La scimmia nuda balla

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Questa maledetta canzone mi è entrata nella testa e non credo che riuscirà facilmente ad uscire… Mi chiedo io: perchè? Secondo i “grandi geni” della musica, questa canzone piace perchè è semplice, quasi bambinesca. In effetti sembra essere così: testo originale, melodia accattivante, ritmo travolgente… tutti gli elementi per una canzone dello zecchino d’oro ci sono! Ma no, non è così: vi assicuro che il successo di Occidentali’s Karma risiede proprio nella profondità del testo, ricco di riferimenti culturali e di simboli vari. Ma procediamo con calma, dando un’occhiata più da vicino al testo:

Essere o dover essere
Il dubbio amletico
Contemporaneo come l’uomo del neolitico

Cominciamo subito con una citazione di ispirazione Shakespeariana: “essere o dover essere“: l’interrogativo che da sempre interessa l’uomo (e che peraltro è considerato essere contemporaneo come l’uomo del neolitico, ossia vecchissimo…)! Essere o dover essere? Vivere seguendo ciò che la nostra stessa coscienza ci suggerisce o adeguarsi (ed omologarsi) alla società? Già con questa frase iniziale si apre un microcosmo: l’uomo, e soprattutto l’uomo d’oggi, vive (combatte) una battaglia contro sè stesso, una battaglia fra istinti opposti e complementari: da una parte la natura, ciò che potenzialmente dovremmo essere, e dall’altra ciò che effettivamente siamo. Quest scontro non è facilmente risolvibile e l’uomo si trova quindi intrappolato in una “gabbia dorata”, ossia in una società, in un mondo, che apparentemente gli offre la libertà di essere ciò che desidera ma che, allo stesso tempo, lo rinchiude, lo aliena da sè stesso e dagli altri. Non a caso, la canzone prosegue con

Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo

Una gabbia 2×3 è, senza giri di parole, un luogo angusto ma è proprio in questo spazio che l’uomo è chiamato a “mettersi comodo”. Questo è un paradosso, un controsenso: la società è come questa gabbia 2×3, che ci da la suggestione di essere “comodi”, ossia liberi, ma che invece ci soffoca e ci rende prigionieri. Questo paradosso esistenziale, questa finta libertà, si traduce in una serie di “illogicità antropologiche” ossia di situazioni esistenziali senza logica:

Intellettuali nei caffè
Internettologi
Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi

Il minimo comune denominatore di questa “illogicità“, ossia ciò che  rende queste categorie umane così paradossali, è il web o, meglio ancora, la dipendenza dal web. Non nascondiamolo: il web ci offre la possibilità di un’illimitata libertà, dandoci la possibilità di essere ciò che vogliamo, come lo vogliamo, come e quando lo vogliamo! Forse, in fondo, è proprio il web a rendere la nostra vita una gabbia 2×3, ossia uno spazio stretto che ci da l’apparenza di essere liberi. Rinchiusi come siamo in questo spazio virtuale, fittizio, l’uomo ha perso completamente la capacità di vivere la realtà. E’ per questo che la canzone prosegue con

L’intelligenza è démodé
Risposte facili
Dilemmi inutili

Il web anestetizza completamente la facoltà intellettiva, fornendo risposte facili ai dilemmi esistenziali. Trovando a portata di mano le risposte (senza dover far fatica nel cercarle) l’uomo ha perso anche la capacità di porre domande. Diceva Kant “prima di valutare se una risposta è esatta si deve valutare se la domanda è corretta“: ecco, noi diamo per vere risposte a domande inutili, senza senso. Il mondo di false libertà in cui viviamo ci ha addormentato l’intelligenza, facendo si che potessimo accontentarci di risposte facili, che non presuppongono impegno. Già. ormai l’impegno è fuori moda: l’uomo non vuol far fatica, nè fisica ne intellettiva. Tutto è delegato alle macchine, ai sistemi informatici! Ma in questo meccanismo, dov’è finito l’uomo, con la sua capacità di pensare, di creare, di stupirsi, di immaginare, di cercare e trovare risposte e, soprattutto, di porsi domande?

Il concetto stesso di domanda ha perso senso: in passato l’uomo interpellava i sapienti su quesiti esistenziali oggi interpella i sapienti, ovvero i motori di ricerca, su questioni rozze e futili: se nell’antichità l’uomo chiedeva “esiste Dio?” oggi si limita a chiedere se esiste una dieta che faccia dimagrire in poche ore o se, da qualche parte, c’è un ristorante che vende radici di soia fritte. Sono cambiati i tempi, sono cambiate le domande… ma l’uomo resta sempre lo stesso, con la stessa sete di infinito (solo che ora è atrofizzata!).

AAA cercasi (cerca sì)
Storie dal gran finale
Sperasi (spera sì)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain

La difficoltà del porsi domande profonde è che, a volte, risposta immediata non c’è o, se c’è, non sempre è positiva o rispondente alla nostra volontà. Ecco il perchè di questa strofa: AAA cercasi storie dal gran finale! Se qualcosa non finisce bene noi non la vogliamo, forse perchè siamo stufi del male del mondo, della sofferenza, della caducità. Ecco perchè ci chiudiamo in questa  bella gabbia 2×3: in essa la verità siamo noi, la verità è come la vogliamo (a proposito… ne parlo qui: Una generazione di idioti… ). Ecco perchè, nella nostra società, l’immagine è preferita al contenuto: l’immagine è facilmente malleabile, gestibile, controllabile… questa immagine non vi dice niente?

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I selfie sono l’emblema di questa ricerca di “storie dal gran finale” (e forse ecco perchè prima si parla di “gruppo dei selfisti anonimi“…). E’ curioso anche il gioco di parole “cercasi, cerca si” e “sperasi, spera si” come per dire: si si, cerca le storie dal gran finale, sperale… ma tanto non ne troverai di concrete, vere, reali… ma solo di fittizie ed irreali!

In questo bello scenario di finzione si inserisce una delle questioni più emblematiche: la citazione! Non essendo abituati a trovare risposte concrete ci rifugiamo nel mondo della citazione: ecco che su Facebook o Twitter le nostre pagine si riempiono di frasi fatte, di aforismi e citazioni varie… più o meno colte. La canzone ironizza proprio su questo, facendo una cosa che, in passato facevano i futuristi, ossia far rimare parole col suono simile. Stavolta è la volta di “Panta reiSinging in the rain“. Questo è quel che accade nel web ogni giorno: “sacro” e profano mescolati, pezzi di vita attaccati con il vinavil solo per dare una parvenza di significato…

Ed ecco che ora, nel ritornello, questa paradossale ed amara realtà viene ancor meglio descritta:

Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma

Ritengo che questo sia uno dei migliori ritornelli mai scritti nell’ultimo periodo.
Il ritornello, altro non è che “un’appendice” alle strofe precedenti: “sacro e profano”si mescolano, il paradosso afferma la sua sovranità… mostrando a tutti, attraverso una citazione di un antropologo, a che punto siamo arrivati: l’evoluzione, che nell’uomo sembra aver raggiunto l’apice, sta subendo una battuta d’arresto, un inciampo… e la colpa è proprio nostra, della scimmia nuda… ma procediamo con calma…

cbuddhacatLezioni di Nirvana è forse il più bel ossimoro che abbia mai sentito: il Nirvana è, nel Buddismo, il fine ultimo della vita, lo stato in cui si ottiene la liberazione dal dolore (duḥkha). Al nirvana si ricollega la dottrina della reincarnazione e quella, non a caso, del Karma: se il karma della vita è negativo la vita può continuare nella sofferenza, se invece si ha un karma positivo la vita continua attraverso l’illusione del piacere. Solo quando l’individuo si è completamente purificato, il ciclo della reincarnazione avrà fine e l’individuo arriverà nel suddetto Nirvana. Pare chiaro, anche da questa fin troppo semplice definizione, che il Nirvana sia un qualcosa di profondo, di serio: il suo raggiungimento può essere ottenuto solo con il distacco dal mondo, con la purificazione del proprio io… la domanda sorge spontanea: come è possibile avere lezioni di Nirvana? Già… come è possibile? Non lo è… ed è per questo che tale frase è un ossimoro! Anche il Nirvana, ossia il benessere, diventa un qualcosa di mondano, un qualcosa che si sottopone alle leggi di mercato che tanto dominano la  nostra società (le lezioni sono qualcosa a pagamento…). Se anche il Nirvana, simbolo delle credenze “metafisiche” ed oltremondane diventa succube della mentalità futile della società, il Buddha, emblema dell’uomo metafisico, ossia di quello che cerca di elevarsi al divino, di quello che individua la sacralità del suo essere, non può che “mettersi in fila indiana“. Noi, tempio del divino, tempio del sacro, esseri con sete di infinito, finiamo per abbandonare la nostra personale ricerca di senso e ci andiamo a rifugiare “lì dove vanno tutti“… in fila indiana, per l’appunto!

Facciamo il punto della situazione: viviamo in un mondo apparentemente libero che, in realtà, si rivela essere una gabbia che ci costringe ad accontentarci di risposte semplici e che ci spinge a smettere di porci domande di senso, soprattutto a quelle che presuppongono una ricerca su sè stessi, come quelle che si interrogano circa la natura della nostra felicità. In questo turbinio di futilità, la nostra  intelligenza (ossia capacità di porci problemi e di trovarne soluzioni accettabili) è atrofizzata e siamo così implacabilmente spinti ad  omologarci agli altri, in  ogni ambito della vita.

In questa “società della fila indiana” anche il “divino” (qui rappresentato dal Buddha) finisce per essere una delle tante possibili risposte… Ogni cosa che propone risposte facili è ben accetta: oroscopi, dottrine esoteriche, life styles, religioni… ognuna di queste cose diventa “uno dei tanti“.

Ora la domanda sorge spontanea: siamo sicuri che l’evoluzione abbia raggiunto nell’uomo il suo massimo apice? Possibile che, in realtà, questa nostra società rappresenti l’inciampo dell’evoluzione stessa? Ecco il senso della “scimmia nuda” (ripresa poi nel balletto): pur essendo l’unica scimmia priva di peli (da qui l’aggettivo nuda) il comportamento dell’uomo è sostanzialmente analogo a quello degli altri primati. L’uomo, per quanto intellettualmente progredito, è un animale… un animale che sente dentro l’esigenza di ricongiungersi con la sua animalità (il ballo, non a caso, richiama alla dimensione ferale, bestiale, dell’esistenza…). Il ballo è associato al “gridare un mantra”: il ballo, in fondo, è una ripetizione meccanica di gesti… la scimmia nuda, ossia l’uomo, esercita questa ripetitività anche nel gridare “Mantra” ossia slogan: tutto diventa ripetitivo, tutto diventa meccanicistico… nulla ha più una dimensione speciale: tutto è un guazzabuglio!

La folla,senza curarsi del senso, grida un mantra, una formuletta preconfezionata… alla ricerca di una soluzione che, forse, mai verrà trovata!

Ho più volte detto che questa canzone è basata sui paradossi. Ecco il paradosso più grande: l’uomo, un animale che ha perso la sua identità di animale, un essere snaturato…

La canzone procede sulla tematica dell’alienazione: se l’uomo è alienato dalla sua stessa natura, lo è anche dai suoi simili! Non solo desidera allontanarsi,, prendere le distanze, da sè stesso, dalla sua natura, ma anche dai suoi simili. Ecco perchè prosegue dicendo:

Piovono gocce di Chanel
Su corpi asettici
Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili

Altro paradosso: il profumo serve a rendersi riconoscibile… in questo caso serve per mettersi “in salvo” dall’odore dei tuoi simili… già… ma quali sono questi “simili”? La strofa può essere interpretata in due modi:

  • Ognuno cerca di distinguersi dall’altro ma la moda, alla fine, finirà per rendere tutti uguali!
  • I simili di cui si parla non sono gli uomini ma gli animali… L’uomo cerca di coprire in ogni modo possibile “l’odore” della sua natura, cercando (e sperando) di distinguersi dalle bestie… rimanendo pur sempre una bestia…

Da notare l’aggettivo ” asettico“. L’ho cercato sul dizionario: significa “privo di passionalità” ma il profumo non richiama, in un certo senso, la passione? Di solito il profumo si mette per far colpo… Il senso qual’è? che l’uomo cerca di essere ciò che non è, cerca di estraniarsi dalla sua stessa natura, dal suo stesso essere.

In ogni caso, la strofa mette in evidenza il fatto che l’uomo cerchi di essere unico, di differenziarsi dagli altri… ma ci riesce?

La risposta viene data nella strofa successiva:

Tutti tuttologi col web
Coca dei popoli
Oppio dei poveri.

In una canzone che parla di “alienazione” non poteva non esserci un riferimento al maestro dell’alienazione, Marx.

Diceva Marx: “la religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli.

Questa frase è, in un certo senso, la chiave dell’intero brano: se in passato l’uomo si aggrappava alla religione ed in essa esprimeva il suo “male di vivere”, oggi il “gancio” è il WEB… ma l’oppio, si sa, anestetizza, addormenta… ecco che tutto quadra: l’uomo ha perso la capacità di porsi domande di senso e di ricercare risposte “importanti”, rifugiandosi in una gabbia, il web, che gli promette libertà d’essere… dando, però, soltanto un grande vuoto d’essere. Gabbani ci dice una grande verità: il WEB è la religione del presente. Fateci caso, ne ha assunto tutti i connotati: fornisce risposte a domande di senso, ha le sue gerarchie, ha una sua ritualità… credevate di essere liberi? No, cari amici miei, siete tutti adepti di una grande religione sociale… la religione del web, la più infima delle religioni!

AAA cercasi (cerca sì)
Umanità virtuale
Sex appeal (sex appeal)

Nell’ottica di questa “religione del web“… dov’è finita l’umanità? Anch’essa si è trasformata, è diventata “virtuale”,finta… prodotto alienato di una società alienata! L’uomo, abbandonando la sua natura originaria, non è più uomo ma solo un fantoccio virtuale che pone tutta la sua energia nella “seduzione” ossia nel “sè – durre“, condurre a sè… Il messaggio che viene lanciato è che “IO sono il centro del mondo”: ogni cosa ha senso se ha senso per me… apparentemente questo è sinonimo di libertà e di dare importanza al singolo ma, nella pratica, è sinonimo di alienazione, di allontanamento dalla realtà… da noi stessi… dagli altri…

Devo ammettere che, analizzare il testo di questa canzone, mi ha angosciato abbastanza: possibile che non ci sia via d’uscita? possibile che tutto sia perduto?

Quando avevo perso la speranza ecco una frase:

Quando la vita si distrae cadono gli uomini.
Occidentali’s Karma
Occidentali’s Karma
La scimmia si rialza.

Cos’è la vita? Per rispondere dobbiamo scomodare i greci. In Grecia c’erano due modi per dire “vita”:

  • Biòs, che indicava l’insieme dei processi che permettono la vita (vedi biologia…)
  • Zoè, il principio di vita, l’essenza.

Prenderemo in considerazione solo Zoè: quando la vita si distrae cadono gli uomini… quando si perde di vista il principio e l’essenza della vita, l’uomo perde se stesso… quando si perdono le proprie radici, nulla avrà più un senso! L’uomo d’oggi si è alienato dalla sua natura animalesca, ha mascherato la sua origine con l’intelligenza (con la presunta intelligenza…) perdendo sè stesso, diventando altro da sè…

Ma è proprio quando la “vita”, ossia la quotidianità, si distrae che l’uomo può recuperare la sua origine: distraendosi da una distrazione! Solo così la scimmia può rialzarsi… ridiventare sè stessa!

Ed infatti, subito dopo aver prospettato il “rialzamento”, Gabbani utilizza una parola meravigliosa, troppo usata e poco conosciuta: Namastè.

Namastè è il saluto buddista: significa “mi inchino a te“, alla divinità che è in te… E’ proprio questo il centro della rinascita: riconoscere in sè e nell’altro il tempio del divino… in ognuno di noi c’è una scintilla d’eterno, di divino… ma questa scintilla sembra essersi spenta (infatti dopo il “sacro” Namastè” c’è il più rozzo “Alè”, di ovvia ispirazione calcistica…).

Che dire, un brano meraviglioso: parlare della confusione e della perdita di senso nella nostra società facendo finta di non avere senso… L’autore di questa canzone ha fatto un capolavoro: infiniti paradossi per una canzone che parla del più grande dei paradossi: l’uomo! Ed è proprio in questa confusione di parole e di senso che, non a caso, l’ultima parola è… OM!

Questa canzone parla di speranza: speranza di poter ritrovare la calma anche in un mondo che sembra aver perso ogni senso…

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Namastè!

 

 

 

 

La volpe e l’uva

Da qualche giorno, Realtime sta trasmettendo una pubblicità piuttosto particolare: ci sono alcune persone, più o meno famose, che dicono alcune frasi/slogan sull’amore, ribadendo quanto esso sia universale ed uguale per tutti. Inizialmente non ho prestato troppa attenzione alla faccenda, pensando che si trattasse della solita campagna pubblicitaria a sostegno del cosiddetto “amore arcobaleno” tuttavia, più la guardavo più c’era una frase che non mi convinceva pienamente: e allora cambiamo le regole. Lì per lì pensavo si riferisse alla questione etica, nel senso: facciamo cambiare la mentalità della gente che pensa che non sia così. Ma avete presente quella sensazione che arriva quando c’è qualcosa che non va, qualcosa che non quadra? Perchè chiedere una petizione per cambiare la mentalità? Le petizioni non sono per le idee ma per delle questioni pratiche… Così mi sono informato ed ho letto questo:

http://www.lastampa.it/2017/02/14/societa/real-time-allaccademia-della-crusca-la-parola-amore-deve-essere-di-genere-neutro-PqvAZNzfQOqbid7sqyy24H/pagina.html

Real Time all’Accademia della Crusca: la parola “amore” deve essere di genere neutro

 

Ecco cos’era che non mi quadrava… Qui non si parla semplicemente di “etica” o di ideologia: la questione si fa più seria. Siamo veramente arrivati a questo punto?

Realtime motiva la sua campagna dicendo che Se i pregiudizi partono dal linguaggio, è arrivato il momento di cambiare anche la lingua, che è un pò la versione rivisitata della favola della volpe e dell’uva…Ma stiamo scherzando?

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Non ritengo che le discriminazioni dipendano dalla lingua ma da come essa viene usata! A parte il fatto, poi, che in italiano non esiste il genere neutro… per non far sentire discriminate queste persone, allora, dovremmo cambiare l’intera struttura della lingua?

L’idea che mi sono fatto negli ultimi mesi, con tutta questa faccenda dell’amore arcobaleno, è che si parla tanto di “diversità” ma che nessuno, dall’una nè dall’altra parte della “barricata”, abbia capito cosa significhi questa parola! Si parla tanto dell'”abolire le differenze” come se fosse una santa crociata verso un mondo migliore… ma nessuno si ricorda che, l’ultima volta che qualcuno ha provato a togliere le differenze, la questione è finita con i gulag e con i campi di sterminio! Eh già: togliere le differenze, appianarle, equivale ad imporre un totalitarismo! Forse riderete di me e penserete che che sia esagerato… ma fate attenzione, perchè da un momento all’altro potreste trovarvi, anzi… potremmo trovarci in una condizione completamente opposta rispetto a quella desiderata!

Invece di togliere le differenze, nessuno parla mai di “accogliere” le differenze: no, questa faccenda dell’accoglienza è decisamente snobbata! A prescindere da quel che penso della questione, sono dell’idea che togliere le differenze sia il modo migliore per fare discriminazione: la vera, unica, grande soluzione rimane l’accoglienza, l’inclusione. Questo non significa togliere le differenze bensì non lasciare che la differenza dell’altro lo metta in una condizione di subordinazione.

Ma come faremo a vivere in pace se ognuno vorrebbe che la propria “diversità” fosse la “regola” per tutti?

Mi fa male leggere queste notizie, mi fa male perchè mi fa capire che l’uomo ormai s’è perso in un labirinto che altro non fa che disorientarlo… Addirittura si parla di cambiare la lingua… certo… è molto più facile imporre una verità che accettare la verità altrui… questa è una dinamica antica, una dinamica pericolosa!

Io spero che la Crusca non ceda a questo “ricatto mediatico” anche se, con la faccenda di petaloso, ha dimostrato di essere abbastanza volubile…

Quale sarà il prossimo passo? Chiamare un bambino maschio Antonella o una femmina Aldo?

Credo che le differenze siano il motore dell’esistenza: siamo sicuri che toglierle faccia bene alla nostra vita?

 

Una generazione di idioti…

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Scorrendo la mia bacheca di Facebook, mi sono imbattuto in uno strano link. Il titolo era: “Bestemmiare è un pò pregare, l’ha detto il papa“. Mi è sembrato strano che il papa potesse dire queste parole, così ho aperto il link ed ho letto la notizia (più che altro quel che veniva spacciato per notizia…). L’articolo riguardava una messa fatta da Francesco nella cappella della casa S.Marta: durante l’omelia, avrebbe detto che a Dio piace quando ci arrabbiamo con lui, perchè ama i rapporti veri e quando noi diciamo ciò che pensiamo. Effettivamente il papa ha detto questo, anche altri siti lo confermano ma… di bestemmie nemmeno l’ombra, come era prevedibile che fosse!

La conclusione, allora, è una sola: evidentemente il titolo era solamente uno specchio per le allodole che, incuriosite dal titolo, avrebbero senza dubbio letto l’articolo, facendo aumentare le visite del sito. Dire “Bestemmiare è un pò pregare” e “A Dio piace quando ci arrabbiamo con lui” è un pò diverso anzi… si tratta di due cose diametralmente opposte!
Ma come se non bastasse questo, il “giornalista” si spinge oltre: a metà articolo leggiamo questo

Facendo una veloce mente locale, ci risulta che il secondo comandamento che Dio dette a Mosè sul monte Sinai fosse proprio Non nominare invano il nome di Dio, ma si sa che Francesco quando vuole sa essere moderno e allora sembra proprio che abbia corretto la rotta per venire incontro ai molti che non ce la fanno a non tirare un’imprecazione nei confronti dell’Altissimo, quando le cose si mettono male.

incentivando la convinzione diffusa fra i media (e DA i media) che, nella chiesa, ci sia in corso una guerra “papa gggiovane” vs “una banda di vecchi bigotti”. Niente di più falso: il papa, sebbene ispirato da un vento di novità, non può permettersi di certo di spingersi contro il magistero, contro le fondamenta della chiesa! La chiesa non fa “fan service”, ossia non modifica i propri insegnamenti per venire incontro “ai molti che non ce la fanno a non tirare un’imprecazione nei confronti dell’Altissimo“.

Purtroppo siamo alle solite: invece di fare giornalismo, certa gente fa altro! E’ successo quest’estate con Pokemon Go, ora con il papa… e magari domani con qualcos’altro!

Ma possibile che, nel 2017, ci debba essere ancora questo genere di “informazione”, anzi… di falsa informazione? Vero è che il diritto di libertà di stampa e di opinione è un diritto sacrosanto, sancito anche dalla costituzione… ma possibile che ci si possa spingere fino a questo punto?

Questo genere di articoli, fa riflettere sul fatto che, forse,  questo diritto di libera opinione andrebbe rivisto un pò: grazie ai media, ognuno può dire la sua… con o senza competenza! Un tempo, il social, era il bar e le cose che venivano dette rimanevano lì, al massimo circolavano nel paese o quartiere di riferimento. Oggi non è più così: le notizie scritte sui social hanno valenza pubblica, nazionale, internazionale nei casi più eclatanti! Se qualche tempo fa dicevamo al bar, ai nostri amici, “Aaaaah,  gli zingari fanno schifo”, tutti avrebbero applaudito ma la cosa sarebbe finita lì. Oggi no, perchè se scrivessi tale affermazione su un social, verrebbe avviata una “faida” fra pro o contro, fra fautori dell’integrazione e persone che vorrebbero bruciarli! Non ci rendiamo conto che, così facendo, senza controllo di ciò che pubblichiamo, diamo vita a meccanismi abominevoli di odio, di divisione, di rabbia reciproca!

Professare le proprie opinioni è sacrosanto ma… come la mettiamo con il risvolto “pubblico” che queste opinioni possono avere?

In passato, quando affermavamo qualcosa, eravamo direttamente responsabili delle nostre parole… oggi, con la maschera bianca dei social e dell’internet, ci sentiamo protetti e, così, liberi di dire ogni cosa, anche quelle che potrebbero sfuggire al controllo. Pensate a quel caso di cronaca accaduto qualche tempo fa: una ragazza, dopo aver pubblicato un proprio video osè, è stata bersagliata da ogni tipo di insulto finendo, così, per togliersi la vita!

Questa può essere definita “libera opinione“? Non credo!

Il web è una risorsa preziosissima ma quale prezzo siamo disposti a pagare per poterne godere? Ci stiamo giocando la nostra umanità, cari amici miei… e di questi tempi risuonano più vive che mai quelle famose parole:

Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti

Ed ho paura che, forse, siamo proprio noi quella generazione!