Il bambino nella bolla | #MiColoroDiBlu

C’era una volta un bambino che aveva la strana abitudine di vivere dentro una bolla d’acqua. Pensate che sia strano? Bhe, si un po’ forse lo è ma ognuno ha il diritto di scegliere dove vivere: c’è chi vive in un igloo, chi in una tenda, chi in una casetta minuscola minuscola con il tetto di legno, chi una casa grande grande con il tetto di mattoni e chi in una bolla. La bolla era così leggera che bastava un soffio leggerissimo di vento per farla volare via ed è per questo che il bambino che ci abitava dentro non riusciva a vivere per più di un’ora di seguito nello stesso posto. Hop, la bolla si alzava e volava su nel cielo; Hop, la bolla si poggiava sulla sabbia del mare, sul marciapiede affollato di una città, sul pendio di una montagna innevata. Hop, bastava un leggero soffio di vento ed il bambino prendeva il volo su nel cielo, verso chissà dove, alla ricerca di un grande tesoro. Ovviamente la bolla non era una normale bolla d’acqua: era azzurra, questo sì, ma resistente come un guscio di noce. Così, il bambino era come intrappolato dentro la bolla, ma tranquilli: non stava per niente male! Aveva un bagno, una cucina, una sala giochi, una camera da letto e perfino un parco giochi attrezzato. Il problema era un altro: la bolla azzurra era così spessa che il suono del mondo esterno non riusciva a penetrare al suo interno e, allo stesso tempo, la voce del bambino non riusciva ad uscire all’esterno. Se, per esempio, il bambino nella bolla non riusciva ad aprire un barattolo di marmellata per potersela spalmare su una bella fetta di pane caldo, rimaneva fregato e doveva rinunciare a gustarsi la sua merenda. In più, la bolla, essendo fatta d’acqua, distorceva la luce del sole impedendo al bambino che abitava al suo interno di vedere bene ciò che era attorno a lui: il viso della mamma, le lettere di un libro, i colori di un quadro… Per tutti questi motivi, il bambino si sentiva solo ed era per questo triste: nessuno voleva essere suo amico perché nessuno riusciva a sentire ciò che diceva e, allo stesso tempo, a farsi sentire. Il bambino che abitava nella bolla, quando vedeva, anche se non benissimo, che accanto a lui c’era un altro bambino, urlava a più non posso ma niente… non riusciva mai a farsi sentire. Un giorno, il vento, trasportò la bolla in una città assai strana, la città dei fiori secchi. Ho controllato su una carta geografica ma non l’ho trovata. Potete credere o non credere che esista, fatto sta che a me hanno raccontato questa storia e questa storia è ambientata nella città dei fiori secchi: vi chiedo, dunque, se non credete che la città esista di fare finta, giusto il tempo di questa storia! Dicevo: un giorno, il vento, trasportò la bolla nella città dei fiori secchi, in cui i fiori, per l’appunto, erano secchi perché non vi scorreva nessun fiume, non c’era nessun acquedotto, non pioveva mai e… anzi, semplifichiamo: la città si chiamava così perché i fiori erano secchi ed i fiori erano secchi perché nessuno aveva a disposizione dell’acqua per innaffiarli. La bolla si posò sulla piazza principale della città, in mezzo al mercato. Ovviamente la faccenda non passò inosservata: il sindaco, il maresciallo dei carabinieri, il parroco, il farmacista, il meccanico, il maestro e tutti gli altri vennero a vedere questa bellissima bolla azzurra. Il sindaco, allora, disse
“ Ohibò, benvenuto nella nostra città, straniero venuto nella bolla! Qual è il tuo nome?” ma nessuno rispose. Il sindaco si offese: nessuno poteva non rispondere al sindaco. Passò la parola al maresciallo: “da dove vieni?” ma ancora una volta nessuno rispose. Anche il maresciallo si offese. Prese la parola il parroco, e dopo di lui il farmacista e poi il meccanico e poi il maestro: tutti facevano domande, nessuno rispondeva. Finì, così, che tutti si offesero per quel gesto di grandissima maleducazione! “Arrestiamo la bolla” gridò il maresciallo ma nessuna manetta era così grande per poterla legare. “Facciamo la guerra alla bolla” gridò allora il sindaco. Tutti applaudirono perché, in quella città, la maleducazione non era molto apprezzata. In men che non si dica, in poco più di un secondo, attorno alla bolla s’era creato un muro fatto di sacchi di patate e cartoni: da una parte la bolla, dall’altra tutta la cittadinanza, armata con mazze, forconi e padelle. “Al mio tre lanciate i pomodori, le patate e le angurie” ordinò il sindaco. Uno, due tre e… tutti lanciarono ma, la bolla, rimandò indietro tutto. Era, infatti, molto elastica. “Vedete? Ci attacca! Ci vuol far la guerra! E’ nostra nemica!”. Quella bizzarra guerra andò avanti per tre giorni interi: ormai le scorte di cibo stavano per finire e la gente cominciava a dire “diamo la resa, la bolla ha vinto la guerra!”. Il sindaco, però, non aveva intenzione di arrendersi e continuava a tirare contro la bolla ogni cosa che gli passava sotto mano: sedie, tavoli, libri, strumenti musicali, sassi… tutto rimbalzava contro la bolla e cadeva a terra. Un giorno, mentre tutti ancora tiravano oggetti, passò di lì un bambino, il figlio del sindaco. Approfittando di un momento di pausa, in cui tutti erano andati a comperare (al mercato di un’altra città) oggetti da tirare, il bambino si mise davanti alla bolla e domandò “Come ti chiami?” ma nessuno rispose. Il bambino insistette: “Da quale paese vieni?” ma ancora una volta nessuna risposta. “Nel paese dal quale vieni ci sono fiumi? E mari? E la pioggia?” domandò ancora, ma la bolla non rispose. Nel frattempo tutti erano tornati ed erano pronti per ricominciare la guerra contro quella bolla azzurra infrangibile che rimandava indietro gli oggetti. Quando il sindaco vide suo figlio lì davanti alla bolla ebbe paura e cominciò a gridare “Togliti, togliti! E’ pericoloso” ma il bambino continuava a voler stare lì. “Non mi importa se non mi risponde” diceva “voglio essere lo stesso suo amico”. “Ma è una bolla” disse suo padre. “Non mi importa cosa sia: a me non importa se non risponde e voglio essere lo stesso suo amico!”. Detto questo, il figlio del sindaco, abbracciò la bolla e… puff! Lì dove non erano arrivati spilli, spine, sassi e cocomeri era arrivato un abbraccio: la bolla azzurra si dissolse in un secondo, mostrando a tutti il bambino che viveva lì dentro. “Anche io voglio essere tuo amico” disse il bambino che viveva nella bolla. Così, grazie a quell’ abbraccio, la guerra contro la bolla finì ed il bambino che viveva nella bolla trovò il tesoro più grande che avrebbe potuto trovare: un amico! E fu così che, da quel giorno, grazie a quell’ abbraccio, quel bambino trovò un amico. Dovettero anche cambiare nome alla città: la bolla, infatti, era così grande che, scoppiando, sparse talmente tanta acqua che, da quel giorno, non ci fu più il problema dell’acqua… e fu così, che un abbraccio, fece rinascere i fiori.

 

Questa favoletta vuol raccontare le difficoltà di chi è affetto da disturbi dello spettro autistico. Poco si sa di questa patologia che, al suo interno, racchiude un’immensità di disturbi. Comprendere è impossibile: l’unica cosa che possiamo fare è accogliere!

E’ per questo che, oggi, anche io mi coloro di blu! Sfondi-desktop-HD-fantasy-cittaà-nella-bolla-dacqua

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Amarcord

Amarcord: se chiudo gli occhi mi vengono in mente tante immagini, molte delle quali legate alla mia fanciullezza, a quando andavo a scuola. Ah, una delle cose belle della mia università è che mi permette di riflettere sul mio passato, sulle mie esperienze, sulle emozioni di un tempo. Ecco, allora, che chiudo gli occhi e… Amarcord, mi ricordo….

Mi ricordo di un bambino moretto, cicciottello, un pò introverso, che attraversava un cortiletto circondato da alti alberi verdi. Non c’è silenzio, ma rumore: grida, urla, divertimento. Sono voci di bambini che giocano, che giocano a nascondino. E fra un “Fai tana libera tutti” ed un “mannaggia ai pescetti” le ore passano serene, fino a che una campanella interrompe i giochi innocenti della fanciullezza. E’ ora di tornare in classe, per le lezioni del pomeriggio. Il bambino cicciottello – che in realtà sono io – è il primo ad entrare, accompagnato da una donna alta, bionda, frizzante – come avrebbe detto lei riferendosi a qualcuno particolarmente energico ed euforico – bella. La donna bionda, come fosse un pastore, conduce il gregge di bambini. Era quello il suo lavoro, è quello che fa una maestra… ma lei lo faceva con passione, con amore, come fosse una mamma.
Il primo ad entrare in aula è il bambino cicciottello, che subito si fa a sedere al suo posto. Pian piano entrano tutti gli altri, lentamente, pieni di stanchezza. Ognuno si siede. La maestra bionda chiama il bambino cicciottello accanto a se: deve essere interrogato in scienze, attività che avrebbe impegnato le prossime tre ore. Già, il bambino cicciottello cominciò a parlare del Big Bang (utilizzando un sacchetto di plastica rigonfio d’aria e fatto esplodere), della flora della tundra (utilizzando un pò di muschio del presepe), della forza elettrostatica (grazie all’involucro rosa dei salvaslip di sua madre) e dell’uomo, pronunciando una frase che suscitò molte risa – anche se negli anni successivi, alla scuola media ed al liceo, si sarebbe rivelata vera – “L’uomo è come una macchina, e la sua benzina è il cibo“, ma dei bambini non possono capire ciò e l’unico modo che hanno per reagire è ridere.

Amarcord: c’è sempre il bambino moretto, ma sembra essere più piccolo. Davanti a lui c’è una donna, bassetta, con i capelli rossicci, col volto simpatico, allegro. I due discutono, con bonarietà: lei dice:
-“Devo attenermi al programma!
ed il bambino cicciottello risponde:
-“Ma io voglio studiare i romani!
e lei, con serenità, risponde:
-“Ma in prima elementare non possiamo studiare i romani!

Amarcord: ancora una volta c’è la donna bionda e frizzante. Questa volta, davanti a lei, c’è una donna mora, bella, bellissima: è la madre del bambino cicciottello. Le due discutono, non litigano… discutono solo, e l’argomento è il bambino cicciottello.
-“Non ha proprio capito come vanno fatte le divisioni” dice la bionda.
-“Eppure lui si impegna” dice la mora.
-“Lo so che si impegna, ma fa troppa confusione… in matematica proprio non va!” risponde la bionda.
Nessuna delle due sa che sarebbe stato solo l’inizio di una difficile storia d’amore fra il bambino cicciottello e la matematica, un rapporto di alti (pochi) e bassi (tanti), un rapporto d’amore ed odio. Il bambino cicciottello avrebbe fatto il liceo scientifico, qualche anno dopo, ma non avrebbe mai  capito niente di matematica, sebbene rimanesse affascinato dai suoi argomenti.

Amarcord: i profumi, le emozioni. Ripercorrere quei corridoi fa sempre un certo effetto. Dopo quei giorni, il bambino cicciottello, che intanto era cresciuto, li avrebbe attraversati altre volte, per ora due. La prima è stata per incontrare la donna bionda, sempre giovane, sempre frizzante. A lei dice: “Grazie a te ho deciso di diventare maestro” ed è vero. Ma non solo grazie a lei: quel bambino ha avuto la fortuna di incontrare tre maestre speciali, che hanno segnato la sua anima in eterno, e certe cose non si cancellano con il tempo.
La seconda volta, invece c’è un’altra donna: capelli grigiastri, sorriso materno, corpo robusto. A lei, il bambino cicciottello, dice: “Grazie per aver tirato fuori da me un talento, la poesia, grazie per avermi educato, per avermi donato qualcosa di speciale“. Entrambi si commuovono, ma cercano di contenersi a vicenda. Poi lui aggiunge: “Grazie, a voi tre maestre, per avermi insegnato cos’è la buona scuola: non una legge, ma delle persone in carne ed ossa, che lavorano ogni giorno con passione“. I due vengono interrotti, ed il bambino non più bambino capisce che è arrivato il momento di andarsene. I due si salutano, si abbracciano.
Il bambino se ne va. E’ felice, non solo perché ha salutato la sua maestra ma anche perché ha potuto pareggiare i conti con il suo passato: dire grazie a chi merita grazie e mandare a quel paese chi merita di andare a quel paese. E quelle donne, le maestre, sicuramente meritavano solo tanti grazie.

Per andare avanti occorre sapere da dove si viene; La strada non è mai un qualcosa a sé: la meta è frutto di un ieri, di un oggi e di un domani, se si ignora il passato come potrà esserci un futuro?

E’ per questo che, ogni tanto, chiudo gli occhi e… Amarcord…

 

 

#LeMieParole – Creatività

Chi mi conosce sa quanto io sia creativo. Il mio cervello lavora a mille giri al secondo (forse è per questo che ho bisogno sempre di mangiare e di dormire). Ho sempre qualche cosa che naviga nella mia mente, qualche idea che nasce.

Tutto ciò nasce dalla curiosità. Non mi accontento di ciò che vedo o sento, ho sempre bisogno di indagare le cause, di trovare dei motivi, delle connessioni. Davanti a delle situazioni mi diverto ad individuare i dettagli più nascosti, e a creare connessioni bizzarre!
Da questo deriva il mio “tristissimo” umorismo, eppure, analizzandolo bene, esso racchiude una certa grandezza creativa: fare battute improvvisate sul momento necessita di una grande velocità di elaborazione dei dati, degli eventi, delle situazioni.

Dunque: creatività. Ovviamente la creatività non nasce da sè ma è frutto di numerosi fattori e non è nemmeno un qualcosa che nasce dal nulla. Fin da piccolo la mia creatività è stata fortemente stimolata, soprattutto da  mio padre: mi raccontava storie e mi spingeva ad incuriosirmi delle cose, delle piccole cose. Se non fosse stato per lui, forse, non sarei quel che sono! Mi ricordo che quando ero piccolo mi portava spesso in vari musei oppure in giro per Roma. Un giorno mi portò ai fori romani e, camminando, mi disse: “su quel sasso si è seduto Romolo” ed io cominciai a costruire una storia, a trovare delle motivazioni logiche secondo le quali Romolo sarebbe dovuto passare di lì.

Ecco un altro fattore da cui nasce la creatività: l’esigenza di trovare delle risposte nuove più soddisfacenti di quelle già trovate da altri.

E poi c’è anche la voglia di essere diverso: quante volte ho sognato di andare nella preistoria, o nel medioevo! Ma la linea del tempo non era un limite: prendevo cartoncino e pennarelli, costruivo oggetti e via…un tutto nel passato, insieme al mio fedelissimo Mr.Poppy, fedelissimo orso bianco di peluche.

Creatività, dunque, come rimedio all’ordinario e come strumento di indipendenza: perchè accontentarsi di una minestra riscaldata se si può mangiare un piatto mai mangiato da nessun’altro?

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LeMieParole – Bambino

La mia terza parola è BAMBINO.

Bambino ha un doppio significato:

il primo è “essere bambino”. Scriveva Pascoli:

È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi […] ma lagrime ancora e tripudi suoi.

Mai cosa fu, per me, più vera. E’ stupido pensare di mettere da parte il proprio essere bambino: viviamo in un mondo dove tutto va storto proprio per questo. Il bambino non è colui che sottovaluta la realtà, anzi: i bambini riescono a penetrarne nel senso più profondo, ed a vivere un’ordinarietà fatta di piccole cose straordinarie. A me piace vivere così, da bambino. Questo non significa essere  immaturi, non significa sottovalutare le situazioni e non prendersi le proprie responsabilità. Vivere come un bambino significa prendere la vita così com’è, con spontaneità, con incanto. Gli adulti, sempre più spesso, predono tempo a costruire sovrastrutture, a fare pre- giudizi, ossia a giudicare prima di aver vissuto. Ma in tutto questo ci si rimette sempre. Perchè? Perchè in tutto questo viene tolta la possibilità di perdersi nei particolari, di stupirsi, di innamorarsi della  bellezza.

Perchè reprimere le proprie paure, i propri pensieri, le proprie idee, le proprie curiosità? Vivere reprimendo porta solo repressione ed una vita repressa è una vita a metà. La mia intera esistenza è una continua “guerra contro la razionalità” (Come direbbe Max Pezzali), un continuo scontrarsi di desiderio di vivere con spontaneità e di paure e sovrastrutture.

Il secondo significato è relativo ai bambini come essere umani. Amo i bambini, forse proprio perché invidio il loro modo di vivere, forse perchè, da bambino, tendevo ad assumere comportamenti troppo “da adulto”. Ecco, questo è uno dei miei rimpianti più grandi: aver perso tante occasioni per “essere bambino” quando la biologia mi permetteva, invece, di esserlo. Non sto dicendo di aver trascorso una brutta infanzia, assolutamente No! Ho solo detto che, con l’occhio “maturo” posso osservare che, in certe situazioni, avrei potuto assumere un diverso comportamento. Per questo ho deciso di diventare maestro: per non far perdere ai bambini di domani l’occasione di vivere la loro fanciullezza con spensieratezza e incanto.

Il mondo malato in cui viviamo è frutto di bambini mal cresciuti che, diventati adulti, hanno vissuto con un comportamento malato, frutto di mancanze e di desideri mancati.

 

La parola bambino, dunque, ha in se una forte valenza di Speranza: sono i bambini che salveranno il mondo, a patto che non dimentichino mai il fanciullino che vive dentro di loro!

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