Amore & Psiche

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Una battuta del film “Il giovane favoloso” afferma:

Amava ad occhi chiusi, senza sapere chi fosse l’amato: non c’è favola più bella di Amore e Psiche

Ma siamo sicuri che sia proprio così?

Amore e Psiche è una fabula raccontata da molti scrittori dell’antichità, in particolare da Apuleio che, nel suo Metamorphoseon, gli dedica 3 degli 11 libri  di cui è composta l’opera.
La vicenda è molto semplice: lei ama lui, lui ama lei ma lei non sa che lui è il dio Cupido. I due si incontrano solo di notte, nel buio più totale. Ma si sa, la curiosità è donna: la bella Psiche (la cui bellezza eguagliava quella di Venere) non resiste ed una notte, mentre il suo amante dormiva, prende una lampada e… la fioca luce della fiamma mostra l’identità del passionale amante. Poi vabbè, come sempre nei miti, alcune divinità si arrabbiano, ci sono sfide da risolvere per placare l’ira, mostri e cose strane. Ma comunque tutto si risolve e lei può amare lui, senza problema.

Insomma, Leopardi afferma che “non c’è fabula più bella di Amore e Psiche” ma è possibile che una favola in cui due si amano senza nemmeno conoscersi possa essere definita la più bella?  Così su due piedi direi di no: per amare qualcuno, in teoria, bisognerebbe conoscerlo, bisognerebbe apprezzarne i tratti fisici, il pensiero ecc… Qui i due si amano senza sapere niente!
Questo mi fa pensare alla mia esperienza personale: le ragazze che mi piacciono sono sempre molto esigenti, cercano il particolare, vogliono conoscere prima di ricambiare e se qualcosa non va…allora non c’è niente da fare! Basta un piccolo “difetto” per troncare sul nascere una possibile bella storia d’amore…

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Ma siamo sicuri che sia possibile conoscere qualcuno fino in fondo e, soprattutto, che sia possibile che l’amore sia determinato dalla conoscenza? Questa bella fabula è la prova che, per amarsi, non occorre “essere fisicamente attraenti” o “intellettualmente dotati”… basta solo saper amare, e nell’amore un pò di mistero non guasta mai…

Ci siamo persi la bellezza dell’amore proprio a causa del desiderio di conoscere e controllare ogni aspetto di chi abbiamo davanti. Ricordate la fabula? I guai iniziano quando lei accende la luce.

Amre e Psiche che si abbracciano di Antonio Canova, 1788-1793

 

Aveva ragione Giacomino: Amore e Psiche è proprio la fabula più bella, forse proprio perchè non è una fabula bensì un esempio di vita vera, ciò acui tutti dovremmo mirare… Amava ad occhi chiusi, senza sapere chi fosse l’amato e, dunque, lo amava senza tornaconto, lo amava nella misura in cui era amata! Che bello poter amare così… e poter essere amati così, senza aspettarsi nulla, senza rimanerci male perchè, dopo un pò, il partner mostra aspetti che prima non ci aveva mostrato. Amare senza vedere, che traguardo magnifico: amare solo guidati dal cuore e dall’anima (Psiche, in greco, è l’anima… ma anche, in un’accezione più moderna, la mente): amare con anima, mente e corpo ma senza lasciarsi guidare dall’occhio ossia dalla pretesa. L’occhio vede e guida… a volte verso il bene, a volte verso ciò che noi pensiamo sia il bene.

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Non mi stancherò mai di dirlo… Non c’è fabula più bella di Amore e Psiche… e quanto vorrei, un giorno, essere un pò come Psiche…

Il diamante e la grafite

Ve l’ho detto, la Sociologia ha cambiato il mio modo di vedere il mondo…
In ogni lezione che ho frequentato ho imparato qualcosa di nuovo… una di queste è la “questione” del diamante e della grafite.

Facciamo un piccolo gioco: vi farò vedere due immagini e dovete dirmi (vabbè, pensatelo solo) se sono cose uguali o no.

 

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Fatto? Bhe… è un gioco semplice! Si tratta di un diamante e della grafite, minerale con cui è fatta la matita. Ovviamente sono diversissimi… eppure, se vi dicessi che sono fatti della stessa sostanza? Già… sia il diamante (robustissimo) che la grafite (fragile) sono fatti di carbonio. Cos’è, allora, che li rende così diversi?

Guardate quest’altra immagine:

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Cosa notate di diverso? ESATTO! La struttura. Il diamante è caratterizzato dalla presenza di un involucro cubico mentre la grafite dalla sovrapposizione di piani. In altre parole: la struttura del diamante è caratterizzata da una rete di atomi di carbonio complessa, in cui gli atomi si legano e compongono una sorta di “gabbia” assai difficile  da sciogliere. La grafite, invece, è costituita da piani paralleli che, sfregati contro una superficie, si scompongono. In essa gli atomi di carbonio non instaurano legami forti, non si mescolano fra di loro, non interagiscono profondamente, ma soltanto superficialmente.

Questo accade anche nella società. Immaginiamo una società, o gruppo di persone, in cui gli elementi costituenti sono uniti da legami profondi, legami che li tengono uniti. Tali elementi, dunque, formano una sorta di “diamante”, resistente e robusto.. ed anche prezioso. Prendiamo in esempio, ora, una società i cui elementi non sono uniti da legami di senso. Essa, proprio come la mina di una matita, si sfalderà al primo contato con un problema.

 

La forza di un gruppo (o di una società) sta nella forza dei legami che la tengono in piedi: più forte è il legame più forte è la società. Sembra una stupidaggine ma è, in realtà, una grande verità: viviamo in un mondo di grafite, in cui la paura e la mancanza di fiducia creano legami fragili. Ognuno di noi è chiuso nel suo sè, nelle sue necessità, arrivando a perdere di vita l’altro… ma senza l’altro noi  non siamo nulla: l’uomo è un essere relazionale, e solo relazionandosi può essere pienamente sè stesso.

La paura reprime la nostra natura, rendendoci i peggiori nemici di noi stessi…
Occorre invertire la rotta: scoprire la bellezza della fiducia e della relazione per diventare esseri preziosi e forti, come un diamante…

 

Due facce

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La luna ha due facce ma ne mostra sempre e solo una… beata lei! Noi, di faccia, ne abbiamo una ma, come minimo, ne mostriamo due!

Perchè? Per paura, per convenienza, per divertimento…

 

 

 

Mi sono informato: non è una cosa dei giorni nostri quindi, per questa volta, dovremmo rinunciare a dare la colpa alla società di oggi…
Da sempre c’è stata la cultura della “doppia faccia“, non sempre vista come fatto negativo.
A Roma, la doppia faccia era impersonata dal dio Giano, custode del passato e del presente, dell’inizio e della fine, del passaggio e del ritorno. Una doppia faccia, insomma, che si faceva carico degli opposti, delle antitesi… E l’uomo, in fondo, è un guazzabuglio di opposti! L’uomo è luce e ombra, odio e amore… L’uomo è frutto di opposti, l’uomo è una medaglia con infinite facce.

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Ma la cosa negativa non è tanto il fatto di avere più facce… bensì quello di passare repentinamente dall’una all’altra, senza una logica!

E’ questo il nostro grande problema! Mi viene in mente un passo del Vangelo:

Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno

Gesù, come sempre, c’ha visto lungo: la causa del nostro male è la doppiezza (o la “triplezza” o “quartezza”…) del cuore: l’uomo è l’unico animale che vuole A, pensa B e fa C… rimpiangendo di non aver fatto D.

L’uomo riesce ad essere  il tutto ed il suo contrario, felice quando è triste e triste quando è felice, riesce a fingere, a recitare…

Forse è proprio questa l’origine della sofferenza: agiamo diversamente da ciò che siamo perchè vorremo essere altro da noi…la risposta è scoprirsi ed amarsi… solo così avremmo possibilità di avere una faccia, una faccia che ha il coraggio di guardarsi allo specchio e di trovare, in quello sguardo, un sottile velo di Bellezza!

 

#Riflessioni – Il contrario dell’Amore…

Dice Enrico Petrillo, Marito di Chiara Corbella:

Chiara aveva scoperto che il contrario dell’amore è il possesso. Quando comprenderai che una cosa, un amore, una relazione è veramente tuo? Quando sarai libero di perderlo. Perché quando hai la libertà di perderlo, ti accorgi che quello è un dono di Dio

amareOggi solo poche parole. Per molto tempo ho pensato che amare qualcuno significasse possederne l’affetto, quasi come se dovessi succhiare linfa da un fiore. Ma può, l’amore, essere solo questo? Può, l’amore, limitarsi ad una “necessità di affetto”?

L’amore per una persona viaggia su due binari paralleli: coscienza della bellezza dell’altro e coscienza della bellezza di sè. Cosa intendo dire?

Quando si ama qualcuno, quel qualcuno riesce a far emergere da noi solo il meglio, tutta quella Bellezza che tenevamo per noi. Questo perché, quella persona, ci mette nella condizione di godere della sua bellezza. La Bellezza ispira Bellezza.

Ecco, dunque, perchè il contrario dell’amore è il possesso: quando si ama veramente qualcuno, la Bellezza che è in noi esplode, e non possiamo fare a meno di donarla al mondo.

Ed è la cosa più bella esista!

#BellezzaCome – Conversione

download (4)Oggi, 25 Gennaio, ricorre la memoria liturgica della Conversione di San Paolo. Ma sappiamo cos’è una conversione?

Innanzitutto non significa cambiare idea, sarebbe troppo riduttivo! La conversione è qualcosa che contempla un cambiamento radicale del proprio io; un cambiamento di direzione della propria vita.

Il termine conversione suggerisce l’immagine di una persona che, accorgendosi di camminare su una strada sbagliata, decide di tornare sui suoi passi e di incamminarsi in una direzione diversa. La conversione è una presa di coscienza “esistenziale” che può avvenire in seguito all’azione persuasiva di una terza persona oppure alla considerata riflessione personale. Si decide, così, di cambiare il corso della propria vita, riorientando i propri atteggiamenti e comportamenti secondo criteri diversi da quelli seguiti fino a quel momento. (Da Wikipedia)

Il cambio di vita è un qualcosa che va oltre le proprie idee, la propria ragione o i propri sentimenti. Per essere vera, una conversione, deve giungere fino all’anima, sconvolgendola.

Convertirsi può voler dire anche, in un certo senso, ritrovare sè stessi, riunificare il proprio io scisso fra ESSERE e DOVER ESSERE (o essere imposto).

Il principio della conversione comincia dal prendere coscienza di non essere completo, o felice: si capisce, dunque, di non vivere la propria vita come piena Bellezza! Da questo deriva un momento di crisi. Benedetta sia la crisi! L’uomo ne ha paura, la fugge, considerandola negativa… tutt’altro!

Crisi deriva dal greco κρίσις, decisione. Tale termine deriva dal verbo Krino, ossia dividere, separare, discernere. La crisi è, dunque, un momento di separazione che implica la presa di decisione riguardo qualcosa.

Dunque, la presa di coscienza di una vita infelice e non vissuta nell’ottica della Bellezza, porta alla crisi, ossia ad un momento di scissione fra un prima, dominato dall’infelicità, dalla depressione e dalla tristezza, ed un dopo, guidato dalla Bellezza e dalla gioia di vivere.

La conversione, in realtà, non è un “allontanamento da sè” ma un “rientrare in sè“.

 

Per poter convertire il proprio cuore e la propria anima occorre una Grazia: non è facile accorgersi della schifezza della propria vita, e non è facile nemmeno decidere di cambiare il proprio atteggiamento. Ciò può avvenire solo se si è folgorati dalla Bellezza, dalla vera Bellezza. Ma occorre avere fede nella Bellezza, fiducia nel suo modo d’agire.

 

Ecco, dunque, a cosa serve la festa di oggi: a prendere coscienza di sè. Bisogna domandarsi: Sto vivendo la BELLEZZA? A questo serve l’esempio dei santi: a farci aprire gli occhi…

#BellezzaOvunque – Tutto ciò che avremmo potuto essere io e te…

downloadTutti, o quasi, conoscono “Braccialetti Rossi“, principalmente grazie alla serie TV. In pochi sanno che “Braccialetti Rossi“, prima di essere una serie TV, è una serie di libri scritti dallo scrittore spagnolo Albert Espinosa. Espinosa è uno scrittore brillante, che concilia semplicità di parole con profondità di contenuti. Un esempio di questo “mix” è dato da “Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te“.

A prima vista, un titolo simile potrebbe essere associato ad una trama “smielata“: la solita storia d’amore non corrisposta fra due persone. Eppure non è così: mai giudicare un libro dalla copertina.

Marcos è un ragazzo che possiede il dono di riuscire a leggere i pensieri, le emozioni e i ricordi delle persone  guardandole semplicemente negli occhi, e sfrutta questo talento lavorando per la polizia, che lo chiama per risolvere i casi più complessi.

L’esistenza di Marcos sta, però, per essere sconvolta: un giorno riceve la notizia della morte di sua madre, a cui era molto legato. Marcos, preso dallo shock, decide di acquistare un costoso farmaco che, una volta somministrato, consente di restare sveglio per sempre: dal momento in cui la madre è morta, infatti, non riesce più a dormire, a causa di orribili incubi.

Poco prima di utilizzare il farmaco riceve però la telefonata dal capo della polizia, il quale gli chiede di recarsi presso la loro stazione per cercare di leggere la mente di un extraterrestre appena catturato, il cui aspetto è quello di un semplice adolescente.

Nonostante gli sforzi, Marcos non riesce a captare i pensieri dell’extraterrestre, soprannominato “lo straniero“, il quale, tuttavia, riesce a entrare nella mente di Marcos.

All’improvviso “lo straniero” avanza due richieste a Marcos: per prima cosa deve aiutarlo a fuggire dalla polizia, che lo sta seviziando da giorni per estorcergli ogni tipo di informazione; l’altra richiesta è che Marcos deve recarsi in giornata in un determinato teatro per incontrare una ragazza di cui si era invaghito, ma con cui non aveva mai scambiato una sola parola. Marcos non capisce il senso della seconda richiesta, ma decide di aiutare l’alieno.

Così, mentre il capo della polizia facilita l’evasione dello “straniero”, Marcos si reca a teatro dove riesce a fare la conoscenza della ragazza. Mentre i due prendono un caffè, il capo della polizia avvisa telefonicamente Marcos che “lo straniero” lo aspetta nella città di Salamanca. Marcos parte immediatamente per la nuova destinazione insieme alla ragazza appena conosciuta.

Giunti a Salamanca incontrano “lo straniero”, che acconsente di raccontare loro tutta la scioccante verità: ogni essere umano ha a disposizione sei vite, da trascorrere su sei pianeti differenti. La Terra ospita coloro che stanno vivendo la seconda esistenza, mentre “lo straniero” proviene dal terzo pianeta. Arrivati sul quarto pianeta si riceve il dono di leggere nella mente altrui, dono che per errore della natura Marcos ha ricevuto in anticipo. Sul quinto pianeta invece viene concesso di avere memoria delle quattro vite precedenti e di quella successiva. Cosa ci sia dopo la sesta vita, nessuno lo sa.

“Lo straniero”, che sempre per errore ha ricevuto in anticipo il dono della conoscenza di tutte e sei le vite concesse agli umani, è tornato sulla Terra per rivedere un’ultima volta l’amata moglie, da cui era stato separato in giovane età a causa di un grave incidente. Purtroppo è arrivato in ritardo: la donna, oramai vecchissima, è morta da poche ore. Ai tre non resta quindi che andare a visitare la salma della donna, che viveva proprio a Salamanca. Giunti nella casa della defunta, “lo straniero” consegna a Marcos un foglietto in cui è scritto il motivo per cui ha voluto che incontrasse la ragazza a teatro. Dopodiché, si sdraia accanto al corpo della moglie e spira.

Marcos e la ragazza vanno a riposare in un albergo vicino e decidono di leggere cosa c’è scritto sul biglietto, scoprendo così…

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Tutto ciò che avremmo potuto essere…” è un libro stupendo. Non è la classica storia d’amore infantile e scontata. Questo libro parla d’amore, ma di un amore “puro”, un amore “maturo”.

L’amore è, certamente, il tema principale a cui, però, si legano altri temi: il lutto, l’essenza della vita, il destino, il rapporto genitori/figli…

Tutto nasce da un dolore ma il dolore non può essere la mèta. La mèta di tutto è l’amore.

Quindi, per riassumere: dov’è la Bellezza in questo libro? La Bellezza sta nel riuscire a percepire il legame profondo che ci lega con chi abbiamo attorno. Molte volte diamo per scontati i rapporti che viviamo. Poi, però, la vita ci mette davanti alla cruda verità: la morte o l’allontanamento. E così ci ritroviamo in uno stato di profonda depressione, di morte interiore. Ma la vita va oltre tutto ciò! Siamo nati per essere eterni e l’eternità altro non è che il momento in cui “TU VIVI”, in cui ami, in cui ti rendi conto di chi hai accanto e del legame misterioso che ti lega. La morte non avrà mai l’ultima parola, poichè alla fine di tutto c’è l’amore. Questo è un libro che parla di Bellezza, che parla dell’Eternità.

Vi consiglio sinceramente di leggerlo. Forse rimarrete un pò “delusi” dalla storia, e dall’epilogo… non vi stupite se non riuscirete a capire tutto subito…

Ma vi assicuro che, a tempo debito, ogni parola andrà al suo posto.

#BellezzaCome -Una rosa e le sue spine

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La rosa è, da sempre, simbolo di Bellezza e lo è anche se possiede delle spine. Siamo anche noi, in fondo, come una rosa. Siamo,infatti, Bellezza. Ognuno di noi ha un seme di Bellezza nel proprio cuore. Anche noi, come il fiore, abbiamo delle spine, delle protezioni verso il mondo esterno.

Io ti amo, rosa mia, anche se hai tutte quelle spine e non ne vorrei una in meno di tutte quelle che hai. 

Come si fa ad amare una rosa, a considerarla simbolo di Bellezza, anche se ha tutte quelle spine?

“Una pecora se mangia gli arbusti, mangia anche i fiori?” 
“Una pecora mangia tutto quello che trova”. 

“Anche i fiori che hanno le spine?” 
“Sì. Anche i fiori che hanno le spine”. 

“Ma allora le spine a che cosa servono?” 
Non lo sapevo. Ero in quel momento occupatissimo a cercare di svitare un bullone troppo stretto del mio motore. […]
“Le spine a che cosa servono?” Il piccolo principe non rinunciava mai a una domanda che aveva fatta. 
Ero irritato per il mio bullone e risposi a casaccio: 
“Le spine non servono a niente, e’ pura cattiveria da parte dei fiori”. 
“Oh!” 

Ma dopo un silenzio mi getto’ in viso con una specie di rancore: 
“Non ti credo! I fiori sono deboli. Sono ingenui. 
Si rassicurano come possono. Si credono terribili con le loro spine…” […]

Una rosa fragile si crede protetta dalle rose che ha, ma basta una forbice o una ruota di bicicletta per distruggerla. Le spine di una rosa altro non sono che la manifestazione della sua fragilità e noi amiamo le persone (che sono le rose) anche in virtù della loro fragilità, anzi… noi amiamo solo cose fragili perché anche noi, in un modo o nell’altro, siamo fragili.

Io non vorrei mai una rosa senza spine poiché una rosa senza spine non sarebbe una rosa, ma un fiore  che profuma solamente. Ma noi amiamo la fragilità, IO amo la fragilità.

Sono le difese che noi ci costruiamo che mostrano quanto siamo fragili.

Non bisogna aver paura delle proprie fragilità e nemmeno pensare che chi si ha intorno non ci ami a causa di queste “spine” o che non voglia altro che toglierle.
Non bisogna aver paura delle proprie fragilità, non bisogna odiare le proprie spine, anzi… bisogna metterle nelle mani di qualcuno affinché quel qualcuno possa sentire il profumo di vita che emaniamo.

Noi siamo una rosa. TU sei una rosa, la mia rosa… e non sei mia affinchè io possa possederti e comandarti! Sei la mia rosa perchè è te  che ho addomesticato, è il tuo profumo che desidero sentire, è il tuo colore che desidero contemplare.

Ma tu, o rosa mia, non lo comprendi, e pensi che io voglia togliere le tue spine.
No, non c’è rosa senza spine… e non è una rosa una rosa senza spine.

 

#BellezzaOvunque – “La tua bellezza, F. Renga”

Oggi parliamo di musica.

Ci sono molte canzoni che parlano di Bellezza, io ne ho scelta una in particolare: “La tua Bellezza” di Francesco Renga (Se non la conoscete, eccola qua: La Tua Bellezza – Renga )

 

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Mentre aspetto che tutto finisca
E ti guardo perché sei perfetta
Sei la cosa che più mi spaventa

Ogni giorno ci capita di osservare la Bellezza ed a volte questa bellezza ci spaventa. E’ normale, è ciò che i poeti chiamano sublime. Il primo livello della bellezza è quel che viene definito “sentimento del bello” ed avviene quando ci si imbatte in qualcosa di piacevole, che soddisfa i nostri sensi. Tuttavia c’è un qualcosa di maggiore, di migliore: il sublime, piacere profondo dell’anima che si prova osservando la potenza e la vastità di un qualcosa di così incommensurabile che potrebbe sovrastare, annientare, l’osservatore stesso. A me capita osservando il tramonto o le stelle.

Non dobbiamo nasconderci che la Bellezza fa paura. Ne siamo spaventati, proprio perchè essa è incommensurabile, impensabile, assai più grande di ciò che siamo noi.

Il sublime, sempre più sbriciolato dalla conoscenza, non si ricompone facilmente in unità davanti alla nostra mente, e così gradualmente siamo privati della cosa più alta che ci era stata concessa, dell’unità che ci innalza al pieno sentimento dell’infinito. Per contro, quanto più cresce la conoscenza, tanto più diventiamo piccoli. Mentre prima stavamo di fronte al tutto come giganti, poi ci sentiamo nani di fronte alle parti.
Johann Wolfgang Goethe

viandante sul mare di nebbia

Viandante su mare di nebbia (Caspar David Friedrich)

Mentre togli il vestito di fretta
Non rimane che la meraviglia
Che la tua pelle nuda risveglia

Ovviamente Renga sta parlando di una donna vera. In realtà il discorso potrebbe benissimo essere esteso ad un piano più “simbolico”: togliendo i nostri “vestiti”, ossia tutte quelle sovrastrutture, le nostre elucubrazioni, pregiudizi e maschere, non rimane che la meraviglia.  

Anche la nudità  è ancella della Bellezza, poichè permette di osservare la Bellezza dal vivo. Si ha paura di spogliarsi di sè, perchè le nostre sicurezze, le nostre maschere, i nostri “vestiti”, ci danno sicurezza. Ma è la semplicità, l’essere nudi, che risveglia la meraviglia, la bellezza.

Se la tua bellezza è
Furiosa e nobile
E’ qualcosa che somiglia alla parte migliore di me

Renga definisce la Bellezza “furiosa e nobile”. Cosa avrà voluto dire?

I due termini sono opposti, ossimorici. La bellezza è impeto e tranquillità, impazienza e meditazione. E’ impossibile definire la Bellezza se non facendola coincidere con il tutto. E non dobbiamo andare lontano per trovare la bellezza: basta solo scoprire la “parte migliore”.

Ognuno ha una parte migliore. Mi piace pensare che la Bellezza sia la cartina tornasole della propria anima: vediamo bellezza nelle cose nella misura in cui vediamo bellezza in noi. E ciò che è magnifico: solo scoprendo la nostra Bellezza potremmo accorgerci di ciò che ci circonda.

Se la tua bellezza è
La tua bellezza[…]                                                                                                         Ogni mio desiderio si incendia

Questa frase mi ha sconvolto. Se riuscissimo a vivere la nostra bellezza,

così com’è, senza costrutti mentali, senza pregiudizi o maschere, allora la nostra vita s’incendierà. Vivere la propria bellezza renderà la nostra vita un fuoco vivo.

A volte c’è la tentazione di vivere la Bellezza altrui, di fingerci ciò che non siamo… questo è ciò che fisicamente accade quando ci si trucca o si cambia taglio o colore di capelli oppure quando si cerca di sesso-fiammeapparire altro, per essere migliori di ciò che siamo.

La bellezza è l’eternità che si mira in uno specchio.

Kahlil Gibran

 

 

Se la tua bellezza è
Furiosa e fragile
E’ qualcosa che somiglia alla parte migliore di me

Se la tua bellezza è furiosa e fragile, allora essa è qualcosa che somiglia alla parte migliore di me. Solo se riusciamo a vivere la bellezza che abbiamo nella nostra anima come un qualcosa di forte e fragile allo stesso tempo allora essa verrà mostrata come “la nostra parte migliore. Non dobbiamo avere paura di mostrarci nudi o fragili, anche se ciò ci rende vulnerabili ai graffi del mondo. Tuttavia, dice il piccolo principe,

Bisogna pur sopportare qualche bruco se si vogliono conoscere le farfalle: sembra che siano così belle..

 

Renga conclude nel migliore dei modi:

Se la tua bellezza è
La tua bellezza è…

Se vivi la tua bellezza sarai bellezza. E’ questa la più grande verità.

Questo è l’augurio che vi faccio, cari lettori.

#BellezzaCome… Kenosis (Svuotamento)

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Qualche tempo fa, una mia cara amica suora mi diede la leggere un brano tratto da un’epistola Paolina, la lettera ai Filippesi, per la precisione. L’ho letta attentamente e proprio questa lettura mi ha fatto venir voglia di cominciare a cerare la Bellezza. Ecco perchè.

Cominciamo con il leggere il brano (Fil 2,5-9):

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;

Comincio con il dire che, la traduzione italiana, non rende giustizia alla profondità del testo: nell’originale,Paolo, scrive:

ὃς ἐν μορφῇ θεοῦ ὑπάρχων οὐχ ἁρπαγμὸν ἡγήσατο τὸ εἶναι ἴσα θεῷ, (Versetto 6)

Quello che nella versione italiana è ” essendo di natura divina” in greco è μορφῇ θεοῦ (Morphè Theon) e, testualmente tradotto,sarebbe: ” […] essendo nella forma di Dio. ” Ma cosa vuol dire che Cristo era “nella forma di Dio” ? Come forse avrete letto nella presentazione di questo blog, la parola μορφῇ (Morphè) non vuol dire solo FORMA ma anche Bellezza, essenza che corrisponde all’apparenza. Riassumendo, dunque, Cristo, ab origine, possedeva la stessa Bellezza di Dio. Personalmente questa frase mi ha colpito molto. La Bellezza, come detto già in altri momenti, non risiede solo nella perfezione ma anche nell’imperfezione ed è proprio questo che ha spinto Cristo a “Non considerare un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio” . Capita, molto spesso, che l’idea di Bellezza fissa nella nostra mente sia quella di “perfezione”: Bello=Perfetto. Così, ci ritroviamo a considerare questa (presunta) nostra perfezione come un tesoro geloso, da tenere per noi. Così facendo,ci ritroviamo soli. Tuttavia, la Bellezza, quella vera, non è stasi ma movimento; Bellezza è giungere all’essenza delle cose. E’ proprio questo movimento (definito da Paolo “Kenosis”) la chiave di tutto questo discorso. Kenosis deriva da ἐκένωσεν ( Ekenosen) a sua volta derivante dal verbo ” Kenoo” ossia “spogliare, rendere deserto”. Questo potrebbe sembrare un paradosso. Ma non lo è. La bellezza è passare dal PERFETTO all’ ESSENZIALE, da ciò che è “detto” a ciò che è “vissuto”. Proteggere la Bellezza chiudendola in una teca di vetro non significa salvaguardarla bensì distruggerla, al contrario, mettendola in movimento, in discussione, ossia SVUOTANDOCI dalla certezza di averla, significa essere un gradino più vicini a possederla (possedere completamente la Bellezza è un esperienza che non può accadere in questa dimensione fisica, poichè la Bellezza è pura essenzialità, un fenomeno che va oltre i nostri sensi).

Il Piccolo Principe, per proteggere la sua rosa la mette sotto una teca di vetro. Ma come farà a sentirne l'aroma?

Il Piccolo Principe, per proteggere la sua rosa la mette sotto una teca di vetro. Ma come farà a sentirne l’aroma?

Questa Kenosis, svuotamento, genera un passaggio dalla μορφῇ θεοῦ alla μορφὴν δούλου ( Morphè doulon). δούλου significa,  secondo la communis opinio, “Schiavo” eppure, consultando un dizionario di greco, troveremmo, insieme a suddetto significato, anche quello di “colui che si sottomette alla volontà altrui“. Comincia a delinearsi un percorso più chiaro. Passare dalla certezza del Perfetto all’incertezza dell’essenziale, dalla certezza di poter decidere da sè a quella di piegarsi al volere altrui. Al giorno d’oggi siamo tutti paladini della libertà… ma cos’è la libertà? Sicuramente non è far di testa propria. Siamo così prigionieri che non ci accorgiamo nemmeno della Bellezza attorno a noi. Facciamo di tutto per trovare la bellezza eppure basta solo una cosa: lasciarsi guidare. E non sto parlando solamente a livello religioso: lasciarsi guidare da un sorriso, da un tramonto, da uno sguardo. Sono queste le più belle cose.

Tutto ciò coincide con un “umiliarsi”. Tutti noi abbiamo paura di questa parola poiché nessuno vuole umiliarsi. Tutti vorrebbero decidere da sè e nessuno vuole sottomettersi alle decisioni altrui. Così facendo ci chiudiamo sotto una teca di vetro privando il mondo della nostra bellezza e privando noi della bellezza del mondo.

Abbiamo paura della Bellezza poiché essa non dipende da noi. E tutto ciò che non dipende da noi ci fa paura.

San Paolo, attraverso l’esempio di Cristo, vuole spingerci a questo: rinunciare alle certezze che crediamo di avere e di aprire gli occhi alla Bellezza. Lasciarci guidare dalla Bellezza, Sottometterci alla Bellezza.

Eppure è proprio l’umiliazione e la sottomissione alla Bellezza che conducono all’ “esaltazione”. Svuotarsi, dunque, non per annullare la propria bellezza ma per centuplicarla!

E noi, uomini e donne coraggiosi del XXI secolo, abbiamo il CORAGGIO di piegarci alla Bellezza?

#Bellezzacome… Imperfezione

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Dire “Bellezza è Imperfezione” può, forse, sembrare un ossimoro. Se la Bellezza è, per l’appunto, “Bellezza” come può essere imperfetta?

Da sempre, infatti, abbiamo associato il concetto di Bellezza a quello di perfezione. Esempio eclatante di ciò che sto dicendo è, su tutto, l’arte greca classica. Essa, infatti, traeva origine da un trattato (oggi perduto) intitolato “Canone” e scritto dallo scultore Policleto: in esso, l’artista, esponeva le sue “regole della bellezza perfetta” arrivando a teorizzare, per primo, i concetti di armonia e bellezza.

La Bellezza era la massima perfezione raggiungibile e, a sua volta, la perfezione era l’armonia. Dunque: ciò che era armonioso, proporzionato, era perfetto e, quindi, bello.

Tale criterio influenzò per secoli, oltre che l’arte, anche il concetto di “Bellezza”.

Ad avvalorare questo paradigma Perfezione-Bellezza c’e anche il fatto che quando i romani, grandi “collezionisti” di arte greca, trovavano una scultura crepata dal tempo, la “riparavano” passando uno strato di cera fusa che, andando a riempire le crepe, faceva sembrare la statua perfetta, come lo era in origine. Fino a qui, forse, nulla di nuovo. Tuttavia c’è qualcosa che non sempre viene scritto nei libri: quando i romani rinvenivano una statua e la giudicavano “perfetta”, tale processo correttivo non veniva effettuato. L’opera, dunque, era SINE CERA, senza cera, ossia SINCERA.

Non c’e, dunque, sempre bisogno di “correggere” le proprie imperfezioni poiché la bellezza si può trovare anche nelle “crepe”.

Per collegarci al post precedente ( Bellezza come… Fragilità ) possiamo dire che: Un qualcosa di “crepato” è un qualcosa di fragile. Pensiamo ad un vaso: basta un nonnulla e va in frantumi. Tuttavia, nei musei, troviamo una miriade di opere antiche, rovinate, crepate eppure… meravigliose. Perché? Perché sono sincere.

E così dovremmo fare noi. Abbiamo paura delle nostre fragilità e così passiamo su di esse uno strato di “cera” o, per dirla in altri termini, indossiamo delle maschere, per camuffare la nostra imperfezione. Eppure, io vi dico, anche l’imperfezione è bellezza, anzi, lo è di più poiché è sincera.

Sono le piccole imperfezioni che rendono belle le cose: io ricordo che la mia nonnina aveva la pelle tutta rugosa, una pelle vecchia, segnata dagli anni e dalle sofferenze. Eppure era bella, e questa bellezza non derivava dalla forma, ma da ciò che lei rappresentava per me.

Oggi abbiamo perso tutto ciò: vogliamo la perfezione, dimenticandoci, però, che solo Dio è perfetto e noi, esseri umani, non lo saremo mai: possiamo cercare di esserlo ma, in questa vita, non lo saremo mai. Ed è bello.

Ai bambini si insegna, fin dai primi anni, a distinguere “bello” e “brutto” ed a scegliere il bello ed a scartare il brutto… ma siamo sicuri di sapere cosa sia cosa?