#EstateOmerica – Xenìa, la sacralità dello straniero

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Se pensiamo all’antica Grecia, ci viene in mente subito l’arte, la filosofia… in poche parole: cultura. La cultura greca è stata una delle più floride realtà dell’antichità, una delle migliori. C’è una cosa che però nessuno dice mai: a cosa è dovuta questa magnificenza? Il centro della cultura greca era il culto, non solo degli dei.

Nella Grecia antica, in particolare nella cosiddetta “Grecia Omerica”, esisteva una regola: la Xenìa, letteralmente “culto dello straniero“. Questa pratica aveva fondamento nella credenza che gli dei amassero camuffarsi da uomini e fare visita ai mortali. Per questo motivo era un atto sacro accogliere lo straniero, chiunque esso fosse: poteva essere un dio mascherato. A questa regola, orbitavano attorno vari corollari:

  • il rispetto del padrone di casa verso l’ospite
  • il rispetto dell’ospite verso il padrone di casa
  • la consegna di un “regalo d’addio” all’ospite da parte del padrone di casa

 

La Xenìa aveva un ruolo essenziale, basti pensare che una delle cause scatenanti della guerra di Troia fu proprio la violazione di questo sacro patto… anzi, diciamo che i troiani interpretarono la regola del “regalo d’addio” a modo loro, portandosi a casa Elena, moglie del re. Vabbè,sono cose che capitano! Violazioni della Xenìa erano, dunque, punite con la spada, basti pensare al trattamento che Ulisse, tornato a casa, riserva ai proci, ossia ai pretendenti di Penelope, che, durante la sua assenza, devastarono la sua casa e prosciugarono le sue ricchezze.

Tutta questo, però, mi fa pensare ad una cosa. I greci, come abbiamo detto, sono ancora oggi ricordati per la magnificenza della loro cultura… possibile che ciò dipenda anche dal trattamento che riservavano agli ospiti, agli stranieri?

Lo Xenos, lo straniero, non faceva paura… o meglio, faceva paura, poichè poteva essere un dio, ma proprio per questo era rispettato. Oggi invece ce ne freghiamo! Lo straniero ci fa paura. E forse è per questo che il nostro mondo si sta sgretolando.

Il rispetto e l’accoglienza sono valori che rendono grande un uomo e, di conseguenza, la sua società. Oggi ce ne freghiamo. Abbiamo paura di riconoscere come “nostri” dei bambini nati e cresciuti qui quando, nell’antica grecia, lo straniero diveniva temporaneamente membro della casa, a tutti gli effetti. All’epoca non si tornava dai viaggi e trovarsi a casa era una preziosa panacea a molti dolori. Anche oggi non si torna spesso dai viaggi, perlomeno da quelli che i cosiddetti “stranieri” fanno sulle barche della morte. Quanto sarebbe bello riabilitare la Xenìa, facendoli sentire a casa loro, parte di noi. Ma noi abbiamo paura, ci perdiamo in mille facezie burocratiche e ci dimentichiamo che, in fondo, anche noi siamo stranieri…

 

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#EstateOmerica

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Ci sono dei libri che, ogni tanto, andrebbero (ri)letti. E’ questo il caso dell’Odissea di Omero. Ogni volta sembra un libro diverso, ogni volta riesce a leggere la mia anima. Questo accade solo con i capolavori, con i veri capolavori.

In realtà, più che un libro, è un vero e proprio mare, un universo dentro l’universo e questo non è un caso: prima di essere un libro, L’Odissea è stata un racconto orale che, di bocca in bocca, mutava forma, assumeva la forma di chi lo raccontava. Leggendo quei versi si sente il profumo del mare,  il sapore del vino; si riesce a percepire il colore degli sguardi e delle emozioni.

L’Odissea è un capolavoro perchè è un libro vero e vero non significa che i fatti narrati siano effettivamente accaduti: l’Odissea parla dell’uomo, di un uomo che è, però, simbolo dell’uomo, nella sua universalità. Un uomo in viaggio, un uomo che ha vissuto molti dolori, un uomo che desidera tornare a casa, dai suoi affetti. Un uomo che, nonostante questo, non abbandona  l’amore per la vita. Ulisse è tutto ciò. Ma l’Odissea non è un capolavoro solo grazie al suo protagonista: nel mondo raccontato da Omero incontriamo una passerella infinita di personaggi, alcuni semplici meteore altri veri e propri personaggi secondari o, in alcuni casi, co protagonisti. Il mio preferito è Telemaco, immagine del figlio alla ricerca del padre. In realtà la descrizione del personaggio è molto più profonda e per questo scriverò un post dedicato. Poi c’è Penelope, Laerte, i proci, Polifemo, Circe, Calipso… Ogni personaggio è una storia, ogni personaggio è parte di noi, che a distanza di millenni ancora leggiamo questo racconto meraviglioso. Ho tralasciato, forse, il personaggio più importante: il mare. Il mare è il vero protagonista. Molto spesso la sua immagine coincide con quella di Poseidone, il suo dio… ma non sempre. A volte il mare sembra vivere di vita propria, sembra agire  guidato dalla sua volontà.

Quest’estate mi dedico all’Odissea, mi dedico al “Nostos”, al ritorno: ognuno di noi ha bisogno di “ritornare” a casa, ai propri affetti, a sè stessi… l’Odissea è il navigatore ideale per questa ricerca.

Non chiamarmi “maestro”…

Ci sono molti modi per indicare qualcuno che trasmette delle conoscenze: maestro, insegnante, docente, educatore… Le usiamo indistintamente, quasi come fossero sinonimi l’uno dell’altro. Non dobbiamo stupirci di questo: non siamo più abituati a dare alle cose il giusto peso, il giusto valore, e ci accontentiamo dei “sinonimi“. Secondo me i sinonimi non esistono: ogni parola, sebbene indichi più o meno la stessa cosa di altre, ha un proprio valore, una propria identità. Così anche per “chi trasmette conoscenze“: la più “famosa” (e forse la più antica) è maestro.

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Maestro deriva dall’aggettivo latino magis, comparativo di maggioranza di magnus, che significa “grande”. Il “magister”, per parlare come facevano i latini, indicava qualcuno esperto in una determinata disciplina (dall’arte di governare alle arti pratiche), il quale si poneva su di un gradino più alto rispetto agli altri. Per analogia, oggi, usiamo la parola maestro per indicare qualcuno che insegna ad altri dei saperi ignorando il fatto che, stando al significato profondo del termine, presupponiamo che tale individuo sia “di più” rispetto agli altri. Virtù fondante di chi trasmette saperi è, a parer mio, l’umiltà, ovvero il sentirsi “uomo tra gli uomini”: sapere più informazioni non presuppone “l’essere di più”. Per molto tempo, e forse ancora oggi, molti “trasmettitori di saperi” hanno avuto la pretesa di porsi su di un gradino superiore rispetto ai propri allievi, abbandonando l’umiltà del servo ed abbracciando la superbia del padrone: Si pensi, per esempio, ai tempi, non molto lontani, in cui al maestro, oltre al voi di riverenza, erano riservati altri “reverenzialismi”. Chi trasmette saperi è pari, in dignità, a chiunque altro gli si avvicini, anzi, forse anche di meno, poiché deve porsi nella condizione di “servire” qualcuno, anche se solo a livello culturale o etico. Maestro, dunque, pone, linguisticamente, il centro su chi insegna. E’ una parola “egocentrica”, una parola che definisce qualcuno, naturalmente debito al servizio agli altri, “maggiore” degli altri.

Abbiamo, poi, la parola Docente. Tale termine deriva dal latino Doceo, ossia “condurre”. Il docente (o “duce”), nel mondo latino, era colui che guidava l’esercito, in modo che potesse vincere la battaglia. Allo stesso modo un insegnante e non solo perché “insegnare è come andare in guerra”, come qualcuno afferma. In quinta elementare scrissi una poesia dedicata alle mie maestre (uso questo termine per abitudine… critico i sinonimi ma ne sono succube…). La  poesia, intitolata “Luci nella notte” recitava così:

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Tralasciando la semplicità del testo (scritto a 10 anni) e qualche errore (o ORRORE, come cuore scritto con la q…), possiamo individuare qualche interessante elemento di riflessione: agli occhi di un bambino appena uscito dalle elementari, le maestre sono paragonabili a delle luci, a dei fari, che conducono le navi al porto o, meno simbolicamente, i bambini verso un qualcosa di concreto, verso la vita. Ma agli occhi di un bambino di 10 anni, le maestre sono anche come dei soldati… vuoi vedere che i latini ci avevano preso? A 10 anni non avevo tutte le conoscenze che ho ora eppure la mia mente, inconsciamente, ha usato questa parola. Forse perchè è così: è necessario essere docenti, è necessario portare verso qualcosa… certo, i riferimenti bellici intimoriscono un pò… ma niente paura! In questo caso si tratta di una cosa buona.

Altro termine utilizzato è Insegnante, termine di gran lunga migliore rispetto ai precedenti. Tale termine deriva dal latino “Insignarea sua volta costituito dal verbo “signare” ossia “lasciare un segno” preceduto dal prefisso “in” che indica il “dentro”. Insegnare, dunque, significa lasciare un segno dentro… ma dentro a cosa? Semplice: dentro al cuore ed all’anima. L’insegnante è colui che in- segna ossia pone un qualcosa dentro al cuore del suo allievo e questo qualcosa non dee essere necessariamente una conoscenza “teorica”: l’insegnamento maggiore che un insegnante può trasmettere non come calcolare a mente la radice quadrata di un numero o come imparare a mente l’intera Divina Commedia bensì come vivere! L’insegnante deve crucciarsi, ogni giorno, di seminare la passione, la bellezza, l’entusiasmo nei cuori di chi lo ascolta. Forse vi chiederete: “ma cos’è che l’insegnante deve lasciare nel cuore degli allievi?” Risposta: un segno. Non è un girare a vuoto ed ora vi spiegherò perché. La parola segno deriva dal provenzale senh a sua volta derivante dal latino Signum. La radice di tale termine, -sak, di derivazione europea, significa “dire”. Il segno, dunque, è un qualcosa di detto che guida verso qualcosa, un’indicazione, per essere più chiari. Potremmo dire, per estensione di significato, che il segno è una parola. Secondo quanto detto, quindi, l’insegnante altro non semina che parole, indicazioni.

contadinoMi piace molto paragonare l’opera di un insegnante a quella di un contadino: non a caso, l’insegnante, deve preoccuparsi di “fare cultura”, termine che in origine, e a volte anche oggi, è utilizzato in campo agricolo (Cultura deriva dal latino “Colo” che significa “coltivare”: la cultura, secondo l’accezione odierna, non è altro che la coltivazione dell’anima). L’insegnante, che alla virtù dell’umiltà deve accompagnare quella della pazienza, deve curarsi di seminare delle parole nel cuore di chi lo ascolta in modo che queste parole possano germogliare a suo tempo. Il difetto dei “maestri” è quello di imporre, ossia di trasmettere la “conoscenza” non tendendo conto di chi hanno davanti: non tutti gli uomini sono uguali, come non sono tutti uguali i semi (o i terreni). Il buon contadino ed il buon insegnante, sanno che per tutto c’è un tempo e che, soprattutto, la natura ha dei tempi suoi che possono sembrare incommensurabili: per questo vi dico “pazienza!” Il contadino sa che il seme non germoglierà subito ma sa che lo farà, a condizione che non venga abbandonato a sé, prima o poi. Ogni giorno, infatti, egli si reca lì e si occupa di lui (ecco l’umiltà: il contadino si piega dinnanzi al seme per curarlo, per dargli ciò di cui ha bisogno), aspettando il giorno in cui, al posto della terra, ci sarà una pianticella. Tuttavia, sebbene il contadino costituisca una componente essenziale per la nascita della pianta, e fornisca degli strumenti essenziali, come concime o acqua o la giusta luce, la forza che spinge il seme a nascere è intrinseca a se stesso. Detto in altri termini: il seme ha dentro di sè la forza che lo spinge a germogliare. Così gli per gli uomini: L’insegnante semina ma è l’allievo che deve trovare dentro di lui la forza per “germogliare”. Per questo motivo egli non può fare altro che fornire strumenti che aiutino a tirare fuori la forza intrinseca del seme: per questo, altro termine riguardante chi trasmette saperi, è Educatore. Tale termine deriva dal latino “Ex duco” ossia “portare fuori”. Chiariamo il concetto: in realtà non è l’’educatore che fa germogliare il suo allievo! Egli gli fornisce gli strumenti affinché egli tiri fuori ciò che ha dentro. Torniamo, dunque all’umiltà ed alla pazienza: il difetto di un insegnante/educatore potrebbe essere quello di voler vedere subito i frutti del suo seminato. Tuttavia non è così: può capitare, anzi, capita molto spesso, che un insegnante non veda mai il frutto del suo operato, sebbene il suo operato porti molto frutto. Ciò può accadere per diverse ragioni: ragioni biologiche (che l’insegnante muoia prematuramente. Non trascuriamo questa componente: ricordiamoci di essere umani, enti finiti e perituri!) oppure ragioni sociali (che i due, insegnante ed allievo, si perdano di vista). Ma per questo dobbiamo rinunciare? No, assolutamente!

Se ci fate caso, siamo partiti da una figura “sopra gli altri” e siamo finiti da un qualcuno che si “piega” di fronte agli altri, che si mette al loro livello. Per me, essere insegnante, significa questo. Il resto è inutilità.

Potete usare la parola che preferite a patto che ricordiate sempre che il punto di arrivo di ogni “maestro” è diventare “educatore” ed “insegnante”: solo così, crescere, non sarà l’anticamera della depressione ma il proemio di una dolce poesia….

 

Il Segreto del Successo

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Riflettevo su una cosa: quali sono i segreti del successo di un libro (o di un libro di successo) ?

Per prima cosa la copertina: deve essere allegra, deve colpire l’occhio. Sarebbe meglio fosse colorata, con qualche immagine particolare. Se è vero che non si deve giudicare un libro dalla copertina, è vero anche che la copertina dice molto del libro… amanti del vintage a parte, libri con una copertina “triste” non son destinati ad essere letti dal grande pubblico…

Poi il titolo: deve essere accattivante, deve acchiappare l’attenzione del lettore, con semplicità e chiarezza. Il titolo viene dopo l’immagine ma è quasi più importante: se la copertina deve colpire, il titolo deve catturare! Molti scrittori hanno fatto successo anche con titoli composti da una sola parola… Pensate a “1984” di Orwell o ” ‘900″ di Baricco. Un libro con un titolo troppo lungo non è un libro commerciale: i titoli lunghi devono essere compresi e la lunghezza non aiuta! Figuriamoci, poi, se è scritto in una lingua strana o se contiene qualche giro di parole o figure retoriche varie…

Poi il prezzo: deve essere accessibile a tutti, non deve costare troppo… altrimenti non tutti potrebbero permetterselo, a maggior ragione al giorno d’oggi: a causa della crisi, il tasso di vendita dei libri è drasticamente diminuito: sempre meno persone leggono… Pubblicare libri con prezzi elevati potrebbe essere il lasciapassare per l’insuccesso, garantito al 100%

Non dobbiamo scordarci  anche i canali di diffusione: per essere letto, un libro deve essere comprato… e per essere comprato deve poter essere visto! Vendere libri in piattaforme online può non essere vantaggioso,  poichè non tutti dispongono dei mezzi (o dell’attitudine) per comprare libri online.

Infine, per avere successo, un libro deve essere pubblicizzato: ormai tutto gira attorno al marketing! Se un prodotto non è pubblicizzato, difficilmente rischia di essere visto… ma la semplice pubblicità non basta: al giorno d’oggi c’è un giro di pubblicità così ampio che, per emergere, è necessario essere incisivi… molto incisivi!

Ora voglio fare un gioco. Abbiamo parlato dei segreti di un libro di un libro di successo: copertina accattivante, titolo chiaro, prezzo basso, reperibile e pubblicizzato. E se volessimo un libro senza successo? Basterebbe avere una copertina scura, triste, cupa; un titolo lungo ed incomprensibile, magari in una lingua diversa dall’italiano… facciamo, per esempio, l’ebraico! Immaginiamo anche che questo libro abbia un prezzo alto (supponiamo 15.00 euro + spese di spedizione), che sia venduto solo online e che non sia molto pubblicizzato. Aggiungiamo, poi, per dare il colpo di grazia, un genere di nicchia, non molto apprezzato dal grande pubblico… supponiamo la poesia! Ecco… unite tutti questi elementi ed otterrete un libro destinato a non avere successo… otterrete “Qòl Demamah Daqqah“, il mio libro di Poesie.

Lo dico senza retorica: ho scritto un libro senza successo. Ovviamente non avrei mai pensato di poter vincere il Nobel o Lo Strega ma speravo comunque di poter essere apprezzato perlomeno da una piccola fetta di pubblico che ricerca, nella lettura, una via per comprendere meglio sé stesso! Niente, Qòl Demamah Daqqah è stato un vero e proprio fallimento… e non lo dico perché ho venduto solo 5 copie (tutte ad amici e parenti…) ma perché non sono riuscito nell’intento che mi ero prefissato: trasmettere ciò che avevo dentro l’anima al maggior numero di persone… Proprio così: viviamo in un secolo in cui tutti possono dire la propria. Bello. L’unico problema, però, è che così facendo si perde il peso, il valore, di ciò che viene detto! Questo libro è audace perchè non cerca il successo attraverso ciò che è commerciale o superficiale bensì attraverso ciò che è nascosto, attraverso ciò che necessita di comprensione.

Forse è stato un mio errore di valutazione: pensare che la gente avesse  bisogno di “senso”. Mi sbagliavo… o meglio… la gente ha bisogno di senso ma, senza dubbio, non si mette  a  cercarlo fra le pagine di un libro di poesie autoprodotto da un ragazzo sconosciuto di 22 anni. Sono stato presuntuoso su questo.

Evidentemente il successo letterario non è roba per me. Pensavo di poter emergere ed invece continuo a stare nascosto.

Mi fermerò? No di certo! Se rinunciassi al mio sogno perchè le persone che sono attorno a me sono troppo prese dalla superficie delle cose per cercare il senso, sarei un fallito! Nella  vita son stato di tutto: uno stronzo, un bravo ragazzo, un bastardo, un calcolatore, un romantico, un sognatore, un bugiardo, uno che dice la verità… ma mai e poi mai ho intenzione di essere un fallito!

Ho imparato, fin da piccolo, a credere nei sogni nonostante le circostanze… e forse è proprio questo il segreto del successo!

Ripartire dalla Bellezza | Lettera aperta al ministro dell’istruzione

Alla cortese attenzione del ministro dell’istruzione,
dell’università e della ricerca Valeria Fedeli

 

Egregia signora ministro,

prima di cominciare metto subito le mani avanti: per parlare con lei ho scelto di utilizzare questa forma, quella della lettera aperta, non tanto per scadere in un malsano populismo o per cavalcare l’onda di un malcontento generale che, ormai da molto, interessa ciò che lei, in questo momento storico, è chiamata a rappresentare nel nome della Repubblica, bensì perché desidero che quanto ho in mente (e nel cuore) le arrivi davanti agli occhi il più presto possibile, senza perdersi fra le miriadi di lettere che, sicuramente, ogni giorno raggiungono lei ed il suo staff. Fatte queste doverose precisazioni, posso cominciare. Il mio nome è Giunta Federico, ho 22 anni e, non so per quale strano motivo, desidero con tutto il cuore diventare insegnante della scuola pubblica italiana, più precisamente insegnante della scuola dell’infanzia e della scuola primaria. In questo preciso momento storico, questa scelta è molto impegnativa sotto tanti punti di vista: per prima cosa ho deciso di restare, di costruire il mio futuro in un paese ormai in coma da molti anni, in un paese che non garantisce un futuro dignitoso non solo ai giovani (come sempre sentiamo dire nei talk televisivi o leggiamo sui giornali) ma anche alle altre generazioni, negando diritti essenziali ed inviolabili come sanità e lavoro. Negando il futuro, ovviamente, la scuola è la prima che va in crisi poiché proprio nel futuro pone le sue basi: una scuola che non insegna (che non in-segna), che non imprime dentro l’anima dei fanciulli la Bellezza per la vita e lo stupore per l’esistenza, non fa altro che formare individui ignoranti, frustrati, spenti, inermi, che si fanno abbindolare da qualsiasi cosa leggano o ascoltino. Certo, individui ignoranti sono più facili da sedurre (da sé-durre, condurre a sé): individui che non hanno imparato cosa sia la Bellezza non potranno viverla, non potranno mostrarla, non potranno insegnarla ai loro figli ed i loro figli, non avendola imparata, non potranno viverla, mostrarla ed insegnarla ai loro figli. Persone che non conoscono e non vivono la Bellezza, sono persone senza vita, poiché la Bellezza (= lo stupore, la gioia di vivere il quotidiano, con tutti i suoi grigiori) è ciò che rende viva l’anima. La scuola uccide le anime. Mi rendo conto che queste parole potrebbero sembrare semplice demagogia… no, non lo sono! Non lo sono perché non sono stato io a pronunciarle io per la prima volta bensì il professor Lombardo Radice, pedagogista e filosofo italiano degli anni ’30. Come vede, questo, non è un male d’oggi bensì un male antico, che lo Stato, di qualsiasi colore dipinto, non è mai riuscito a sanare. Io ho deciso di investire in questo paese, ho deciso di diventare insegnante per sanare questo male: la rivoluzione, cara ministra, non si fa con le leggi bensì con le idee e con i sorrisi: le prime sono il motore, i secondi il carburante. La vera rivoluzione inizia quando qualcuno si rende conto che, nel grigio, oltre al nero c’è anche un po’ di bianco. Ecco perché questa scelta, che a molti sembra scellerata, per me è una scelta naturale. Ho avuto la fortuna, durante la mia carriera da studente, di incontrare molti insegnanti in gamba: sono loro la vera “Buona Scuola”, non leggi scritte asetticamente da dietro una scrivania! La vera buona scuola è fatta da tanti anonimi maestri e professori che, ogni giorno, si alzano dal letto desiderosi di realizzare qualcosa per il futuro, qualcosa di buono per i ragazzi che gli sono stati affidati, nonostante le difficoltà e gli intralci che la burocrazia, la legislazione e la società stessa producono nel loro percorso.  Fortuna più grande è stata, però, incontrare insegnanti incapaci, svogliati, frustrati: detestare gente così è facile, capire il perché del loro comportamento è, però, l’unica via d’uscita. Della totalità degli insegnanti, quelli che hanno la “vocazione” (ossia quelli che fanno il loro lavoro non pensando tanto alla busta paga ma per amore di ciò che sono chiamati a fare) sono veramente pochi. La restante parte fa questo lavoro considerandolo un lavoro come gli altri. Non possiamo giudicare queste persone però possiamo provare ad entrare nella loro testa. Sono sicuro che la frase più ricorrente sia “chi me lo fa fare di spaccarmi in due per adolescenti/bambini che se ne fregano di quel che dico?”. Ragionamento legittimo, anche se non condiviso (perlomeno da me). L’errore a monte di questo ragionamento sta nel “sistema” stesso: come può un insegnante mostrare la Bellezza e la gioia di vivere se lo Stato per cui lavora non gli permette, a lui per primo, di vivere questa Bellezza? Come può un insegnante dire ad un bambino che la vita è bella se, lui per primo, pensa che la vita non lo sia? Questo è il problema, cara signora ministra! Lo stato non garantisce agli insegnanti il sostegno che necessitano per ESSERE insegnanti. L’Italia non ha bisogno di persone che facciano gli insegnanti bensì di persone che SIANO insegnanti, che amino il loro lavoro ma che, ancora di più, amino il futuro e credano in esso. Non parlo solo per sentito dire o per conoscenze teoriche o per astruse filosofie: in questi giorni sto svolgendo il Tirocinio previsto dalla mia università presso un istituto comprensivo di Roma: la scuola vera è un mondo totalmente diverso sia dalla scuola che viene insegnata sia da quella che viene descritta dalle leggi: la scuola reale, la vera “Buona scuola” è una realtà che va avanti cercando di mettere le pezze alle mancanze che lo Stato stesso – e mi duole il cuore nel dirlo – produce. Le pare normale che, per stampare fotocopie, bisogni chiedere ai genitori? La stessa cosa vale per l’acquisto del materiale: non bastano libri per stare a scuola, anzi… forse i libri non sono nemmeno così essenziali! Le scuole italiane non dispongono di sufficienti mezzi per garantire una didattica stimolante ma nemmeno per garantire i servizi igienici essenziali: carta igienica, salviette umidificate, cerotti… sa che tutto ciò viene acquistato grazie alla generosità dei genitori? Forse la nuova ed ampollosa denominazione di questo ministero ha fatto dimenticare a lei, ed ai suoi predecessori, che la scuola è PUBBLICA, aperta a tutti e che il suo funzionamento deve essere garantito dallo stato stesso, sia dal punto di vista didattico che pratico. Le pare normale che il rapporto insegnante/studente sia di 1 a, se tutto va bene, 25? Nella classe di scuola dell’infanzia in cui sto svolgendo il tirocinio, la maestra ha una classe di 28 bambini, tre dei quali con problemi e bisognosi di assistenza speciale. Forse sarà colpa dell’insenante ma ancora il dono dell’ubiquità non lo ha ottenuto! Non sempre le maestre di sostegno sono disponibili e quando ciò accade lei si trova a doversi districare fra tutte le esigenze di ogni bambino: è sola con la responsabilità di 28 anime che le grava sulla testa. Come si può ovviare al problema? Faccia andare noi, i futuri maestri, quelli che come me studiano: ci faccia scendere in campo, ci faccia lavorare mentre studiamo! Il decorso legale della facoltà di Scienze della Formazione primaria è di cinque anni, tre dei quali corredati di tirocinio “diretto”. Tale tirocinio, tuttavia, copre una fetta irrisoria dell’anno accademico, circa un mese. Perché non ci dà la possibilità di poter affiancare gli insegnanti fin da ora? Sarebbe un aiuto per tutti: noi potremmo fare esperienza, e magari guadagnare qualche cosa per porre le basi per un futuro indipendente e autonomo (si, ritengo che sia giusto che tale servizio venga retribuito, anche quello spacciato per “tirocinio” o per “stage”, perché non trovo dignitoso far svolgere qualsiasi tipo di lavoro senza paga, non tanto per il “guadagno” ma perché, altrimenti, non si può parlare di lavoro ma di sfruttamento… e lo sfruttamento produce frustrazione e la frustrazione produce malcontento ed il malcontento è la strada verso la crisi), senza gravare sulle famiglie; gli insegnanti sarebbero alleggeriti del fardello che li sovrasta; lo Stato non avrebbe il problema di avere tanti giovani disoccupati. Questa soluzione, tuttavia, non risolve il problema: ogni problema ha sia natura pratica che filosofica: così si potrebbe risolvere la pratica… la filosofia va risolta con un impegno maggiore, un impegno a livello burocratico e sociale. E’ necessario ripartire e le basi giuste sulle quali farlo sono: DIGNITA’ DELLA PERSONA, non solo di chi viene da paesi lontani, ma di tutti; STUPORE E BELLEZZA, essenziali per una crescita completa e sana. Io ho fiducia in lei, ho fiducia nello Stato… ma lei, signora ministra, deve aiutarmi ad alimentare questa fiducia: si faccia carico di queste problematiche, si faccia carico di queste esigenze! Aiuti i bambini a crescere in un ambiente che li renda uomini e donne in grado di amare, in grado di stupirsi, in grado di pensare! Non abbandoni i figli di questo paese, non abbandoni gli insegnanti che ogni giorno dedicano il loro tempo e la loro anima per venire incontro alle loro esigenze. La invito a non fidarsi di quanto teorici ed esperti le dicono: vada nelle scuole, osservi i veri problemi… e realizzi soluzioni! Ecco, questa è la vera rivoluzione che possiamo fare insieme in questo paese: andare oltre i problemi, andare verso alle soluzioni… e le soluzioni non piovono dal cielo! Ascolti gli insegnanti, dialoghi con loro, sia aperta anche alle critiche…ma faccia qualcosa! Più tempo passa, più le condizioni di salute di questo paese peggiorano. Io credo in questo paese, credo nel suo operato… ma ancora di più credo nella scuola italiana, di cui voglio ardentemente far parte, per senso di responsabilità nei confronti della Bellezza che ci ha creati e che, ogni giorno ci circonda.

 

La ringrazio per il tempo dedicato alla lettura di queste parole.

Distinti saluti,

Giunta Federico.

La volpe e l’uva

Da qualche giorno, Realtime sta trasmettendo una pubblicità piuttosto particolare: ci sono alcune persone, più o meno famose, che dicono alcune frasi/slogan sull’amore, ribadendo quanto esso sia universale ed uguale per tutti. Inizialmente non ho prestato troppa attenzione alla faccenda, pensando che si trattasse della solita campagna pubblicitaria a sostegno del cosiddetto “amore arcobaleno” tuttavia, più la guardavo più c’era una frase che non mi convinceva pienamente: e allora cambiamo le regole. Lì per lì pensavo si riferisse alla questione etica, nel senso: facciamo cambiare la mentalità della gente che pensa che non sia così. Ma avete presente quella sensazione che arriva quando c’è qualcosa che non va, qualcosa che non quadra? Perchè chiedere una petizione per cambiare la mentalità? Le petizioni non sono per le idee ma per delle questioni pratiche… Così mi sono informato ed ho letto questo:

http://www.lastampa.it/2017/02/14/societa/real-time-allaccademia-della-crusca-la-parola-amore-deve-essere-di-genere-neutro-PqvAZNzfQOqbid7sqyy24H/pagina.html

Real Time all’Accademia della Crusca: la parola “amore” deve essere di genere neutro

 

Ecco cos’era che non mi quadrava… Qui non si parla semplicemente di “etica” o di ideologia: la questione si fa più seria. Siamo veramente arrivati a questo punto?

Realtime motiva la sua campagna dicendo che Se i pregiudizi partono dal linguaggio, è arrivato il momento di cambiare anche la lingua, che è un pò la versione rivisitata della favola della volpe e dell’uva…Ma stiamo scherzando?

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Non ritengo che le discriminazioni dipendano dalla lingua ma da come essa viene usata! A parte il fatto, poi, che in italiano non esiste il genere neutro… per non far sentire discriminate queste persone, allora, dovremmo cambiare l’intera struttura della lingua?

L’idea che mi sono fatto negli ultimi mesi, con tutta questa faccenda dell’amore arcobaleno, è che si parla tanto di “diversità” ma che nessuno, dall’una nè dall’altra parte della “barricata”, abbia capito cosa significhi questa parola! Si parla tanto dell'”abolire le differenze” come se fosse una santa crociata verso un mondo migliore… ma nessuno si ricorda che, l’ultima volta che qualcuno ha provato a togliere le differenze, la questione è finita con i gulag e con i campi di sterminio! Eh già: togliere le differenze, appianarle, equivale ad imporre un totalitarismo! Forse riderete di me e penserete che che sia esagerato… ma fate attenzione, perchè da un momento all’altro potreste trovarvi, anzi… potremmo trovarci in una condizione completamente opposta rispetto a quella desiderata!

Invece di togliere le differenze, nessuno parla mai di “accogliere” le differenze: no, questa faccenda dell’accoglienza è decisamente snobbata! A prescindere da quel che penso della questione, sono dell’idea che togliere le differenze sia il modo migliore per fare discriminazione: la vera, unica, grande soluzione rimane l’accoglienza, l’inclusione. Questo non significa togliere le differenze bensì non lasciare che la differenza dell’altro lo metta in una condizione di subordinazione.

Ma come faremo a vivere in pace se ognuno vorrebbe che la propria “diversità” fosse la “regola” per tutti?

Mi fa male leggere queste notizie, mi fa male perchè mi fa capire che l’uomo ormai s’è perso in un labirinto che altro non fa che disorientarlo… Addirittura si parla di cambiare la lingua… certo… è molto più facile imporre una verità che accettare la verità altrui… questa è una dinamica antica, una dinamica pericolosa!

Io spero che la Crusca non ceda a questo “ricatto mediatico” anche se, con la faccenda di petaloso, ha dimostrato di essere abbastanza volubile…

Quale sarà il prossimo passo? Chiamare un bambino maschio Antonella o una femmina Aldo?

Credo che le differenze siano il motore dell’esistenza: siamo sicuri che toglierle faccia bene alla nostra vita?

 

Una generazione di idioti…

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Scorrendo la mia bacheca di Facebook, mi sono imbattuto in uno strano link. Il titolo era: “Bestemmiare è un pò pregare, l’ha detto il papa“. Mi è sembrato strano che il papa potesse dire queste parole, così ho aperto il link ed ho letto la notizia (più che altro quel che veniva spacciato per notizia…). L’articolo riguardava una messa fatta da Francesco nella cappella della casa S.Marta: durante l’omelia, avrebbe detto che a Dio piace quando ci arrabbiamo con lui, perchè ama i rapporti veri e quando noi diciamo ciò che pensiamo. Effettivamente il papa ha detto questo, anche altri siti lo confermano ma… di bestemmie nemmeno l’ombra, come era prevedibile che fosse!

La conclusione, allora, è una sola: evidentemente il titolo era solamente uno specchio per le allodole che, incuriosite dal titolo, avrebbero senza dubbio letto l’articolo, facendo aumentare le visite del sito. Dire “Bestemmiare è un pò pregare” e “A Dio piace quando ci arrabbiamo con lui” è un pò diverso anzi… si tratta di due cose diametralmente opposte!
Ma come se non bastasse questo, il “giornalista” si spinge oltre: a metà articolo leggiamo questo

Facendo una veloce mente locale, ci risulta che il secondo comandamento che Dio dette a Mosè sul monte Sinai fosse proprio Non nominare invano il nome di Dio, ma si sa che Francesco quando vuole sa essere moderno e allora sembra proprio che abbia corretto la rotta per venire incontro ai molti che non ce la fanno a non tirare un’imprecazione nei confronti dell’Altissimo, quando le cose si mettono male.

incentivando la convinzione diffusa fra i media (e DA i media) che, nella chiesa, ci sia in corso una guerra “papa gggiovane” vs “una banda di vecchi bigotti”. Niente di più falso: il papa, sebbene ispirato da un vento di novità, non può permettersi di certo di spingersi contro il magistero, contro le fondamenta della chiesa! La chiesa non fa “fan service”, ossia non modifica i propri insegnamenti per venire incontro “ai molti che non ce la fanno a non tirare un’imprecazione nei confronti dell’Altissimo“.

Purtroppo siamo alle solite: invece di fare giornalismo, certa gente fa altro! E’ successo quest’estate con Pokemon Go, ora con il papa… e magari domani con qualcos’altro!

Ma possibile che, nel 2017, ci debba essere ancora questo genere di “informazione”, anzi… di falsa informazione? Vero è che il diritto di libertà di stampa e di opinione è un diritto sacrosanto, sancito anche dalla costituzione… ma possibile che ci si possa spingere fino a questo punto?

Questo genere di articoli, fa riflettere sul fatto che, forse,  questo diritto di libera opinione andrebbe rivisto un pò: grazie ai media, ognuno può dire la sua… con o senza competenza! Un tempo, il social, era il bar e le cose che venivano dette rimanevano lì, al massimo circolavano nel paese o quartiere di riferimento. Oggi non è più così: le notizie scritte sui social hanno valenza pubblica, nazionale, internazionale nei casi più eclatanti! Se qualche tempo fa dicevamo al bar, ai nostri amici, “Aaaaah,  gli zingari fanno schifo”, tutti avrebbero applaudito ma la cosa sarebbe finita lì. Oggi no, perchè se scrivessi tale affermazione su un social, verrebbe avviata una “faida” fra pro o contro, fra fautori dell’integrazione e persone che vorrebbero bruciarli! Non ci rendiamo conto che, così facendo, senza controllo di ciò che pubblichiamo, diamo vita a meccanismi abominevoli di odio, di divisione, di rabbia reciproca!

Professare le proprie opinioni è sacrosanto ma… come la mettiamo con il risvolto “pubblico” che queste opinioni possono avere?

In passato, quando affermavamo qualcosa, eravamo direttamente responsabili delle nostre parole… oggi, con la maschera bianca dei social e dell’internet, ci sentiamo protetti e, così, liberi di dire ogni cosa, anche quelle che potrebbero sfuggire al controllo. Pensate a quel caso di cronaca accaduto qualche tempo fa: una ragazza, dopo aver pubblicato un proprio video osè, è stata bersagliata da ogni tipo di insulto finendo, così, per togliersi la vita!

Questa può essere definita “libera opinione“? Non credo!

Il web è una risorsa preziosissima ma quale prezzo siamo disposti a pagare per poterne godere? Ci stiamo giocando la nostra umanità, cari amici miei… e di questi tempi risuonano più vive che mai quelle famose parole:

Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti

Ed ho paura che, forse, siamo proprio noi quella generazione!

 

 

Caro Roberto…

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Caro Roberto,

tu non lo sai ma grazie a te ho cominciato ad amare la Commedia di Dante, a studiarla, a cercare di capirla fino in fondo. Ogni volta che ti vedevo in televisione era un piacere per me, giovane sognatore:  davi ossigeno ai miei sogni, al mio desiderio di divenire un divulgatore d cultura, una persona intelligente e colta. Caro Roberto, eri, insomma, un archetipo dell’intellettuale che io sarei voluto diventare: sensibile, preparato su tutto, pronto a stupirsi. In te rimaneva vivo il fanciullino di cui Pascoli parlava, e ciò era propri quel che io volevo per me. Una volta ho anche cercato di contattarti: volevo mandarti il mio libro di poesie, volevo sapere cosa ne pensassi e magari, perchè no, un aiuto per pubblicarlo.

Poi ho capito una cosa: che anche tu eri come gli altri, come quelli che, per molti anni, nei tuoi monologhi, hai “combattuto”. Ogni uomo ha un prezzo, anche quello che sembra non averne.  Anche tu, caro Roberto, hai trovato il tuo prezzo. Forse ti sei rivelato per quello che realmente sei: il maestro del  dire tanto senza dire nulla! Sei un sofista, caro Roberto! I tuoi discorsi sulla libertà, sul coraggio di perseguire i propri sogni, sull’amore sembravano essere qualcosa più di un discorso: sembravano parole vissute, rappresentazione di un modello di vita che tu stesso vivevi. Invece no: erano solo parole.
E pensare che, quando i miei amici ti attaccavano additandoti come un comunista strapagato e falso, io ti ho sempre difeso!

Sei talmente famoso e “grande” che di quello che sto scrivendo non ti importerà nulla… ma sappi che hai lasciato un grande vuoto dentro me, caro Roberto! Ma la colpa è mia: sono io che mi solo illuso che tu potessi essere un modello da seguire… invece no, sei solo un grande dissimulatore, un grande attore (e questo è il tuo mestiere, no?).

Ricordati,  caro Roberto, che la dignità è un qualcosa che non può essere venduta altrimenti si rischia di perdere la denominazione di “persona”. Avrei potuto scrivere meglio questo intervento ma c’è  troppa amarezza in me… mi dispiace, caro Roberto, che tu ti sia mostrato in questa veste.

Ti auguro una buona vita,

distinti saluti.

 

Federico Giunta,
un ragazzo che sarebbe voluto diventare come te… ma che ora come ora preferisce mantenere la sua dignità

La Teoria della Spirale: tutto torna in modi che mai t’aspetteresti

Qualche tempo fa, Nietzsche, parlò della cosiddetta “teoria dell’eterno ritorno” secondo la quale ogni cosa è destinata a ripetersi in eterno. In altre parole, questa teoria può essere espressa così, con le parole dello stesso filosofo:

Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!

Secondo il filosofo tedesco, ogni cosa tornerà a ripetersi, nello stesso modo. Ora, sicuramente io non ho nessun a qualifica per confutare una teoria formulata da uno dei più grandi filosofi del ‘900 ma… siamo sicuri che sia così? Io risponderei: “Si ma No”.

Si perchè è vero che le situazioni della vita sono destinate a ripetersi, secondo uno schema che non è scientificamente definibile ma che, per uno strano motivo, sembra essere universalmente uguale. Tutto torna.

No perchè gli eventi della vita, sebbene si ripetano, non saranno mai uguali a quelli già trascorsi.

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Ed allora il punto d’incontro qual’è? Bhe, se Nietzsche paragonava la sua teoria ad un “cerchio”, io paragono la mia teoria ad una spirale: tutto è destinato a ripetersi ma ogni volta che qualcosa si ripete, lo fa ad un “livello diverso” rispetto al precedente, proprio come accade nelle spirali.

Gli eventi possono anche ripetersi ma noi non saremo uguali a come eravamo la volta precedente, non saranno uguali i nostri interlocutori… insomma, per dirla come Tomasi di Lampedusa, “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi“.

Questa è una verità ossimorica, dolce ed amara: siamo consapevoli di cambiare e questo è un bene, tuttavia questo cambiare è concatenato ad un ripetere ciò che è stato così, se da una parte ci sentiamo o siamo diversi, dall’altra siamo destinato a rivivere il passato.

Io non vedo ciò come una condanna ma come un’occasione: se è vero che la situazione è la stessa, noi non lo siamo e se non lo siamo noi, anche se l’apparenza sembra contraddirci, la situazione sarà diversa.

La vita è una spirale, che si avvolge ma progredisce.

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Buon inizio di scuola? No grazie…

INAUGURAZIONE ANNO SCOLASTICO 2012/2013

Inaugurazione dell’anno scolastico 2012/2013 alla Scuola Elementare Gabelli, Torino, 12 settembre 2012 ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Oggi ricomincia l’anno scolastico, e come ogni anno, mentre gli studenti imprecano in qualsiasi lingua conosciuta, gli altri esprimono la loro più accorata vicinanza, scrivendo bellissimi post o articoli! Io ho un pensiero tutto mio su questa cosa: augurare buon inizio di scuola? Manco morto! E vi spiego perché.

Prima occorre fare una specifica: secondo me esistono due tipi di scuola: la scuola (con la s) e la Scuola (con la S). La prima è quella fatta di compiti da fare, esami da dare, impegni, sotterfugi per raggiungere il 6… insomma: la scuola dell’obbligo (non inteso nel senso burocratico del termine); la seconda, invece, è fatta da relazioni di senso, da condivisione d’emozioni, da orizzonti nuovi da scoprire.

Sinceramente non me la sento di augurare buona scuola, per il semplice fatto che ritengo che la scuola (quella “dell’obbligo”) sia una grande farsa, una diabolica arma di distruzione delle menti e delle anime. Non me la sento di augurare buona scuola sapendo che questa “scuola” è fatta di professori o insegnanti frustrati da un lavoro che non li appaga che, pur di portare qualcosa a casa, spiattellano, giorno dopo giorno, nozioni su nozioni senza preoccuparsi di chi hanno davanti; non me la sento di augurare buona scuola sapendo che questa “scuola” è fatta di studenti che se ne fregano e che ci vanno solamente perchè devono, di studenti che si inventano mille e più modi per fregare l’insegnante durante i compiti in classe.

Amo troppo la scuola per augurare questo.

E’ colpa di qualcuno se le cose sono così? Certo che è colpa di qualcuno, ma non sarò io, in questa sede, a puntare il dito. Mi limiterò a dire che sia studenti che insegnanti sono immersi in un sistema che ormai da tempo li ha inghiottiti, in un sistema malato che avvelena chi ne fa uso, in un sistema che ha perso di vista se stesso e che si è trasformato, ormai da troppo, nella sua nemesi.

Ma io CREDO nella scuola, anche se so che potrebbe essere un’utopia ed è per questo che i miei auguri saranno un pò diversi da quelli che tutti fanno:

Buona Scuola, quella vera… quella che fa sentire vivi, quella che fa imparare a conoscere chi si ha attorno, quella che non propone “problemi” ma che fornisce strumenti per risolverli, quella che va oltre ai “ruoli istituzionali” ed alle vuote categorie di “professore” o “studente” ma che si apre alla relazione di senso, a quella che fa crescere; auguro una Scuola noiosa, perchè anche la noia ha un valore… ma la noia che auguro non è quella di cui puzzano le ore passate davanti ad un libro a cercare di imparare dei versi o delle formule, ma una noia che spinge ad uscire dal proprio torpore, una noia che alimenta l’interesse per la vita; auguro una Scuola dinamica, mai ferma su sè stessa: una Scuola fatta di impegni, di stress, di frenesia… ossia di VITA!

Ecco il mio augurio: a tutti una buona Scuola, scuola che va oltre gli esami da fare o i compiti da consegnare… una scuola che permetta a tutti, un giorno, di dire: CI SONO ANCHE IO!