Vita Morte & Miracoli di Nitto Bezzi… Perchè leggerlo?

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Ebbene si, ho scritto un libro!
Ma questo, per chi mi conosce, non è nulla di sconvolgente. La cosa importante è che, per la prima volta, non ho tenuto quanto ho scritto chiuso nelle cartelle del mio Pc ma ho deciso di pubblicarlo .

In questo articolo risponderò ad alcune domande che potrebbero nascere nella vostra mente… sperando di invogliarvi a leggerlo!

Di cosa parla il libro?
Il libro racconta la storia di un uomo qualunque, Nitto Bezzi, che un giorno si sveglia e crede di dover vivere la solita e noiosa routine. Quel che Nitto non sa è che, invece, tutto è cambiato e che la sua vita non sarà mai come quella che è abituato a vivere di solito. Come accade a tutti, anche lui, ad un certo punto, entra a contatto con la dura realtà dei fatti ed è costretto ad intraprendere un viaggio che lo condurrà verso orizzonti sconosciuti, un viaggio verso sè stesso, verso ciò che egli crede essere la felicità. Riuscirà a ritrovarsi, a realizzare l’immagine di sè che tanto desidera? Bhe… non posso dirvelo, rovinerei la sorpresa!

A cosa ti sei ispirato?
Bhe… per prima cosa alla mia vita! Da tempo, infatti, sentivo la necessità di rompere la solita routine, la noiosa quotidianità che non faceva altro che svuotarmi delle mie forze.  Anche io, come Nitto, mi sono trovato a metà fra il “restare così” ed  “andare verso me stesso” e questo libro è la trascrizione di questo combattimento che mi sono trovato a vivere.

Nitto Bezzi? Che nome buffo!
Si, in effetti lo è! Si tratta di un nome nato dalla storpiatura del cognome di un mio amico. Ai tempi del liceo, infatti, ci divertivamo a storpiare i nomi ed a parlare in maniera “strana”. A me, nello specifico, piaceva sostituire le doppie con la lettera Z. Ecco come  è nato il cognome Bezzi. Nitto, invece, è il diminutivo di Benedetto… nome azzeccato per uno come lui, persona a cui la vita ha fatto un grande regalo…

Hai pubblicato lo stesso racconto su un sito. Come mai?
Questo racconto nasce su un sito chiamato The Incipit. com. Tuttavia il racconto che si trova sul sito è diverso da quello pubblicato, anche se molte  parti sono uguali. Il racconto pubblicato su Amazon è ricco di nuovi contenuti ed è costruito su impalcature simboliche molto più “importanti” di quelle sul quale è costruito il racconto pubblicato sul sito.

La formattazione del testo fa schifo!
Lo so, mi dispiace… ma non dipende da me! Nella conversione del testo nel formato kindle, la formattazione ha subito delle modifiche. Pian piano sto cercando di migliorare la forma… ma non sono abile con questo formato di testo.

Perchè comprare il libro?
Bhe… è un pò come chiedere all’oste se il vino è buono!

Dove lo trovo?
Il libro può essere comprato QUI. E’ necessario avere una carta di credito online o, o comunque, la possibilità di effettuare un pagamento online.

Non ho il Kindle. Come faccio a leggerlo?
Nessun problema, basta scaricare degli appositi programmi! Se si vuole leggere il racconto dal proprio Pc, basta collegarsi a Questo sito e seguire la procedura indicata. Se si vuol leggere il racconto da tablet o telefono, basta scaricare l’apposita app per ITunes o Google Play. Se si possiede un Pc Mac, il link da seguire è Questo.

Lo trovo in forma cartacea?
No, purtroppo! Per velocizzare i tempi ho deciso di pubblicarlo con la piattaforma KDP (Kindle Direct Publishing), associata al famoso sito Amazon. Era il modo più veloce e più economico per divulgare la mia opera.

Quanto costa?
Il romanzo costa 9.18 euro. Attualmente è, però, in vendita a 6,50 euro, per invogliare le persone all’acquisto. Il prezzo tornerà quello originale fra qualche settimana.

9,18 Euro? Così tanto?
Mi rendo conto che può essere tanto. A mia discolpa posso dire che la maggior parte del ricavato è trattenuta dal sito. Per fare un esempio: dalla vendita di una copia a  9.18 euro guadagno 5,25 euro! Sempre a mia discolpa posso dire che con la parte di ricavato che mi spetta finanzierò la pubblicazione di un altro mio libro (di poesie) che da  tanto (forse troppo) tempo giace nel mio Pc.

Cosa? Per pubblicare un libro bisogna pagare? 
In alcuni casi, le case editrici, chiedono dei contributi di pubblicazione. A maggior ragione per la poesia, che a tutti piace ma che nessuno legge. Ho mandato i miei scritti a molte case editrici che garantivano pubblicazione gratuita ma nessuna ha risposto. Siccome i contributi di pubblicazione con una casa editrice sono elevati e molte volte nascondono delle truffe, ho optato per il SelfPublishing.

Cos’è il SelfPublishing?
SelfPublishing significa “auto pubblicazione”. Autopubblicare un libro, o fare self publishing, è il modo di pubblicare un libro senza ricorrere ad un editore. Il self publishing si basa sulla presenza di un sito o piattaforma on line dove l’autore ha la possibilità di creare il proprio libro e poi di metterlo in vendita. Le vendite avvengono attraverso internet e, in alcuni casi, possono prevedere il coinvolgimento di punti vendita tradizionali, come le librerie, che possono occuparsi di raccogliere gli ordini e poi di consegnare la copia ordinata al lettore. L’autore, tuttavia, può anche acquistare alcune copie del suo libro attraverso il sito e distribuirle autonomamente attraverso altri canali.

Il SelfPublishing non è gratuito?
Si lo è, ma è possibile attivare alcuni servizi aggiuntivi (a pagamento) che garantiscono maggior visibilità all’opera. Fra questo servizi c’è anche l’attribuzione di un codice ISBN, ossia di un codice che identifica in maniera univoca il libro.

 

Spero di aver risposto a molti dei vostri dubbi e, soprattutto, di avervi invogliato a leggere questo mio scritto. Pubblicare un libro è da sempre stato un mio sogno nel cassetto… e per libro intendo un libro “cartaceo”: tenere in mano il frutto della propria creatività è un qualcosa che mi emoziona terribilmente. Questo è un sogno, forse grande… ma per realizzare le cose grandi bisogna partire da quelle piccole no?

 

Vita Morte e Miracoli di Nitto Bezzi | Acquista una copia

 

Il silenzioso grido degli alberi

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Ci sono luoghi che rimangono intrappolati nell’anima, imprigionati nel ricordo e nel cuore. Auschwitz è uno di quelli. Non si riuscirà mai a capire pienamente la Shoah senza toccare con mano quelle pietre, rosse come il sangue che hanno visto scorrere, e quei tetti, neri come le urla di chi, in quel campo, giungeva al termine della sua esistenza.

Entrando in quel campo tutto cambia: i sorrisi sui volti scompaiono, le voci tacciono, le teste si abbassano… tutto diventa serio, pesante… Non c’è bisogno di parlare, ad Auschwitz, poichè tutto ciò che necessita d’essere detto è raccontato dalle immagini, da filo spinato e dagli alberi… oh, si… gli alberi! Entrando in quel campo la prima cosa che colpisce l’occhio del visitatore non è tanto la dannata scritta infernale “Il lavoro rende liberi” quanto gli alberi, infiniti alberi incastonati ai bordi dei viali polverosi. Alberi: il paradosso più grande. Un albero è sempre stato segno della vita, segno della nascita e della rigenerazione; segno dell’unione fra uomo e Dio; segno della speranza; segno del progresso incessante e del continuo miglioramento. Tutto questo, ad Auschwitz, rappresenta un assurdo, un paradosso…

Vita: dov’è, lì, la vita? Non c’è, non c’è mai stata! La vita è stata bandita da quel campo, e da ogni altro campo di sterminio. La vita è stata  esiliata, è stata gettata di peso in uno dei forni crematori, o disciolta in una delle camere a gas, o resa allo stato larvale in uno dei blocchi della fame… vita lì, non ce né… ma ci sono gli alberi…

Unione fra uomo e Dio? Affermava Primo Levi:

C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo

Può un Dio esistere e, allo stesso tempo, dimenticarsi di uomini e di bambini, lasciandoli morire  in quell’inferno? Dio sembra essere lontano, sembra non esserci… ma ci sono gli alberi…

Speranza: dov’è la speranza? forse si è impigliata  nel filo spinato? oppure è inciampata in una di quelle corde che venivano usate per impiccare… o forse, anche la speranza, si è lasciata morire, come fecero molti… Speranza lì, non ce né.. ma ci sono gli alberi…

 

Da quando sono entrato fino ad ora, e forse per sempre, mi sono chiesto il perchè di quegli alberi! Non trovavo risposta, forse perchè non c’era… eppure a  tutto c’è risposta…
L’albero è lì, fermo, testimone di un doloroso canto; l’albero è lì, fermo, come monito a chi deciderà di varcare quei cancelli: la morte non avrà mai l’ultima parola perchè, anche in mezzo alla desolazione, c’è un seme di speranza; l’albero è lì per gridare con un assordante silenzio che anche in mezzo al deserto nero dell’esistenza umana può nascere una foresta…

Non c’è Vita  ad Auschwitz… ma c’è Auschwitz affinchè, nei cuori di chi verrà, non ci sia più morte!

Vi invito, amici miei, ad andare in quel luogo, a camminare fra quegli alberi; vi invito a respirare in silenzio il pianto degli innocenti… forse, proprio facendo questo, vi potrete rendere di quanto l’uomo possa realizzare dimenticandosi di Dio, dimenticandosi dell’altro, dell’amore, della pietà, e costruendo un monumento al proprio io…

Auschwitz è un monumento a ciò che l’uomo può diventare lasciando libera la bestia che è in sè…

Auschwitz non è un luogo nel quale contemplare  ciò che è accaduto… bensì un luogo in cui osservare ciò che ancora potrà accadere se non si metterà un blocco all’odio verso l’altro, verso Dio, verso la vita…

 

Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Amarcord

Amarcord: se chiudo gli occhi mi vengono in mente tante immagini, molte delle quali legate alla mia fanciullezza, a quando andavo a scuola. Ah, una delle cose belle della mia università è che mi permette di riflettere sul mio passato, sulle mie esperienze, sulle emozioni di un tempo. Ecco, allora, che chiudo gli occhi e… Amarcord, mi ricordo….

Mi ricordo di un bambino moretto, cicciottello, un pò introverso, che attraversava un cortiletto circondato da alti alberi verdi. Non c’è silenzio, ma rumore: grida, urla, divertimento. Sono voci di bambini che giocano, che giocano a nascondino. E fra un “Fai tana libera tutti” ed un “mannaggia ai pescetti” le ore passano serene, fino a che una campanella interrompe i giochi innocenti della fanciullezza. E’ ora di tornare in classe, per le lezioni del pomeriggio. Il bambino cicciottello – che in realtà sono io – è il primo ad entrare, accompagnato da una donna alta, bionda, frizzante – come avrebbe detto lei riferendosi a qualcuno particolarmente energico ed euforico – bella. La donna bionda, come fosse un pastore, conduce il gregge di bambini. Era quello il suo lavoro, è quello che fa una maestra… ma lei lo faceva con passione, con amore, come fosse una mamma.
Il primo ad entrare in aula è il bambino cicciottello, che subito si fa a sedere al suo posto. Pian piano entrano tutti gli altri, lentamente, pieni di stanchezza. Ognuno si siede. La maestra bionda chiama il bambino cicciottello accanto a se: deve essere interrogato in scienze, attività che avrebbe impegnato le prossime tre ore. Già, il bambino cicciottello cominciò a parlare del Big Bang (utilizzando un sacchetto di plastica rigonfio d’aria e fatto esplodere), della flora della tundra (utilizzando un pò di muschio del presepe), della forza elettrostatica (grazie all’involucro rosa dei salvaslip di sua madre) e dell’uomo, pronunciando una frase che suscitò molte risa – anche se negli anni successivi, alla scuola media ed al liceo, si sarebbe rivelata vera – “L’uomo è come una macchina, e la sua benzina è il cibo“, ma dei bambini non possono capire ciò e l’unico modo che hanno per reagire è ridere.

Amarcord: c’è sempre il bambino moretto, ma sembra essere più piccolo. Davanti a lui c’è una donna, bassetta, con i capelli rossicci, col volto simpatico, allegro. I due discutono, con bonarietà: lei dice:
-“Devo attenermi al programma!
ed il bambino cicciottello risponde:
-“Ma io voglio studiare i romani!
e lei, con serenità, risponde:
-“Ma in prima elementare non possiamo studiare i romani!

Amarcord: ancora una volta c’è la donna bionda e frizzante. Questa volta, davanti a lei, c’è una donna mora, bella, bellissima: è la madre del bambino cicciottello. Le due discutono, non litigano… discutono solo, e l’argomento è il bambino cicciottello.
-“Non ha proprio capito come vanno fatte le divisioni” dice la bionda.
-“Eppure lui si impegna” dice la mora.
-“Lo so che si impegna, ma fa troppa confusione… in matematica proprio non va!” risponde la bionda.
Nessuna delle due sa che sarebbe stato solo l’inizio di una difficile storia d’amore fra il bambino cicciottello e la matematica, un rapporto di alti (pochi) e bassi (tanti), un rapporto d’amore ed odio. Il bambino cicciottello avrebbe fatto il liceo scientifico, qualche anno dopo, ma non avrebbe mai  capito niente di matematica, sebbene rimanesse affascinato dai suoi argomenti.

Amarcord: i profumi, le emozioni. Ripercorrere quei corridoi fa sempre un certo effetto. Dopo quei giorni, il bambino cicciottello, che intanto era cresciuto, li avrebbe attraversati altre volte, per ora due. La prima è stata per incontrare la donna bionda, sempre giovane, sempre frizzante. A lei dice: “Grazie a te ho deciso di diventare maestro” ed è vero. Ma non solo grazie a lei: quel bambino ha avuto la fortuna di incontrare tre maestre speciali, che hanno segnato la sua anima in eterno, e certe cose non si cancellano con il tempo.
La seconda volta, invece c’è un’altra donna: capelli grigiastri, sorriso materno, corpo robusto. A lei, il bambino cicciottello, dice: “Grazie per aver tirato fuori da me un talento, la poesia, grazie per avermi educato, per avermi donato qualcosa di speciale“. Entrambi si commuovono, ma cercano di contenersi a vicenda. Poi lui aggiunge: “Grazie, a voi tre maestre, per avermi insegnato cos’è la buona scuola: non una legge, ma delle persone in carne ed ossa, che lavorano ogni giorno con passione“. I due vengono interrotti, ed il bambino non più bambino capisce che è arrivato il momento di andarsene. I due si salutano, si abbracciano.
Il bambino se ne va. E’ felice, non solo perché ha salutato la sua maestra ma anche perché ha potuto pareggiare i conti con il suo passato: dire grazie a chi merita grazie e mandare a quel paese chi merita di andare a quel paese. E quelle donne, le maestre, sicuramente meritavano solo tanti grazie.

Per andare avanti occorre sapere da dove si viene; La strada non è mai un qualcosa a sé: la meta è frutto di un ieri, di un oggi e di un domani, se si ignora il passato come potrà esserci un futuro?

E’ per questo che, ogni tanto, chiudo gli occhi e… Amarcord…

 

 

#Riflessioni – petaloso

Un uomo pieno di coraggio è CORAGGIOSO…

Un qualcosa pieno di meraviglia è MERAVIGLIOSO…
Un luogo pieno di mistero è MISTERIOSO…

Ed un fiore pieno di petali com’è?

La risposta ci viene data da Matteo, un fanciullino della 3C della scuola elementare “Marchesi” di Copparo (FE). Un fiore pieno di petali è semplicemente PETALOSO….

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La cosa che più fa riflettere, in questa situazione (Non sai di cosa sto parlando? Clicca qui! ) non è tanto la semplicità con cui questo bimbo ha coniato un nuovo termine, quanto l’operato che ha svolto la sua maestra!

In una NON-BUONA Scuola, la maestra avrebbe corretto il bambino suggerendogli, forse, di ripassare la grammatica… e avrebbe fatto bene, a rigor di logica! Eppure lei, la maestra Margherita Aurora (Che nome…petaloso!), si è spinta oltre! La maestra (che mi sento di definire una VERA maestra) è riuscita a cogliere la bellezza della fantasia di un bambino, espressa attraverso la semplicità e la leggerezza quasi scontata di questo termine.

Questa situazione da una grande lezione a tutti noi: non serve essere professoroni laureati o studiosi d’alto rango per poter dare un contributo a questo nostro buffo mondo: basta sapersi perdere nei meandri della bellezza e nelle pieghe della sua semplicità…

Ed emerge, in tutto ciò, quanto scritto,quasi come profezia, da Pascoli:

E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: Impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Né il suo linguaggio è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo dà un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta.

Ah… se prendessimo lezioni dai bambini quanto migliori saremmo!
E forse è per questo che ho deciso di fare l’insegnante…perchè in fondo in fondo voglio essere una persona migliore!