio soffio si dirige verso ciò sul quale soffio. Nulla di difficile. Dunque, se Dio soffia sull’uomo, nell’uomo, il suo soffio entra in lui, ne rimane “appiccicato”. Il soffio di Dio diventa il soffio dell’uomo: ζωή di Dio diventa ζωή dell’uomo, uomo e Dio condividono, da ora, la stessa essenza. Ecco perchè, allora, poco prima di questo brano la genesi dice che:

E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza

L’uomo non è Dio, rimane pur sempre una creatura ma condivide con il suo creatore la sua essenza.

Ora che abbiamo appurato questo, occorre da chiarire quale sia l’essenza di Dio. L’essenza è la parte più importante, che costituisce la natura di un essere. Sappiamo,attraverso il salmo 135, che Dio “è buono”. Il salmo 135 continua chiarendo il perchè Dio sia buono: è buono poichè eterna è la sua misericordia. 

Quel “è” specifica l’essenza, ciò che lo distingue: la bontà, ossia la capacità di amare senza misura. L’essenza di Dio, dunque, è la bontà. Nelle lingue dei popoli antichi, però, il termine “buono” corrispondeva al termine “bello”: Dio è bello. Ecco, allora, qual’è la sua essenza, la sua ζωή: la Bellezza.

La Bellezza è il soffio che Dio ha effuso nell’uomo, è la bellezza l’essenza dell’uomo.

L’uomo ha ricevuto da Dio la Sua Bellezza, come un tesoro geloso da custodire ma non per dominare o per essere superiore ma per essere “buono”, gradevole insomma… pienamente vivo!

La Bellezza è il soffio con cui Dio ha creato la vita ed è l’essenza stessa della vita.

Mi chiedo, allora, perchè noi uomini, che siamo fatti di BELLEZZA, invece di custodire questo tesoro, lo sprechiamo e lo perdiamo? Perchè, se siamo BELLEZZA, ci costruiamo forme fittizie che la imitino? Perchè se SIAMO BELLEZZA allora CERCHIAMO la Bellezza fuori di noi, come se fosse qualcosa di esterno?

Il racconto biblico risponde anche a questo: l’uomo, creato ad immagine di Dio, perde questa immagine attraverso il peccato. L’immagine, ossia la forma, la MORPHE’ (Ecco perchè ho scelto di intitolare così questo blog ), intrisa di Bellezza  che era quella” a somiglianza di Dio” si sciupa, si perde  e ci pone nella condizione opposta a quella originaria. Sebbene essenzialmente fatti di BELLEZZA ecco perchè la ricerchiamo sempre nell’esterno,perchè l’abbiamo persa, come una ruota sgonfia: essa è fatta per contenere l’aria ma, di fatto, non la contiene… come noi che, fatti per “contenere” la Bellezza, di fatto non la conteniamo.

Ma in questo non deve esserci angoscia, pensando che sia finita e che non ci siano vie d’uscita: Dio, che questa Bellezza non la perde, ci viene incontro per ridarcela e lo fa ponendosi nella nostra stessa condizione, svuotandosi per riempirci.

Dunque: l’uomo diventa, nella creazione, immagine di Dio poichè ne eredita la Bellezza. Tale Bellezza viene dissipata, sprecata, così l’uomo perde tale immagine. Dio, però, amando l’uomo, capovolge i termini e prende Egli stesso l’immagine sciupata dell’uomo, per ridare l’originaria dignità.

Ecco perchè considero sbagliato pensare che la vita faccia schifo, che sia inutile, brutta, anche quando effettivamente così sembra essere: siamo fatti DI bellezza PER ESSERE bellezza… e nonostante la vita sembra dirci l’opposto, in noi questo seme eterno rimane sempre vivo.

L’uomo nasce dalla terra, secondo il racconto biblico, ossia dalla polvere: tranquillo, amico! Anche se la tua vita sembra polvere ricordati che sei destinato a ricevere il soffio che ti da la vita…

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Anche se ti sembra che la tua vita sia brutta, ricorda che in essa c’è il seme eterno della Bellezza!

E’ dal seme del dolore che nasce il fiore più bello

Quando si parla di dolore si tende a generalizzare, affermando che nel dolore non c’è nulla di buono e che l’unica cosa che bisogna fare è evitarlo . A pensarci bene, organizziamo tutta la nostra vita cercando di soffrire il meno possibile, perchè in fondo, soffrire, ci fa paura. Non siamo pronti, non siamo abituati: preferiamo nasconderci dietro mille illusioni pur di non soffrire, ma alla fine il dolore ci raggiunge sempre. Perchè? Perchè il dolore è il fondamento della natura umana.

Ma facciamo un passo indietro. Esistono due tipi di dolore: quello sterile e quello fecondo. 
Il dolore sterile è quello che non porta da nessuna parte, quello che si avvolge su sè stesso, quello che ci acceca e che non ci permette di osservare e vivere la realtà. Il dolore fecondo, invece, è quello dal quale riusciamo a trarre un’insegnamento, è quello che ci serve ad aprire gli occhi per osservare e vivere meglio la realtà.

Ma come si fa a differenziare i due tipi di dolore? Come fare a capire se si sta vivendo il primo o il secondo? Cosa rende un dolore sterile?

Il dolore in sè non c’entra… quel che determina la tipologia è la nostra attitudine:

Il fiore sbocciato nelle avversità è il più bello ed il più raro

Il dolore è come un seme. Se il terreno in cui attecchisce è un terreno buono, si trasformerà nel fiore più bello: ho visto tanti fiori nascere in mezzo ai rovi, o in terreni aridi, in mezzo al nulla. Ma se il seme attecchisce in terreni inadatti, il fiore non riuscirà a nascere e la sua bellezza verrà soffocata.

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Quando ci troviamo davanti ad un dolore dobbiamo chiederci: cosa può nascere da questo dolore?

Se abbiamo la forza di porci la domanda siamo già sulla buona strada per trovare la risposta! Ma se non abbiamo la forza di porci nemmeno la domanda, come faremo a trovare la risposta?

In conclusione vorrei raccontare una storiella, una storiella che racconto sempre quando devo parlare della “bellezza” del dolore:

Una perla si forma quando un corpo estraneo, come un granello di sabbia o un corpo volutamente introdotto, si introduce all’interno dell’ostrica . Il mollusco avverte il pericolo così comincia a ricoprirsi di strati che, sovrapponendosi uno sopra l’altro, formano la madreperla.

Il mollusco trae dal dolore la forza giusta per superarlo, come un cane che si morde la coda. Potrebbe lasciarsi invadere, oppure potrebbe impugnare una battaglia furiosa… invece no: una perla, per formarsi, ha bisogno di anni, moltissimi anni! Giorno dopo giorno, strato dopo strato, il mollusco si oppone al dolore… non si lascia stravolgere e non gli si oppone con la forza. La sua è una silenziosa opposizione, una lenta comprensione.

Ci vogliono anni per fare una perla.
Ci vogliono anni per far nascere, dal seme del dolore, il fiore più bello…

 

Se non ami…

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In tanti, forse in troppi, hanno parlato dell’Amore: lo hanno analizzato, fatto a pezzi e rimontato, stravolto, trasformato, declamato… ma forse nessuno lo ha capito fino in fondo. E questo non è qualcosa di cui stupirsi: è impossibile comprendere l’amore nella sua integrità, nella sua globalità. Perchè? Bhè, perchè l’amore è qualcosa che va al di sopra delle razze, delle età, delle nazionalità e, allo stessso tempo, è come un diamante che proietta la luce in mille fasci diversi. L’amore è per sua  natura un paradosso: universale e specifico allo stesso tempo. Ed è per questo che è incomprensibile. I greci, per citare un esempio, avevano individuato diversi “tipi” d’amore: eros, quello erotico; agape, quello spirituale; philia, quello legato all’amicizia; storge, quello legato ai figli; Xenia, quello legato agli ospiti. Già da una semplice questione  lessicale è possibile capire quanto l’amore sia un fenomeno complesso. E’ un pò come una fonte che, scorrendo a valle, porta l’acqua a diversi argini che, scorrendo in direzioni diverse, diventano fiumi diversi avendo però la stessa  origine. Ed ecco l’amore: ognuno gli da la propri interpretazione ma, risalendo, troveremo sempre la stessa origine, la stessa fonte.

riassunto-cyrano-de-bergeracUna cosa è certa: l’amore è essenza della vita, e forse è proprio ciò che determina la vita. A parte il fatto che nasciamo da un atto d’amore, dobbiamo considerare il fatto che la nostra vita non ha mai completamente senso finché non ci apriamo all’amore. Di questo ci parla, ovviamente, l’arte. Un esempio che calza a pennello, per capire quanto l’amore determini il senso della vita che viviamo è “Cyrano De Bergerac” di Rostand. Opera meravigliosa, profonda, terribilmente vera. Cyrano è un uomo “multitasking” diremmo oggi, ossia si dedica a varie passioni: abile poeta, abile spadaccino, fine filosofo, esperto astronomo. L’unica cosa che Cyrano non conosce è la paura: sempre pronto ad affrontare la vita, a deriderla se necessario, a scoprirla. Ma di una sola cosa Cyrano  ha paura: di dichiarare il suo amore alla donna di cui è innamorato, la cugina Rossana. Fino all’ultimo le nasconde il suo sentimento, prima a causa della timidezza, poi a causa dell’amicizia che lo lega a Cristiano, il ragazzo di cui Rossana è innamorata e poi anche dall’età, e dai corsi della vita. Insomma: Cyrano non ha paura di niente ma ha paura di amare. Ed io penso che una delle più belle frasi sull’amore sia quella che Egli pronuncia in punto di morte e, paradossalmente, è una frase che non parla direttamente di amore:

Astronomo, filosofo eccellente.
Musico, spadaccino, rimatore,
del ciel gran viaggiatore
gran maestro di tic tac.
Amante – non per sè – molto eloquente
Qui riposa Cirano
Ercole Saviniano
signore di Bergerac,
che in vita sua fu tutto
e non fu niente

Fu tutto e fu niente…  Nella vita puoi essere tutto, un astronomo, un poeta, uno spadaccino, un parlatore… ma se non hai il coraggio di amare, non sei niente.

Ecco perchè una santa, una volta, disse che il contrario dell’amore è il possesso: puoi avere tutto nella vita, puoi essere tutto nella vita… ma l’amore è un qualcosa che va oltre.

Guardate Cyrano, che passò una vita ad amare una donna ma fino all’ultimo la paura lo avvolse e lo spinse a tutto, a tutto ciò che una persona dotata di senso considererebbe follia: aiutare il proprio rivale ad amare la propria amata. Quella di Cyrano, sebbene piena, non è vita… poichè non è vita quella senza amore.

O amici miei, questa non è utopia, e voi lo sapete bene poichè, tutti voi, sentite che in fondo, nonostante tutto quel che facciate, vi manchi qualcosa… è proprio quel qualcosa in più ciò che il mondo chiama amore. L’amore non è amore perchè si adegua al mondo, l’amore è amore perchè rende un pianeta qualsiasi un “mondo”. Si, quest’ultima potrebbe sembrare una frase smielata, forse lo è… o forse no!

Fatto sta che, per quanto incomprensibile, l’amore è la base della vita, senza il quale possiamo “esser tutto ed essere niente

Due facce

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La luna ha due facce ma ne mostra sempre e solo una… beata lei! Noi, di faccia, ne abbiamo una ma, come minimo, ne mostriamo due!

Perchè? Per paura, per convenienza, per divertimento…

 

 

 

Mi sono informato: non è una cosa dei giorni nostri quindi, per questa volta, dovremmo rinunciare a dare la colpa alla società di oggi…
Da sempre c’è stata la cultura della “doppia faccia“, non sempre vista come fatto negativo.
A Roma, la doppia faccia era impersonata dal dio Giano, custode del passato e del presente, dell’inizio e della fine, del passaggio e del ritorno. Una doppia faccia, insomma, che si faceva carico degli opposti, delle antitesi… E l’uomo, in fondo, è un guazzabuglio di opposti! L’uomo è luce e ombra, odio e amore… L’uomo è frutto di opposti, l’uomo è una medaglia con infinite facce.

Emozioni-e-Salute-due-facce-della-stessa-medaglia

Ma la cosa negativa non è tanto il fatto di avere più facce… bensì quello di passare repentinamente dall’una all’altra, senza una logica!

E’ questo il nostro grande problema! Mi viene in mente un passo del Vangelo:

Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno

Gesù, come sempre, c’ha visto lungo: la causa del nostro male è la doppiezza (o la “triplezza” o “quartezza”…) del cuore: l’uomo è l’unico animale che vuole A, pensa B e fa C… rimpiangendo di non aver fatto D.

L’uomo riesce ad essere  il tutto ed il suo contrario, felice quando è triste e triste quando è felice, riesce a fingere, a recitare…

Forse è proprio questa l’origine della sofferenza: agiamo diversamente da ciò che siamo perchè vorremo essere altro da noi…la risposta è scoprirsi ed amarsi… solo così avremmo possibilità di avere una faccia, una faccia che ha il coraggio di guardarsi allo specchio e di trovare, in quello sguardo, un sottile velo di Bellezza!

 

La piccola grande lezione dell’Islanda

Ci hanno sempre insegnato che i grandi sono grandi ed i bambini sono bambini; che quelli intelligenti e furbi vincono mentre i fessacchiotti perdono; che chi urla è più forte di chi pensa… Già, ce lo hanno insegnato… ma la nazionale islandese, durante gli europei, ci ha insegnato qualcosa di più importante: anche un bambino può essere un gigante, anche un debole può combattere (e vincere) una battaglia! Che meraviglia, quell’Islanda, capitanata da un elettricista e costituita da persone come tante altre! Che meraviglia, quell’Islanda, in cui bastano sogno, coraggio e volontà per vincere.

E mi viene in mente un salmo, l’otto:

 Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici,
per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore.

Che bell’esempio che ci hanno dato: il piccolo ha in sè la forza di un gigante…deve solo capire quanto vale! E loro ci hanno creduto… E’ questa la piccola grande lezione dataci dall’Islanda: a volte, basta solo fidarsi di sè e dei propri sogni… al resto ci pensa la Vita (Mi han detto così…)