Non tutto il male viene per nuocere…

Cosa hanno in comune “papa Francesco” e una segnalazione “anti -nudo” emanata da Facebook?  Tranquilli, Frank non si è impazzito…

Procediamo con calma:

Fra le immagini “ufficiali” del papa, figura un quadro. Bellissimo, secondo me.

001 PAPA FRANCESCO olio su tela 95x75cm 2014

L’opera è stata realizzata dal pittore italiano ROBERTO FERRI. Tarantino. Classe 1978. Ferri ha 39 anni ed è già stato definito, dai critici, “il nuovo Caravaggio”. E’ proprio a Caravaggio, infatti, che l’artista si ispira… e basta guardare i suoi dipinti per rimanere intrappolati nell’atmosfera “barocca” del maestro .

Ferri è un pittore. un pittore figurativo. L’arte figurativa, nello specifico, non ha mai avuto tabù: corpi nudi, attributi sessuali… tutto è sempre stato ritratto, da sempre! Si pensi a Courbet o Manet o Picasso… per non parlare del Genio Da Vinci e di tutta l’arte antica, greco-romana in primis (anche se in questo caso non si parla di arte figurativa)

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Che dire! Opere d’arte. Meraviglie per gli occhi. Eppure, se fossero state realizzate al giorno d’oggi e pubblicate sui social, molto probabilmente gli artisti sarebbero stati stati censurati. Come è accaduto a Ferri.

Mi chiedo: se è vero che Facebook attua  questa politica per prevenire la diffusione dell’indecenza sulla rete e per una salvaguardia dei contenuti pubblicati, come mai la spazzatura dalla si cerca di fuggire impera ancora su pagine e profili? Non lo so… fatto sta che il profilo dell’artista è stato oscurato. Buon per lui, mi viene da pensare… almeno, così, le sue opere avranno molta più visibilità. Essì, cari amici: proprio così! L’uomo lo sa bene: più una cosa è vietata più è gustosa. I lorsignori di Facebook possono star sicuri che, nelle prossime ore, i quadri di Ferri non saranno più sulla sua pagina… bensì sulle pagine di ogni altro utente! Complimenti Zuckemberg, sei riuscito a diffondere un pò di cultura! Non me lo sarei mai aspettato da te!

Che dire? Nemmeno io conoscevo Ferri eppure, questa storia, mi ha dato la possibilità di informarmi.

Poi penso anche ad un’altra cosa… forse era destino che Ferri fosse censurato… non è, in fondo, il nuovo Caravaggio? Bhe… se ha preso dal suo modello… questa non sarà nemmeno la prima volta…

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Il bambino nella bolla | #MiColoroDiBlu

C’era una volta un bambino che aveva la strana abitudine di vivere dentro una bolla d’acqua. Pensate che sia strano? Bhe, si un po’ forse lo è ma ognuno ha il diritto di scegliere dove vivere: c’è chi vive in un igloo, chi in una tenda, chi in una casetta minuscola minuscola con il tetto di legno, chi una casa grande grande con il tetto di mattoni e chi in una bolla. La bolla era così leggera che bastava un soffio leggerissimo di vento per farla volare via ed è per questo che il bambino che ci abitava dentro non riusciva a vivere per più di un’ora di seguito nello stesso posto. Hop, la bolla si alzava e volava su nel cielo; Hop, la bolla si poggiava sulla sabbia del mare, sul marciapiede affollato di una città, sul pendio di una montagna innevata. Hop, bastava un leggero soffio di vento ed il bambino prendeva il volo su nel cielo, verso chissà dove, alla ricerca di un grande tesoro. Ovviamente la bolla non era una normale bolla d’acqua: era azzurra, questo sì, ma resistente come un guscio di noce. Così, il bambino era come intrappolato dentro la bolla, ma tranquilli: non stava per niente male! Aveva un bagno, una cucina, una sala giochi, una camera da letto e perfino un parco giochi attrezzato. Il problema era un altro: la bolla azzurra era così spessa che il suono del mondo esterno non riusciva a penetrare al suo interno e, allo stesso tempo, la voce del bambino non riusciva ad uscire all’esterno. Se, per esempio, il bambino nella bolla non riusciva ad aprire un barattolo di marmellata per potersela spalmare su una bella fetta di pane caldo, rimaneva fregato e doveva rinunciare a gustarsi la sua merenda. In più, la bolla, essendo fatta d’acqua, distorceva la luce del sole impedendo al bambino che abitava al suo interno di vedere bene ciò che era attorno a lui: il viso della mamma, le lettere di un libro, i colori di un quadro… Per tutti questi motivi, il bambino si sentiva solo ed era per questo triste: nessuno voleva essere suo amico perché nessuno riusciva a sentire ciò che diceva e, allo stesso tempo, a farsi sentire. Il bambino che abitava nella bolla, quando vedeva, anche se non benissimo, che accanto a lui c’era un altro bambino, urlava a più non posso ma niente… non riusciva mai a farsi sentire. Un giorno, il vento, trasportò la bolla in una città assai strana, la città dei fiori secchi. Ho controllato su una carta geografica ma non l’ho trovata. Potete credere o non credere che esista, fatto sta che a me hanno raccontato questa storia e questa storia è ambientata nella città dei fiori secchi: vi chiedo, dunque, se non credete che la città esista di fare finta, giusto il tempo di questa storia! Dicevo: un giorno, il vento, trasportò la bolla nella città dei fiori secchi, in cui i fiori, per l’appunto, erano secchi perché non vi scorreva nessun fiume, non c’era nessun acquedotto, non pioveva mai e… anzi, semplifichiamo: la città si chiamava così perché i fiori erano secchi ed i fiori erano secchi perché nessuno aveva a disposizione dell’acqua per innaffiarli. La bolla si posò sulla piazza principale della città, in mezzo al mercato. Ovviamente la faccenda non passò inosservata: il sindaco, il maresciallo dei carabinieri, il parroco, il farmacista, il meccanico, il maestro e tutti gli altri vennero a vedere questa bellissima bolla azzurra. Il sindaco, allora, disse
“ Ohibò, benvenuto nella nostra città, straniero venuto nella bolla! Qual è il tuo nome?” ma nessuno rispose. Il sindaco si offese: nessuno poteva non rispondere al sindaco. Passò la parola al maresciallo: “da dove vieni?” ma ancora una volta nessuno rispose. Anche il maresciallo si offese. Prese la parola il parroco, e dopo di lui il farmacista e poi il meccanico e poi il maestro: tutti facevano domande, nessuno rispondeva. Finì, così, che tutti si offesero per quel gesto di grandissima maleducazione! “Arrestiamo la bolla” gridò il maresciallo ma nessuna manetta era così grande per poterla legare. “Facciamo la guerra alla bolla” gridò allora il sindaco. Tutti applaudirono perché, in quella città, la maleducazione non era molto apprezzata. In men che non si dica, in poco più di un secondo, attorno alla bolla s’era creato un muro fatto di sacchi di patate e cartoni: da una parte la bolla, dall’altra tutta la cittadinanza, armata con mazze, forconi e padelle. “Al mio tre lanciate i pomodori, le patate e le angurie” ordinò il sindaco. Uno, due tre e… tutti lanciarono ma, la bolla, rimandò indietro tutto. Era, infatti, molto elastica. “Vedete? Ci attacca! Ci vuol far la guerra! E’ nostra nemica!”. Quella bizzarra guerra andò avanti per tre giorni interi: ormai le scorte di cibo stavano per finire e la gente cominciava a dire “diamo la resa, la bolla ha vinto la guerra!”. Il sindaco, però, non aveva intenzione di arrendersi e continuava a tirare contro la bolla ogni cosa che gli passava sotto mano: sedie, tavoli, libri, strumenti musicali, sassi… tutto rimbalzava contro la bolla e cadeva a terra. Un giorno, mentre tutti ancora tiravano oggetti, passò di lì un bambino, il figlio del sindaco. Approfittando di un momento di pausa, in cui tutti erano andati a comperare (al mercato di un’altra città) oggetti da tirare, il bambino si mise davanti alla bolla e domandò “Come ti chiami?” ma nessuno rispose. Il bambino insistette: “Da quale paese vieni?” ma ancora una volta nessuna risposta. “Nel paese dal quale vieni ci sono fiumi? E mari? E la pioggia?” domandò ancora, ma la bolla non rispose. Nel frattempo tutti erano tornati ed erano pronti per ricominciare la guerra contro quella bolla azzurra infrangibile che rimandava indietro gli oggetti. Quando il sindaco vide suo figlio lì davanti alla bolla ebbe paura e cominciò a gridare “Togliti, togliti! E’ pericoloso” ma il bambino continuava a voler stare lì. “Non mi importa se non mi risponde” diceva “voglio essere lo stesso suo amico”. “Ma è una bolla” disse suo padre. “Non mi importa cosa sia: a me non importa se non risponde e voglio essere lo stesso suo amico!”. Detto questo, il figlio del sindaco, abbracciò la bolla e… puff! Lì dove non erano arrivati spilli, spine, sassi e cocomeri era arrivato un abbraccio: la bolla azzurra si dissolse in un secondo, mostrando a tutti il bambino che viveva lì dentro. “Anche io voglio essere tuo amico” disse il bambino che viveva nella bolla. Così, grazie a quell’ abbraccio, la guerra contro la bolla finì ed il bambino che viveva nella bolla trovò il tesoro più grande che avrebbe potuto trovare: un amico! E fu così che, da quel giorno, grazie a quell’ abbraccio, quel bambino trovò un amico. Dovettero anche cambiare nome alla città: la bolla, infatti, era così grande che, scoppiando, sparse talmente tanta acqua che, da quel giorno, non ci fu più il problema dell’acqua… e fu così, che un abbraccio, fece rinascere i fiori.

 

Questa favoletta vuol raccontare le difficoltà di chi è affetto da disturbi dello spettro autistico. Poco si sa di questa patologia che, al suo interno, racchiude un’immensità di disturbi. Comprendere è impossibile: l’unica cosa che possiamo fare è accogliere!

E’ per questo che, oggi, anche io mi coloro di blu! Sfondi-desktop-HD-fantasy-cittaà-nella-bolla-dacqua

Ditemi se questa è una poesia…

Entro a gamba tesa nella questione: il Nobel alla letteratura a Bob Dylan è meritato o no? E’ possibile che un tale premio possa essere dato ad un cantante?

Si.

E vi spiego perchè (sempre partendo da ciò che io penso).

La letteratura rappresenta una “sintesi organica dell’anima e del pensiero d’un popolo”, ovvero uno specchio della rispettiva società in un tempo definito e che varia di opera in opera.

La Letteratura è, dunque, quel costrutto sociologico che, attraverso dei simboli fa emergere i sentimenti condivisi da un dato gruppo di persone (magari un popolo oppure una subcultura) in un dato periodo. Non esiste una rappresentazione organica e stabile di letteratura poichè, ogni popolo in ogni tempo, ha una diversa sensibilità.

La letteratura, sebbene derivi dalla parola “littera” ossia “lettera” ha un’origine che si discosta totalmente da questo termine: le prime letterature, infatti, cominciarono a diffondersi in un periodo in cui la scrittura non era ancora esistente o, comunque, non ancora ampiamente diffusa. Un esempio sono gli Aedi, cantori dell’antica Grecia che andavano di corte in corte a declamare i miti ed i racconti di dei ed eroi.

Ecco, sebbene ci sia da sempre un dibattito su questa faccenda, è innegabile che letteratura ed oralità siano sempre state collegate. La scrittura, infatti, è sempre stata, perlomeno in passato, quando era alto il livello di illetteratismo, strumento per pochi fortunati fruitori… la lingua orale, invece, era per tutti! Ed è proprio dall’oralità che nascono certi generi letterari come il mito e la fiaba, per esempio.

Dunque: la letteratura è la rappresentazione simbolica dei sentimenti di una determinata cultura. Stando a questa definizione, Primo Levi faceva letteratura? Si, perchè esprimeva i sentimenti della sua etnia durante il periodo della Shoah; Virgilio faceva letteratura? Si, perchè esprimeva i sentimenti del popolo latino durante il periodo dell’impero di Augusto… e così via, potrei fare mille esempi.

Ora, stando a queste premesse: un cantante può essere considerato produttore di letteratura? Io penso proprio di si, proprio in virtù di tutto ciò che ho scritto precedentemente. Il cantante, ovviamente non sempre, riesce a tracciare, attraverso lo strumento della musica, il ritratto di un  periodo storico ben definito in cui egli è inserito, alla stregua  di un aedo o di un poeta: il poeta scrive, il poeta canta. Strumento diverso, stessa funzione.

Avete presente certi brani di Mogol o di Dè Adrè o di Lucio Dalla? Non sono poesie? Io penso proprio di si, e la musica è solo uno strumento con cui esprimere tale testo.
Ma allora dove sta il problema, se tutto è così ovvio?

Il problema sta nel fatto che, purtroppo, siamo abituati a ragionare a “compartimenti stagni”: una canzone è canzone; un quadro è un quadro. STOP.

Ed invece no: le espressioni dell’ingegno umano non possono essere classificare rigidamente poichè sono frutto di un qualcosa che rigidamente non può essere classificato!

Il caro Alessandro Baricco ( che se non avesse scritto ” ‘900” non penso che sarebbe potuto definirsi scrittore, stando ai suoi stessi ragionamenti) ha avuto il coraggio (e non lo dico in senso dispregiativo o retorico…) di esprimere la sua idea: “Cosa c’entra Dylan con la letteratura?

E’ stato coraggioso, certo, ma anche molto ignorante… nel senso che, proprio lui che si definisce scrittore e uomo colto, ha ignorato (ed è per questo che ho detto ignorante) quale sia  l’essenza del concetto di letteratura. Baricco, per citarne uno, avrà avuto i suoi buoni motivi: non gli piace Dylan o magari ha rosicato perchè avrebbe voluto lui il premio…perfetto, tutte motivazioni lecite… ma ciò non toglie che chiedersi cosa c’entri Dylan con la Letteratura sia qualcosa di inappropriato.

Discutere sterilmente è inutile! L’unica cosa che possiamo  fare è metterci le cuffiette e perderci nella poesia musicale… perchè si… Questa è Poesia!

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Il respiro di Dio

Cosa potrei desiderare da un titolo così?
Bhe, sicuramente è un titolo importante, da cui ci si aspetta qualcosa di profondo.

Metto subito le mani avanti: non si tratta di un saggio di teologia ma solo di una personale riflessione sul tema… già… ma qual’è questo tema?

Qualche giorno fa mi è capitato di rileggere il brano della creazione dell’uomo, tratto dal libro della Genesi:

[…] allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. […]

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Dio crea Adamo, l’uomo, soffiando nelle radici di un “pupazzetto” plasmato d’argilla.
Ma il testo, nella versione italiana, non si limita a dire “soffiare “ma dice, invece, che Dio “soffiò un alito di vita“.  Ma non mi accontento di leggere questa traduzione. Nell’originale ebraico, il termine utilizzato è נִשְׁמַת חַיִּים che, traslitterato, diventa nishmàt khayìym; in greco αὐτοῦ πνοὴν ζωῆς, che traslitterato è aftoú pnoín zoís. Insomma: in ogni traduzione il concetto è sempre lo stesso.

Mi sono chiesto, però, una cosa: cosa faccio quando soffio? Bhè, emetto una certa quantità di fiato verso l’esterno, in pratica porto all’esterno l’aria che sta dentro il mio corpo. L’analogia ARIA – VITA non è scontata, sebbene sembri banale: l’uomo ha bisogno di aria per vivere. Dunque, soffiando, io disperdo un pò della “mia” aria, dell’aria che mi appartiene…ossia della mia vita! Stando al racconto biblico, dunque, Dio effonde nell’uomo, che fino a quel momento era solo terra, parte della sua vita… detto in altre parole, Dio dona all’uomo parte della Sua vita.

Ora occorre chiarire bene cosa intende il testo con “Vita”, in greco, si può dire in due modi: ζωή (Zoè) o βίος (Bios). La traduzione utilizza il termine ζωή. ζωή, però, non significa semplicemente vita bensì significa “essenza”. Mentre Bios indica i modi in cui si vive, le modalità con le quali la vita si manifesta, Zoè è un principio universale, è il motore della vita stessa, ciò che rende la vita tale. Dio, dunque, effonde la sua ζωή, ossia la sua essenza, ciò che lo caratterizza, ciò che lo fa essere.

Ora un’altra riflessione: se io soffio, il mio soffio si dirige verso ciò sul quale soffio. Nulla di difficile. Dunque, se Dio soffia sull’uomo, nell’uomo, il suo soffio entra in lui, ne rimane “appiccicato”. Il soffio di Dio diventa il soffio dell’uomo: ζωή di Dio diventa ζωή dell’uomo, uomo e Dio condividono, da ora, la stessa essenza. Ecco perchè, allora, poco prima di questo brano la genesi dice che:

E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza

L’uomo non è Dio, rimane pur sempre una creatura ma condivide con il suo creatore la sua essenza.

Ora che abbiamo appurato questo, occorre da chiarire quale sia l’essenza di Dio. L’essenza è la parte più importante, che costituisce la natura di un essere. Sappiamo,attraverso il salmo 135, che Dio “è buono”. Il salmo 135 continua chiarendo il perchè Dio sia buono: è buono poichè eterna è la sua misericordia. 

Quel “è” specifica l’essenza, ciò che lo distingue: la bontà, ossia la capacità di amare senza misura. L’essenza di Dio, dunque, è la bontà. Nelle lingue dei popoli antichi, però, il termine “buono” corrispondeva al termine “bello”: Dio è bello. Ecco, allora, qual’è la sua essenza, la sua ζωή: la Bellezza.

La Bellezza è il soffio che Dio ha effuso nell’uomo, è la bellezza l’essenza dell’uomo.

L’uomo ha ricevuto da Dio la Sua Bellezza, come un tesoro geloso da custodire ma non per dominare o per essere superiore ma per essere “buono”, gradevole insomma… pienamente vivo!

La Bellezza è il soffio con cui Dio ha creato la vita ed è l’essenza stessa della vita.

Mi chiedo, allora, perchè noi uomini, che siamo fatti di BELLEZZA, invece di custodire questo tesoro, lo sprechiamo e lo perdiamo? Perchè, se siamo BELLEZZA, ci costruiamo forme fittizie che la imitino? Perchè se SIAMO BELLEZZA allora CERCHIAMO la Bellezza fuori di noi, come se fosse qualcosa di esterno?

Il racconto biblico risponde anche a questo: l’uomo, creato ad immagine di Dio, perde questa immagine attraverso il peccato. L’immagine, ossia la forma, la MORPHE’ (Ecco perchè ho scelto di intitolare così questo blog ), intrisa di Bellezza  che era quella” a somiglianza di Dio” si sciupa, si perde  e ci pone nella condizione opposta a quella originaria. Sebbene essenzialmente fatti di BELLEZZA ecco perchè la ricerchiamo sempre nell’esterno,perchè l’abbiamo persa, come una ruota sgonfia: essa è fatta per contenere l’aria ma, di fatto, non la contiene… come noi che, fatti per “contenere” la Bellezza, di fatto non la conteniamo.

Ma in questo non deve esserci angoscia, pensando che sia finita e che non ci siano vie d’uscita: Dio, che questa Bellezza non la perde, ci viene incontro per ridarcela e lo fa ponendosi nella nostra stessa condizione, svuotandosi per riempirci.

Dunque: l’uomo diventa, nella creazione, immagine di Dio poichè ne eredita la Bellezza. Tale Bellezza viene dissipata, sprecata, così l’uomo perde tale immagine. Dio, però, amando l’uomo, capovolge i termini e prende Egli stesso l’immagine sciupata dell’uomo, per ridare l’originaria dignità.

Ecco perchè considero sbagliato pensare che la vita faccia schifo, che sia inutile, brutta, anche quando effettivamente così sembra essere: siamo fatti DI bellezza PER ESSERE bellezza… e nonostante la vita sembra dirci l’opposto, in noi questo seme eterno rimane sempre vivo.

L’uomo nasce dalla terra, secondo il racconto biblico, ossia dalla polvere: tranquillo, amico! Anche se la tua vita sembra polvere ricordati che sei destinato a ricevere il soffio che ti da la vita…

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Anche se ti sembra che la tua vita sia brutta, ricorda che in essa c’è il seme eterno della Bellezza!

E’ dal seme del dolore che nasce il fiore più bello

Quando si parla di dolore si tende a generalizzare, affermando che nel dolore non c’è nulla di buono e che l’unica cosa che bisogna fare è evitarlo . A pensarci bene, organizziamo tutta la nostra vita cercando di soffrire il meno possibile, perchè in fondo, soffrire, ci fa paura. Non siamo pronti, non siamo abituati: preferiamo nasconderci dietro mille illusioni pur di non soffrire, ma alla fine il dolore ci raggiunge sempre. Perchè? Perchè il dolore è il fondamento della natura umana.

Ma facciamo un passo indietro. Esistono due tipi di dolore: quello sterile e quello fecondo. 
Il dolore sterile è quello che non porta da nessuna parte, quello che si avvolge su sè stesso, quello che ci acceca e che non ci permette di osservare e vivere la realtà. Il dolore fecondo, invece, è quello dal quale riusciamo a trarre un’insegnamento, è quello che ci serve ad aprire gli occhi per osservare e vivere meglio la realtà.

Ma come si fa a differenziare i due tipi di dolore? Come fare a capire se si sta vivendo il primo o il secondo? Cosa rende un dolore sterile?

Il dolore in sè non c’entra… quel che determina la tipologia è la nostra attitudine:

Il fiore sbocciato nelle avversità è il più bello ed il più raro

Il dolore è come un seme. Se il terreno in cui attecchisce è un terreno buono, si trasformerà nel fiore più bello: ho visto tanti fiori nascere in mezzo ai rovi, o in terreni aridi, in mezzo al nulla. Ma se il seme attecchisce in terreni inadatti, il fiore non riuscirà a nascere e la sua bellezza verrà soffocata.

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Quando ci troviamo davanti ad un dolore dobbiamo chiederci: cosa può nascere da questo dolore?

Se abbiamo la forza di porci la domanda siamo già sulla buona strada per trovare la risposta! Ma se non abbiamo la forza di porci nemmeno la domanda, come faremo a trovare la risposta?

In conclusione vorrei raccontare una storiella, una storiella che racconto sempre quando devo parlare della “bellezza” del dolore:

Una perla si forma quando un corpo estraneo, come un granello di sabbia o un corpo volutamente introdotto, si introduce all’interno dell’ostrica . Il mollusco avverte il pericolo così comincia a ricoprirsi di strati che, sovrapponendosi uno sopra l’altro, formano la madreperla.

Il mollusco trae dal dolore la forza giusta per superarlo, come un cane che si morde la coda. Potrebbe lasciarsi invadere, oppure potrebbe impugnare una battaglia furiosa… invece no: una perla, per formarsi, ha bisogno di anni, moltissimi anni! Giorno dopo giorno, strato dopo strato, il mollusco si oppone al dolore… non si lascia stravolgere e non gli si oppone con la forza. La sua è una silenziosa opposizione, una lenta comprensione.

Ci vogliono anni per fare una perla.
Ci vogliono anni per far nascere, dal seme del dolore, il fiore più bello…

 

Se non ami…

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In tanti, forse in troppi, hanno parlato dell’Amore: lo hanno analizzato, fatto a pezzi e rimontato, stravolto, trasformato, declamato… ma forse nessuno lo ha capito fino in fondo. E questo non è qualcosa di cui stupirsi: è impossibile comprendere l’amore nella sua integrità, nella sua globalità. Perchè? Bhè, perchè l’amore è qualcosa che va al di sopra delle razze, delle età, delle nazionalità e, allo stessso tempo, è come un diamante che proietta la luce in mille fasci diversi. L’amore è per sua  natura un paradosso: universale e specifico allo stesso tempo. Ed è per questo che è incomprensibile. I greci, per citare un esempio, avevano individuato diversi “tipi” d’amore: eros, quello erotico; agape, quello spirituale; philia, quello legato all’amicizia; storge, quello legato ai figli; Xenia, quello legato agli ospiti. Già da una semplice questione  lessicale è possibile capire quanto l’amore sia un fenomeno complesso. E’ un pò come una fonte che, scorrendo a valle, porta l’acqua a diversi argini che, scorrendo in direzioni diverse, diventano fiumi diversi avendo però la stessa  origine. Ed ecco l’amore: ognuno gli da la propri interpretazione ma, risalendo, troveremo sempre la stessa origine, la stessa fonte.

riassunto-cyrano-de-bergeracUna cosa è certa: l’amore è essenza della vita, e forse è proprio ciò che determina la vita. A parte il fatto che nasciamo da un atto d’amore, dobbiamo considerare il fatto che la nostra vita non ha mai completamente senso finché non ci apriamo all’amore. Di questo ci parla, ovviamente, l’arte. Un esempio che calza a pennello, per capire quanto l’amore determini il senso della vita che viviamo è “Cyrano De Bergerac” di Rostand. Opera meravigliosa, profonda, terribilmente vera. Cyrano è un uomo “multitasking” diremmo oggi, ossia si dedica a varie passioni: abile poeta, abile spadaccino, fine filosofo, esperto astronomo. L’unica cosa che Cyrano non conosce è la paura: sempre pronto ad affrontare la vita, a deriderla se necessario, a scoprirla. Ma di una sola cosa Cyrano  ha paura: di dichiarare il suo amore alla donna di cui è innamorato, la cugina Rossana. Fino all’ultimo le nasconde il suo sentimento, prima a causa della timidezza, poi a causa dell’amicizia che lo lega a Cristiano, il ragazzo di cui Rossana è innamorata e poi anche dall’età, e dai corsi della vita. Insomma: Cyrano non ha paura di niente ma ha paura di amare. Ed io penso che una delle più belle frasi sull’amore sia quella che Egli pronuncia in punto di morte e, paradossalmente, è una frase che non parla direttamente di amore:

Astronomo, filosofo eccellente.
Musico, spadaccino, rimatore,
del ciel gran viaggiatore
gran maestro di tic tac.
Amante – non per sè – molto eloquente
Qui riposa Cirano
Ercole Saviniano
signore di Bergerac,
che in vita sua fu tutto
e non fu niente

Fu tutto e fu niente…  Nella vita puoi essere tutto, un astronomo, un poeta, uno spadaccino, un parlatore… ma se non hai il coraggio di amare, non sei niente.

Ecco perchè una santa, una volta, disse che il contrario dell’amore è il possesso: puoi avere tutto nella vita, puoi essere tutto nella vita… ma l’amore è un qualcosa che va oltre.

Guardate Cyrano, che passò una vita ad amare una donna ma fino all’ultimo la paura lo avvolse e lo spinse a tutto, a tutto ciò che una persona dotata di senso considererebbe follia: aiutare il proprio rivale ad amare la propria amata. Quella di Cyrano, sebbene piena, non è vita… poichè non è vita quella senza amore.

O amici miei, questa non è utopia, e voi lo sapete bene poichè, tutti voi, sentite che in fondo, nonostante tutto quel che facciate, vi manchi qualcosa… è proprio quel qualcosa in più ciò che il mondo chiama amore. L’amore non è amore perchè si adegua al mondo, l’amore è amore perchè rende un pianeta qualsiasi un “mondo”. Si, quest’ultima potrebbe sembrare una frase smielata, forse lo è… o forse no!

Fatto sta che, per quanto incomprensibile, l’amore è la base della vita, senza il quale possiamo “esser tutto ed essere niente

Amore & Psiche

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Una battuta del film “Il giovane favoloso” afferma:

Amava ad occhi chiusi, senza sapere chi fosse l’amato: non c’è favola più bella di Amore e Psiche

Ma siamo sicuri che sia proprio così?

Amore e Psiche è una fabula raccontata da molti scrittori dell’antichità, in particolare da Apuleio che, nel suo Metamorphoseon, gli dedica 3 degli 11 libri  di cui è composta l’opera.
La vicenda è molto semplice: lei ama lui, lui ama lei ma lei non sa che lui è il dio Cupido. I due si incontrano solo di notte, nel buio più totale. Ma si sa, la curiosità è donna: la bella Psiche (la cui bellezza eguagliava quella di Venere) non resiste ed una notte, mentre il suo amante dormiva, prende una lampada e… la fioca luce della fiamma mostra l’identità del passionale amante. Poi vabbè, come sempre nei miti, alcune divinità si arrabbiano, ci sono sfide da risolvere per placare l’ira, mostri e cose strane. Ma comunque tutto si risolve e lei può amare lui, senza problema.

Insomma, Leopardi afferma che “non c’è fabula più bella di Amore e Psiche” ma è possibile che una favola in cui due si amano senza nemmeno conoscersi possa essere definita la più bella?  Così su due piedi direi di no: per amare qualcuno, in teoria, bisognerebbe conoscerlo, bisognerebbe apprezzarne i tratti fisici, il pensiero ecc… Qui i due si amano senza sapere niente!
Questo mi fa pensare alla mia esperienza personale: le ragazze che mi piacciono sono sempre molto esigenti, cercano il particolare, vogliono conoscere prima di ricambiare e se qualcosa non va…allora non c’è niente da fare! Basta un piccolo “difetto” per troncare sul nascere una possibile bella storia d’amore…

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Ma siamo sicuri che sia possibile conoscere qualcuno fino in fondo e, soprattutto, che sia possibile che l’amore sia determinato dalla conoscenza? Questa bella fabula è la prova che, per amarsi, non occorre “essere fisicamente attraenti” o “intellettualmente dotati”… basta solo saper amare, e nell’amore un pò di mistero non guasta mai…

Ci siamo persi la bellezza dell’amore proprio a causa del desiderio di conoscere e controllare ogni aspetto di chi abbiamo davanti. Ricordate la fabula? I guai iniziano quando lei accende la luce.

Amre e Psiche che si abbracciano di Antonio Canova, 1788-1793

 

Aveva ragione Giacomino: Amore e Psiche è proprio la fabula più bella, forse proprio perchè non è una fabula bensì un esempio di vita vera, ciò acui tutti dovremmo mirare… Amava ad occhi chiusi, senza sapere chi fosse l’amato e, dunque, lo amava senza tornaconto, lo amava nella misura in cui era amata! Che bello poter amare così… e poter essere amati così, senza aspettarsi nulla, senza rimanerci male perchè, dopo un pò, il partner mostra aspetti che prima non ci aveva mostrato. Amare senza vedere, che traguardo magnifico: amare solo guidati dal cuore e dall’anima (Psiche, in greco, è l’anima… ma anche, in un’accezione più moderna, la mente): amare con anima, mente e corpo ma senza lasciarsi guidare dall’occhio ossia dalla pretesa. L’occhio vede e guida… a volte verso il bene, a volte verso ciò che noi pensiamo sia il bene.

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Non mi stancherò mai di dirlo… Non c’è fabula più bella di Amore e Psiche… e quanto vorrei, un giorno, essere un pò come Psiche…

Il diamante e la grafite

Ve l’ho detto, la Sociologia ha cambiato il mio modo di vedere il mondo…
In ogni lezione che ho frequentato ho imparato qualcosa di nuovo… una di queste è la “questione” del diamante e della grafite.

Facciamo un piccolo gioco: vi farò vedere due immagini e dovete dirmi (vabbè, pensatelo solo) se sono cose uguali o no.

 

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Fatto? Bhe… è un gioco semplice! Si tratta di un diamante e della grafite, minerale con cui è fatta la matita. Ovviamente sono diversissimi… eppure, se vi dicessi che sono fatti della stessa sostanza? Già… sia il diamante (robustissimo) che la grafite (fragile) sono fatti di carbonio. Cos’è, allora, che li rende così diversi?

Guardate quest’altra immagine:

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Cosa notate di diverso? ESATTO! La struttura. Il diamante è caratterizzato dalla presenza di un involucro cubico mentre la grafite dalla sovrapposizione di piani. In altre parole: la struttura del diamante è caratterizzata da una rete di atomi di carbonio complessa, in cui gli atomi si legano e compongono una sorta di “gabbia” assai difficile  da sciogliere. La grafite, invece, è costituita da piani paralleli che, sfregati contro una superficie, si scompongono. In essa gli atomi di carbonio non instaurano legami forti, non si mescolano fra di loro, non interagiscono profondamente, ma soltanto superficialmente.

Questo accade anche nella società. Immaginiamo una società, o gruppo di persone, in cui gli elementi costituenti sono uniti da legami profondi, legami che li tengono uniti. Tali elementi, dunque, formano una sorta di “diamante”, resistente e robusto.. ed anche prezioso. Prendiamo in esempio, ora, una società i cui elementi non sono uniti da legami di senso. Essa, proprio come la mina di una matita, si sfalderà al primo contato con un problema.

 

La forza di un gruppo (o di una società) sta nella forza dei legami che la tengono in piedi: più forte è il legame più forte è la società. Sembra una stupidaggine ma è, in realtà, una grande verità: viviamo in un mondo di grafite, in cui la paura e la mancanza di fiducia creano legami fragili. Ognuno di noi è chiuso nel suo sè, nelle sue necessità, arrivando a perdere di vita l’altro… ma senza l’altro noi  non siamo nulla: l’uomo è un essere relazionale, e solo relazionandosi può essere pienamente sè stesso.

La paura reprime la nostra natura, rendendoci i peggiori nemici di noi stessi…
Occorre invertire la rotta: scoprire la bellezza della fiducia e della relazione per diventare esseri preziosi e forti, come un diamante…

 

Tutta una questione di fiducia…

Una delle regole basilari di una dittatura è l’eliminazione dei propri oppositori. Ce lo ha insegnato quel pelatone italico che, negli anni 20, ammazzava a destra e a manca chiunque osasse controbattere una virgola di quanto la sua bocca aveva pronunciato. La lezione impartita non ha fatto la stessa fine di quelle noiosissime lezioni di matematica del liceo che, entrando da un’orecchio, uscivano dall’altro: la lezione è stata imparata ed è tuttora messa  in pratica perchè, si sa, è solo con la pratica che si riesce a padroneggiare bene un’abilità!

Ma le dittature, ormai, sono cose superate! La gente non si fida più di nessuno, figuriamoci se permette l’instaurarsi di una dittatura! Le dittature di oggi sono come larve, che dormono silenziose attaccate ad un albero e, pian piano, mutano in farfalle che poi volano libere come se nulla fosse! Il bozzolo in cui si nasconde la moderna dittatura non è fatto di cotone come quello dei bachi bensì di fiducia. Ma come si fa a prendere la fiducia in maniera non onesta, ossia: come si fa a fregare la gente? Semplice: con la paura. Come? Facile: si fa in modo che la gente si senta in pericolo, che veda minacciati i valori in cui crede; successivamente si da la colpa ad un capro espiatorio, ossia ad una persona o un gruppo, dopodiché il gioco è fatto.  L’aspirante dittatore, allora, cosa deve fare? garantire l’ordine quindi, con la democrazia dalla sua parte, garantisce il benessere del suo popolo facendo fuori i presunti oppositori. Tuttavia la democrazia è in pericolo quindi servono procedure d’emergenza… ecco fatto che vengono varate leggi speciali che danno più potere allo stato. Ecco qui che tutti i nodi tornano al pettine: gente sotto giogo, oppositori annientati, potere accentrato. In pochi e semplici passi siamo passati da una democrazia ad una dittatura, larvata.

Tutto questo trova soluzione nella sociologia! Ok, è vero che sono malato di sociologia ma vi assicuro che non sto parlando a vanvera! Una società forte è una società coesa ossia una società in cui i suoi componenti sono stretti da legami forti, che formano una vera e propria rete. Come accade per gli ingranaggi di un’orologio, è necessario un qualcosa che tenga “morbidi” i meccanismo… quello che chiamiamo “fluidificante sociale” ossia la FIDUCIA. Una società coesa è una società in cui c’è, fra i suoi componenti, un rapporto di fiducia che li spinge a fidarsi gli uni degli altri ed a camminare, insieme, verso uno stesso scopo.

Una società debole, invece, è una società in cui i legami sono fragili, in cui nessuno si fida. Se manca la fiducia in una società essa non può che sfasciarsi… a meno che il ruolo svolto dalla fiducia (ossia quello di tenere uniti i meccanismi) non venga svolto da una figura esterna che, esercitando autorità, riesce a tenerla in piedi lo stesso. Un esempio? L’Italia degli anni post guerra: la neonata repubblica era, di fatto, una società solo sulla carta. I suoi componenti non si fidavano gli uni degli altri, perchè non si conoscevano (teniamo presente le forti distinzioni fra nord e sud) e, a volte, non si sopportavano. Come tenere insieme le parti? con la Costituzione, che garantisse pari diritti e doveri.

A noi c’è andata bene, con la costituzione… ma alcuni paesi sono meno fortunati di noi ed, invece di una costituzione, si ritrovano fra le mani un dittatore che svolge il ruolo di legante sociale con mezzi poco ortodossi e democratici, solo per un tornaconto personale.
Senza fiducia la società è debole. Quell’uomo, allora, sfrutta l’incertezza e la mancanza di fiducia utilizzando l’opposto della fiducia: la paura.

Aveva ragione il maestro Yoda quando affermava che “La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza.”  La paura rende tutti più fragili e quindi più deboli… il cucciolo spaventato si nasconde dietro la mamma, e così fa il popolo spaventato… ignorando che la mamma dietro la quale si nasconde è, in realtà, un lupo mascherato…

La chiave di tutto, dunque, è la fiducia: fidarsi gli uni degli altri, costruire una rete sociale, formare dei legami di senso…

Ma oggi siamo lontani da questo: viviamo nel SECOLO DELLA GRAFITE, circondati da legami fragili che con un nonnulla si spezzano… siamo nel secolo della paura… ma anche nel secolo della SPERANZA! E’ proprio quando tutto sembra perso che essa nasce, ed ora è proprio il momento giusto per la sua nascita, per il suo nuovo battesimo nel mondo!

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Due facce

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La luna ha due facce ma ne mostra sempre e solo una… beata lei! Noi, di faccia, ne abbiamo una ma, come minimo, ne mostriamo due!

Perchè? Per paura, per convenienza, per divertimento…

 

 

 

Mi sono informato: non è una cosa dei giorni nostri quindi, per questa volta, dovremmo rinunciare a dare la colpa alla società di oggi…
Da sempre c’è stata la cultura della “doppia faccia“, non sempre vista come fatto negativo.
A Roma, la doppia faccia era impersonata dal dio Giano, custode del passato e del presente, dell’inizio e della fine, del passaggio e del ritorno. Una doppia faccia, insomma, che si faceva carico degli opposti, delle antitesi… E l’uomo, in fondo, è un guazzabuglio di opposti! L’uomo è luce e ombra, odio e amore… L’uomo è frutto di opposti, l’uomo è una medaglia con infinite facce.

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Ma la cosa negativa non è tanto il fatto di avere più facce… bensì quello di passare repentinamente dall’una all’altra, senza una logica!

E’ questo il nostro grande problema! Mi viene in mente un passo del Vangelo:

Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno

Gesù, come sempre, c’ha visto lungo: la causa del nostro male è la doppiezza (o la “triplezza” o “quartezza”…) del cuore: l’uomo è l’unico animale che vuole A, pensa B e fa C… rimpiangendo di non aver fatto D.

L’uomo riesce ad essere  il tutto ed il suo contrario, felice quando è triste e triste quando è felice, riesce a fingere, a recitare…

Forse è proprio questa l’origine della sofferenza: agiamo diversamente da ciò che siamo perchè vorremo essere altro da noi…la risposta è scoprirsi ed amarsi… solo così avremmo possibilità di avere una faccia, una faccia che ha il coraggio di guardarsi allo specchio e di trovare, in quello sguardo, un sottile velo di Bellezza!