#EstateOmerica – Xenìa, la sacralità dello straniero

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Se pensiamo all’antica Grecia, ci viene in mente subito l’arte, la filosofia… in poche parole: cultura. La cultura greca è stata una delle più floride realtà dell’antichità, una delle migliori. C’è una cosa che però nessuno dice mai: a cosa è dovuta questa magnificenza? Il centro della cultura greca era il culto, non solo degli dei.

Nella Grecia antica, in particolare nella cosiddetta “Grecia Omerica”, esisteva una regola: la Xenìa, letteralmente “culto dello straniero“. Questa pratica aveva fondamento nella credenza che gli dei amassero camuffarsi da uomini e fare visita ai mortali. Per questo motivo era un atto sacro accogliere lo straniero, chiunque esso fosse: poteva essere un dio mascherato. A questa regola, orbitavano attorno vari corollari:

  • il rispetto del padrone di casa verso l’ospite
  • il rispetto dell’ospite verso il padrone di casa
  • la consegna di un “regalo d’addio” all’ospite da parte del padrone di casa

 

La Xenìa aveva un ruolo essenziale, basti pensare che una delle cause scatenanti della guerra di Troia fu proprio la violazione di questo sacro patto… anzi, diciamo che i troiani interpretarono la regola del “regalo d’addio” a modo loro, portandosi a casa Elena, moglie del re. Vabbè,sono cose che capitano! Violazioni della Xenìa erano, dunque, punite con la spada, basti pensare al trattamento che Ulisse, tornato a casa, riserva ai proci, ossia ai pretendenti di Penelope, che, durante la sua assenza, devastarono la sua casa e prosciugarono le sue ricchezze.

Tutta questo, però, mi fa pensare ad una cosa. I greci, come abbiamo detto, sono ancora oggi ricordati per la magnificenza della loro cultura… possibile che ciò dipenda anche dal trattamento che riservavano agli ospiti, agli stranieri?

Lo Xenos, lo straniero, non faceva paura… o meglio, faceva paura, poichè poteva essere un dio, ma proprio per questo era rispettato. Oggi invece ce ne freghiamo! Lo straniero ci fa paura. E forse è per questo che il nostro mondo si sta sgretolando.

Il rispetto e l’accoglienza sono valori che rendono grande un uomo e, di conseguenza, la sua società. Oggi ce ne freghiamo. Abbiamo paura di riconoscere come “nostri” dei bambini nati e cresciuti qui quando, nell’antica grecia, lo straniero diveniva temporaneamente membro della casa, a tutti gli effetti. All’epoca non si tornava dai viaggi e trovarsi a casa era una preziosa panacea a molti dolori. Anche oggi non si torna spesso dai viaggi, perlomeno da quelli che i cosiddetti “stranieri” fanno sulle barche della morte. Quanto sarebbe bello riabilitare la Xenìa, facendoli sentire a casa loro, parte di noi. Ma noi abbiamo paura, ci perdiamo in mille facezie burocratiche e ci dimentichiamo che, in fondo, anche noi siamo stranieri…

 

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Il diamante e la grafite

Ve l’ho detto, la Sociologia ha cambiato il mio modo di vedere il mondo…
In ogni lezione che ho frequentato ho imparato qualcosa di nuovo… una di queste è la “questione” del diamante e della grafite.

Facciamo un piccolo gioco: vi farò vedere due immagini e dovete dirmi (vabbè, pensatelo solo) se sono cose uguali o no.

 

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Fatto? Bhe… è un gioco semplice! Si tratta di un diamante e della grafite, minerale con cui è fatta la matita. Ovviamente sono diversissimi… eppure, se vi dicessi che sono fatti della stessa sostanza? Già… sia il diamante (robustissimo) che la grafite (fragile) sono fatti di carbonio. Cos’è, allora, che li rende così diversi?

Guardate quest’altra immagine:

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Cosa notate di diverso? ESATTO! La struttura. Il diamante è caratterizzato dalla presenza di un involucro cubico mentre la grafite dalla sovrapposizione di piani. In altre parole: la struttura del diamante è caratterizzata da una rete di atomi di carbonio complessa, in cui gli atomi si legano e compongono una sorta di “gabbia” assai difficile  da sciogliere. La grafite, invece, è costituita da piani paralleli che, sfregati contro una superficie, si scompongono. In essa gli atomi di carbonio non instaurano legami forti, non si mescolano fra di loro, non interagiscono profondamente, ma soltanto superficialmente.

Questo accade anche nella società. Immaginiamo una società, o gruppo di persone, in cui gli elementi costituenti sono uniti da legami profondi, legami che li tengono uniti. Tali elementi, dunque, formano una sorta di “diamante”, resistente e robusto.. ed anche prezioso. Prendiamo in esempio, ora, una società i cui elementi non sono uniti da legami di senso. Essa, proprio come la mina di una matita, si sfalderà al primo contato con un problema.

 

La forza di un gruppo (o di una società) sta nella forza dei legami che la tengono in piedi: più forte è il legame più forte è la società. Sembra una stupidaggine ma è, in realtà, una grande verità: viviamo in un mondo di grafite, in cui la paura e la mancanza di fiducia creano legami fragili. Ognuno di noi è chiuso nel suo sè, nelle sue necessità, arrivando a perdere di vita l’altro… ma senza l’altro noi  non siamo nulla: l’uomo è un essere relazionale, e solo relazionandosi può essere pienamente sè stesso.

La paura reprime la nostra natura, rendendoci i peggiori nemici di noi stessi…
Occorre invertire la rotta: scoprire la bellezza della fiducia e della relazione per diventare esseri preziosi e forti, come un diamante…

 

Tutta una questione di fiducia…

Una delle regole basilari di una dittatura è l’eliminazione dei propri oppositori. Ce lo ha insegnato quel pelatone italico che, negli anni 20, ammazzava a destra e a manca chiunque osasse controbattere una virgola di quanto la sua bocca aveva pronunciato. La lezione impartita non ha fatto la stessa fine di quelle noiosissime lezioni di matematica del liceo che, entrando da un’orecchio, uscivano dall’altro: la lezione è stata imparata ed è tuttora messa  in pratica perchè, si sa, è solo con la pratica che si riesce a padroneggiare bene un’abilità!

Ma le dittature, ormai, sono cose superate! La gente non si fida più di nessuno, figuriamoci se permette l’instaurarsi di una dittatura! Le dittature di oggi sono come larve, che dormono silenziose attaccate ad un albero e, pian piano, mutano in farfalle che poi volano libere come se nulla fosse! Il bozzolo in cui si nasconde la moderna dittatura non è fatto di cotone come quello dei bachi bensì di fiducia. Ma come si fa a prendere la fiducia in maniera non onesta, ossia: come si fa a fregare la gente? Semplice: con la paura. Come? Facile: si fa in modo che la gente si senta in pericolo, che veda minacciati i valori in cui crede; successivamente si da la colpa ad un capro espiatorio, ossia ad una persona o un gruppo, dopodiché il gioco è fatto.  L’aspirante dittatore, allora, cosa deve fare? garantire l’ordine quindi, con la democrazia dalla sua parte, garantisce il benessere del suo popolo facendo fuori i presunti oppositori. Tuttavia la democrazia è in pericolo quindi servono procedure d’emergenza… ecco fatto che vengono varate leggi speciali che danno più potere allo stato. Ecco qui che tutti i nodi tornano al pettine: gente sotto giogo, oppositori annientati, potere accentrato. In pochi e semplici passi siamo passati da una democrazia ad una dittatura, larvata.

Tutto questo trova soluzione nella sociologia! Ok, è vero che sono malato di sociologia ma vi assicuro che non sto parlando a vanvera! Una società forte è una società coesa ossia una società in cui i suoi componenti sono stretti da legami forti, che formano una vera e propria rete. Come accade per gli ingranaggi di un’orologio, è necessario un qualcosa che tenga “morbidi” i meccanismo… quello che chiamiamo “fluidificante sociale” ossia la FIDUCIA. Una società coesa è una società in cui c’è, fra i suoi componenti, un rapporto di fiducia che li spinge a fidarsi gli uni degli altri ed a camminare, insieme, verso uno stesso scopo.

Una società debole, invece, è una società in cui i legami sono fragili, in cui nessuno si fida. Se manca la fiducia in una società essa non può che sfasciarsi… a meno che il ruolo svolto dalla fiducia (ossia quello di tenere uniti i meccanismi) non venga svolto da una figura esterna che, esercitando autorità, riesce a tenerla in piedi lo stesso. Un esempio? L’Italia degli anni post guerra: la neonata repubblica era, di fatto, una società solo sulla carta. I suoi componenti non si fidavano gli uni degli altri, perchè non si conoscevano (teniamo presente le forti distinzioni fra nord e sud) e, a volte, non si sopportavano. Come tenere insieme le parti? con la Costituzione, che garantisse pari diritti e doveri.

A noi c’è andata bene, con la costituzione… ma alcuni paesi sono meno fortunati di noi ed, invece di una costituzione, si ritrovano fra le mani un dittatore che svolge il ruolo di legante sociale con mezzi poco ortodossi e democratici, solo per un tornaconto personale.
Senza fiducia la società è debole. Quell’uomo, allora, sfrutta l’incertezza e la mancanza di fiducia utilizzando l’opposto della fiducia: la paura.

Aveva ragione il maestro Yoda quando affermava che “La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza.”  La paura rende tutti più fragili e quindi più deboli… il cucciolo spaventato si nasconde dietro la mamma, e così fa il popolo spaventato… ignorando che la mamma dietro la quale si nasconde è, in realtà, un lupo mascherato…

La chiave di tutto, dunque, è la fiducia: fidarsi gli uni degli altri, costruire una rete sociale, formare dei legami di senso…

Ma oggi siamo lontani da questo: viviamo nel SECOLO DELLA GRAFITE, circondati da legami fragili che con un nonnulla si spezzano… siamo nel secolo della paura… ma anche nel secolo della SPERANZA! E’ proprio quando tutto sembra perso che essa nasce, ed ora è proprio il momento giusto per la sua nascita, per il suo nuovo battesimo nel mondo!

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#Riflessioni – Gam Gam

Olocausto-981x540Gam-Gam-Gam Ki Elekh
Be-Beghe Tzalmavet
Lo-Lo-Lo Ira Ra
Ki Atta Immadì

Anche se andassi
nella valle oscura
non temerei nessun male,
perché Tu sei sempre con me

(Salmo 23)

Olocausto, Holòs Kaustòs, tutto bruciato, interamente bruciato. Così è definito l’atroce massacro compiuto dai Nazisti verso il popolo ebraico ed altre  minoranze, come omosessuali, zingari e oppositori politici.

Ma cos’è che “è bruciato” nei campi di concentramento? Solo i corpi innocenti di uomini, donne e bambini? Solo i vestiti e le scarpe? No… nei campi di concentramento non sono stati solo i corpi o i vestiti  a prendere fuoco: è stata l’intera l’umanità. L’essere umano è stato sacrificato ai suoi idoli.

Ecco, dunque, il senso di Holòs Kaustòs; ecco, dunque, cos’è questo tutto che viene bruciato: l’umanità.

L’affermazione più profonda che sia mai stata pronunciata a proposito di Auschwitz non fu affatto un’affermazione, ma una risposta. La domanda: “Ditemi, dov’era Dio, ad Auschwitz?”. La risposta: “E l’uomo, dov’era?”.
(William Clark Styron)

Già… dov’era l’uomo? Dov’era la Bellezza con il quale è stato creato?
Dov’era l’uomo?

Risuonano, forti, le parole di Gen 4: “Uomo, dov’è tuo fratello?“, riprese, poi, anche da Salvatore Quasimodo:

Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

(S. Quasimodo, Uomo del mio tempo)

Ad Auschwitz, a Bergen Nelse, a Dachau, a Theresienstadt l’umanità ha sacrificato sè stessa.

Ma possibile che il fine di tutto sia il dolore e la desolazione? Dov’è la Speranza, dov’è la luce? Non c’è? No…non ci credo! C’è sempre una luce, c’è sempre una Speranza.

Anche se andassi
nella valle oscura
non temerei nessun male,
perché Tu sei sempre con me

A cosa serve, dunque, questo giorno, il giorno della Memoria?

Non a piangere, non a disperarsi. Serve a RICORDARE. Che bella parola questa: RI-CORDARE, riportare nel cuore. Ma riportare nel cuore cosa? Le grida o il sangue? No. Riportare nel cuore l’umanità perduta, riportare nel cuore il valore del perdono, dell’amore, della tenerezza. Uomo, tu non sei più uomo ma solo un simulacro di te stesso. Ricordati ciò che sei, ricorda che sei Bellezza generata da Bellezza. Ricordati che hai messo in un cassetto te stesso. Apri questo cassetto, spolvera la tua anima e torna ad essere uomo, oh uomo. Riporta nel tuo cuore il senso della vita, riporta nel tuo cuore il VALORE della vita. Ecco, dunque, cosa intendeva dire Primo Levi:

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Ricordare: l’arma più potente per vendicare quel sangue innocente versato.

 

 

#Riflessioni – Il contrario dell’Amore…

Dice Enrico Petrillo, Marito di Chiara Corbella:

Chiara aveva scoperto che il contrario dell’amore è il possesso. Quando comprenderai che una cosa, un amore, una relazione è veramente tuo? Quando sarai libero di perderlo. Perché quando hai la libertà di perderlo, ti accorgi che quello è un dono di Dio

amareOggi solo poche parole. Per molto tempo ho pensato che amare qualcuno significasse possederne l’affetto, quasi come se dovessi succhiare linfa da un fiore. Ma può, l’amore, essere solo questo? Può, l’amore, limitarsi ad una “necessità di affetto”?

L’amore per una persona viaggia su due binari paralleli: coscienza della bellezza dell’altro e coscienza della bellezza di sè. Cosa intendo dire?

Quando si ama qualcuno, quel qualcuno riesce a far emergere da noi solo il meglio, tutta quella Bellezza che tenevamo per noi. Questo perché, quella persona, ci mette nella condizione di godere della sua bellezza. La Bellezza ispira Bellezza.

Ecco, dunque, perchè il contrario dell’amore è il possesso: quando si ama veramente qualcuno, la Bellezza che è in noi esplode, e non possiamo fare a meno di donarla al mondo.

Ed è la cosa più bella esista!

#Riflessioni – Tanti Auguri Paolo

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È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola
(Paolo Borsellino)

Il 19 Gennaio 1940 nasceva, a Palermo, Paolo Borsellino.
Tutti ne ricordano la data di morte, quasi nessuno quella della nascita,ad essere sinceri nemmeno io!

Eppure è assai importante ricordare che oggi, 76 anni fa, nasceva uno dei più grandi paladini della legalità. Un eroe? Non saprei… cosa può voler dire “essere un eroe”? Secondo me un eroe è qualcuno che vive straordinariamente una vita ordinaria, che è la stessa definizione che attribuisco alla parola “santo”. Vivere straordinariamente la propria vita non significa dover compiere imprese grandiose, eclatanti… significa “stare al posto proprio“, avere il coraggio di opporti alla paura di vivere, il coraggio di arrendersi a quelle logiche che piegano la mente e che sporcano la coscienza. Essere un eroe significa assumersi la responsabilità di vivere, ogni giorno. Disse Borsellino:

Io accetto, ho sempre accettato più che il rischio […] le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro.

Non è vero che qualcuno è un eroe se non ha paura. Avere paura rientra nell’essere umano. tuttavia:

La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti. (Paolo Borsellino)

Siamo abituati a pensare che gli eroi siano quei “supereroi” che vegliano su di noi, persone che fanno cose straordinarie… eppure ognuno di noi può essere un eroe!

We can be Heroes
Just for one day

(Heroes, David Bowie)

Si è eroi quando si comincia a vivere proiettati verso la bellezza, la vera  Bellezza; quando si vive l’attimo eterno; quando si accetta ogni conseguenza, anche la morte. Siamo eroi quando accettiamo di morire per ciò in cui crediamo:

È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. (Paolo Borsellino)

Allora si, possiamo dire che Paolo Borsellino sia un eroe, morto per liberare un paese meraviglioso dalla puzza della disonestà. Ma la morte di Borsellino, come quella di Falcone o Impastato o Chinnici o di altri, non deve limitarsi ad essere un simulacro da adorare bensì un riferimento per poter gridare:

We can be Heroes
Just for one day,

Possiamo essere eroi…
anche solo per un giorno…

Basta,infatti, un giorno per realizzare l’eternità!

 

 

#Bellezza Ovunque – Inside Out

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La prima cosa che si potrebbe pensare riguardo questo film è che ” è un cartone animato per bambini”. Falso. “Inside Out” , film  della Pixar del 2015, è indicato anche per un pubblico “adulto”. Anzi… a dirla tutta, secondo me, andrebbe sconsigliato al pubblico under 9-10 anni poichè, con la sua grande semplicità, riesce ad essere, in molti punti, assai toccante e drammatico.

La trama è semplice: Riley e la sua famiglia si trasferiscono dal Minnesota a San Francisco, a causa di impegni lavorativi del papà. I veri protagonisti del film sono, tuttavia, Gioia ed i suoi compagni ossia le emozioni di Riley: Gioia – Tristezza – Rabbia – Paura – Disgusto. Gioia è l’artefice dei momenti felici della bambina ed ha, fra le sue preoccupazioni principali, anche quella di tenere lontana Tristezza, per evitare di avere ricordi negativi. Tuttavia, durante il primo giorno di scuola qualcosa va storto e, per motivi che non vi dico, per non rovinarvi la visione del film, Gioia e Tristezza vengono espulse dal quartiere generale e vengono catapultate nella “memoria a lungo termine”, un labirinto di scaffali da cui è difficilissimo uscire. Qui incontreranno Bing Bong, un elefante rosa frutto delle fantasie infantili di Riley, che le aiuterà a tornare a casa. Nel frattempo, senza il comando di Gioia, Riley non riesce più ad essere allegra e, pian piano, ogni aspetto della sua personalità finisce per sgretolarsi fino a renderla completamente apatica. L’unico modo per sistemare la situazione è che Gioia e Tristezza tornino al loro posto… ci riusciranno? (Tranquilli, non vi rovinerò il finale)


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Ora qualche riflessione personale. Chi non avesse ancora visto il film è avvisato!

Ogni emozione è essenziale. Mi è capitato di leggere, in varie librerie, titoli come “frena l’ira” o “soffoca la rabbia” oppure “basta tristezza!” o “elimina le tue paure” ma anche “scatenate la gioia”. Cosa voglio dire con questo? L’immaginario collettivo etichetta come POSITIVO la Gioia e NEGATIVO tutto il resto: la paura e la tristezza (per non parlare della rabbia) vanno represse mentre la gioia va manifestata.

Non è così, non può essere così!

Innanzitutto: a cosa serve e cos’è un’EMOZIONE?

Le emozioni sono stati mentali e fisiologici associati a modificazioni psicofisiologiche, a stimoli interni o esterni, naturali o appresi.

In termini evolutivi, o darwiniani, la loro principale funzione consiste nel rendere più efficace la reazione dell’individuo a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza, reazione che non utilizzi cioè processi cognitivi ed elaborazione cosciente.

Le emozioni rivestono anche una funzione relazionale (comunicazione agli altri delle proprie reazioni psicofisiologiche) e una funzione autoregolativa (comprensione delle proprie modificazioni psicofisiologiche). Si differenziano quindi dai sentimenti e dagli stati d’animo.

(Da Wikipedia)

L’emozione (dal latino “emovere” ossia “trasportare fuori”) è il mezzo con cui il nostro corpo si relaziona con l’esterno. Cercare di soffocare determinate emozioni significa troncare determinati stimoli, interrompere, in un certo senso, il rapporto IO-MONDO.

Il male del Giorno d’oggi è proprio questo: voler soffocare le emozioni. Abbiamo paura di aver paura, diventiamo tristi se siamo tristi, proviamo disgusto ad essere disgustati e ci arrabbiamo se proviamo rabbia. E’ vero: a volte nasce una specie di “senso di colpa” quando si è, per esempio, arrabbiati, come se fosse sbagliato. In realtà nessuno fa caso al fatto che anche l’eccessiva gioia è nociva: avete presente quegli individui odiosi che non prendono nulla sul serio e che sono sempre frizzanti, anche quando, per esempio, devono consolare qualcuno per un lutto?

S. Paolo dice:

“Benedite quelli che vi perseguitano, benedite e non maledite. RALLEGRATEVI CON QUELLI CHE SONO ALLEGRI, PIANGETE CON QUELLI CHE PIANGONO.” (Romani 12:14-15)

La risposta è, come sempre, nell’equilibrio. Anche nel film ciò è palese: non si possono sostituire le emozioni: quando subiamo un torto dobbiamo arrabbiarci, non possiamo essere spaventati; quando c’è un evento positivo dobbiamo essere gioiosi, non tristi!

Ma noi non facciamo quasi mai così! Cerchiamo sempre di fare di testa nostra… e questo accade perché non sappiamo minimamente cosa siano le emozioni e come funzionano. E da questo nasce la sofferenza: dal non sapere come funziona in ostro corpo! Il corpo è il mezzo attraverso il quale TU puoi vivere: non c’è vita senza corpo. Un corpo con emozioni sballate o senza emozioni è un corpo senza vita, un corpo non funzionante.

Abbiamo bisogno di riscoprirci, di scoprire le nostre emozioni… Abbiamo bisogno, per vivere, di andare alla ricerca delle emozioni perdute (come nel film) e come fare?

  • Con la fantasia (Bing Bong)
  • Con il pensiero (il treno)

ma, soprattutto, con la coscienza che “tutto concorre al bene…” e che non occorre sopprimere la tristezza per essere felici!

 

Inside Out… dentro fuori… da noi verso il mondo…

#Riflessioni – Attraverso una porta…

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Questa riflessione mi è venuta in mente qualche giorno fa, quando un mio amico frate mi scrive dicendo: “Ei, guarda che sto a Roma. Ti va di vederci?” “Perchè no?” rispondo “Dove?” gli chiedo. “Guarda, ci vediamo davanti S.Pietro” risponde lui. “Ok, a domani

Dopo aver parlato di cose nostre gli chiedo: “Hai passato la porta?” “Certo! Tu?” Ad essere sincero ero un pò imbarazzato: abito a Roma e non avevo ancora varcato la porta santa…

Su consiglio del mio amico frate decido di passarla, quello stesso giorno.

 

Mentre facevo la fila ai “meravigliosi” tornelli di S. Pietro, cominciai a riflettere sul valore di quel simbolo…

Una porta… simbolo di un passaggio da un “fuori” ad un “dentro” (o viceversa). In particolare, la porta, può rappresentare in modo ambivalente tanto la vita quanto la morte, oppure un collegamento tra due mondi, piani, stati d’animo, epoche. Talvolta la sua presenza è così importante da giustificare presso varie culture un guardiano, umano o mostruoso, che ne sorvegli l’ingresso o l’uscita. 

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La simbologia della porta è legata, nella mitologia romana, alla figura di Giano (Janus, da cui deriva “Gennaio”, il mese-porta, che segna il passaggio dal vecchio anno al nuovo), divinità con due facce.

 

 

Perchè, allora, il simbolo della porta è così strettamente legato al Giubileo? Soprattutto: la porta da passare è una porta fisica?

Ve l’ho detto, è un simbolo… non può esaurirsi tutto nella “fisicità”, bisogna trascendere allo spirito.

Nel simbolismo cristiano la porta si richiama alle parole di Gesù:

Io sono la porta: chi entrerà attraverso me sarà salvo (Gv 10,9)

La porta è, dunque, segno di Cristo e di tutti coloro che hanno percorso la via della santità che conduce alla casa di Dio. Cristo stesso si proclamò vera porta dell’ovile (Giovanni, 10, 9) e chi varca la sua soglia sa che deve impegnarsi a rispettare la sacralità del luogo e ad essere pronto a vivere un’esperienza religiosa.

La porta giubilare è Cristo stesso. Ma cosa significa, nella pratica, passare attraverso Cristo? E questo passaggio da dove proviene e dove conduce?

Andiamo con ordine…

Il “fuori” è la tua vita di sempre, quella che tu non vorresti che fosse tua, per quanto triste e portatrice di sofferenza. Il “fuori” è la vita infelice, la vita allo stato brado; quella in cui sei sempre in movimento ma in cui ti sembra di stare sempre fermo al punto di partenza; la vita in cui ci sei TU contro TUTTI, quella in cui sei solo, abbandonato a te stesso.

Il “dentro” è, invece, una vita nuova; una vita per la quale vale vivere; una vita in cui la  sofferenza non è un limite ma un mezzo; Il “dentro” è la vita piena, quella in cui ti sembra di essere fermo eppure sei sempre un passo più avanti; quella in cui ci sei tu e ci sono gli altri; il “dentro” è una vita per cui vale la pena vivere.

Il passaggio da “dentro” a “fuori” avviene attraverso Cristo. Passare attraverso di lui significa rendersi conto che c’è di più della “stessa merda” (per citare un brano di T. Ferro – La Fine). Varcare quella porta significa aprire i propri occhi e rendersi conto che così non può durare, che questa vita “spenta” non è vita.

Ma per passare bisogna volerlo. Mi viene in mente una cosa: quando si entra da qualche parte bisogna togliersi il cappotto, il cappello, la sciarpa, i guanti… Questo accade anche passando attraverso questa porta “spirituale”: il cappotto simboleggia l’armatura che ti sei costruito per resistere al monto ed alle sue forze avverse; il cappello sono le sovrastrutture, le idee, che nutrono il tuo essere; la sciarpa ed i guanti sono le tue relazioni bloccate, la tua impossibilità di raggiungere l’altro, di relazionarti con lui.

Per entrare nella porta-Cristo, per entrare nella vita piena (in ciò che è comunemente detto Paradiso) devi rinunciare ad essere UNO CONTRO TUTTI, devi rinunciare alle tue difese, alle tue certezze, devi rinunciare alla FOTTUTISSIMA paura della vita che hai, devi rinunciare ad essere triste…

E TU, amico mio, lo vuoi? vuoi rinunciare ad essere triste?

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#Riflessioni – Messaggio per un albero senza chioma

downloadQualche giorno fa ho fatto leggere un mio post ( L’ora per cominciare a star bene ) e lui mi ha risposto, spiazzandomi, “io faccio parte degli alberi senza chioma“. E’ una frase forte da dire, significa ammettere di non avere prospettive nella propria vita, di essere depresso, in un certo senso. Ma è anche una cosa positiva da dire, poichè denota il culmine di un processo di ricerca di sè che ha fatto comprendere di non stare bene. E lo sapete bene: per cominciare a star bene bisogna ammettere di star male. E lui è sulla buona strada. Devo ammettere che l’affermazione mi ha un pò spiazzato ed ho risposto, forse ingenuamente, “bhè, la chioma cresce curando le radici“. Quando si ha davanti una persona in difficoltà sarebbe meglio astenersi da frasi eccessivamente filosofeggianti… eppure, in quel momento, mi è venuta in mente quella. Sarà stata l’ispirazione, eppure un qualcosa di buon ce lo vedo… ecco perchè.

Curare le proprie radici. Cosa significa? Senza dubbio assicurarsi che ciò da cui traiamo vita non sia rinsecchito. Dicendo “radici” tutti pensano subito alla famiglia, quindi questa mia affermazione potrebbe essere convertita in “fai pace con la tua famiglia“. No, sarebbe troppo facile. Radice è tutto ciò da cui traiamo forza: sogni, amicizie, situazioni, ricordi… anche la famiglia, perchè no, ma solo come una delle tante possibili realtà. Curare le proprie radici significa accertarsi che ciò da cui traiamo forza non sia un’illusione, un idolo, un’ombra. La causa più diffusa di “depressione” è la delusione a seguito di un’illusione. Non avere chioma significa aver dato fiducia alle cose sbagliate.

Curare le proprie radici significa accertarsi di avere dei “dispensatori di energia vitale” efficienti ed efficaci. Quelli inutili, senza vita, sono da tagliare. Senza dialettica.

Come si fa a capire se un qualcosa è una radice o un idolo? provo a darvi delle linee guida, ma ricordate che si tratta di riflessioni personali, tratte da momenti di meditazione personale. Non sto proclamando nessuna “Verità Assoluta”.

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  1. Ciò che da la vita non pretende di ricevere alcunché in cambio.    Un amore che dice “Ti amo se mi ami” non è amore, non è qualcosa da cui trarre energia: è un idolo e va tagliato. Riguardo a ciò, mi viene in mente una splendida canzone di Faber De Andrè, La Ballata dell’Amore Cieco , in cui una donna chiede, in cambio del suo amore, di compiere gesti atroci.
  2. Ciò che da la vita rispetta la tua libertà. I filosofi, nel corso dei secoli, hanno definito l’uomo in tanti modi: animale sociale, “lupus homini“, calderone di pulsioni ecc… ma io, nella mia completa ignoranza, vi dico che l’uomo è principalmente LIBERTA’ (e ciò non significa libertinaggio, ossia anarchia, ossia fare come si vuole senza limiti… ma su questo farò un post ad hoc). Dire che l’uomo è libertà significa ammettere il suo libero arbitrio, ossia la sua indipendenza da scelte di terzi. Un qualcosa che dice “devi anche se pensi che sia sbagliato o anche se non ti va” non è una radice, ma un idolo e va tagliato. E’ necessario dire, però, che certe cose fanno bene anche se vanno contro ciò che si vuole (mi viene in mente l’alzarsi presto per andare a scuola), per questo è necessario chiarire che essere liberi non significa fare solo ciò che si vuole, ma fare ciò che è giusto che si faccia. “Ciò che da la vita rispetta la tua libertà” mi fa pensare ad una dinamica che si verifica sopratutto nei “gruppi”. Ad ogni “festa”, celebrazione o evento è quasi obbligatorio stare insieme, pena l’esclusione. Ma questo è sbagliato! Ho visto i gruppi più “vitali” del mondo divenire idoli… ed il passaggio è brevissimo.
  3. Ciò che da la vita non genera ansia o preoccupazione. La maggior parte di ciò che ci “rende forti” produce ansia e preoccupazione. Esempio: ballare. cosa bellissima, grande fonte di vita e di energia. Ma quando, passando davanti ad uno specchio o stando davanti ad una coppa di gelato, si ha l’ansia dei chili in più non è più fonte d’energia, ma un idolo, una fonte di sofferenza. Potrei fare mille esempi. Ciò che da la forza non genera ansia, ma vita.

 

Chiarite le proprie radici (fonti di energia e forza) e tagliate le fonti d’ansia (idoli) vedrete che la chioma comincerà a crescere.

E’ necessario avere delle radici, altrimenti non potrà fiorire nessuna chioma.

Capisco che sia facile dirlo… ma farlo? Rinunciare a ciò che si crede “buono” è una cosa atroce, una gran fatica. Ma è una fatica necessaria, una vera e propria lotta… ma la Bellezza  implica una lotta, una sofferenza, un combattimento. Un pò come la nascita di una perla.

La bellezza nasconde storie dolorose, ma sono le storie che fanno bella la vita. La bellezza della vita non è avere una vita bella ma aver la forza di rendere bella la propria vita.

La bellezza è una chioma folta, ricca di frutti e fiori, una chioma che nasce da una radice… come una perla che nasce da un frammento di un predatore.

Curare le radici significa, alla fine della fiera, imparare a distinguere ciò che da la vita da ciò che toglie vita e dare importanza a ciò per cui vale la pena dare importanza e togliere importanza a ciò che è inutile.

E’ un passo doloroso, ma necessario.

 

#Riflessioni – L’ora per cominciare a star bene

benessere

Arriva un momento, nella vita di ciascuno di noi, in cui tutti i nodi arrivano al pettine; un momento in cui capisci che hai perso tanto di quel tempo dietro a delle situazioni inutili, senza senso,vane; Arriva un momento in cui ti trovi solo, in silenzio, a fare i conti con te stesso; un momento in cui pensi: “Cosa ho realizzato finora?”

E’ uno dei momenti più belli e più terribili della propria vita. Il momento in cui ti fermi, ti volti per vedere la strada che hai percorso  e poi ricominci a camminare, verso il nuovo.

L’errore più grande è rimanere fermi a guardare dietro di sè, a contemplare il futuro. Ho sempre sostenuto che l’uomo fosse come un albero: radici al passato, tronco al presente, chioma al futuro. Un albero senza radici è un albero morto, come è morto un albero senza chioma/rami: significa che non cresce, che è senza vita.

Vedo degli alberi del genere, senza chioma, nei cuori di quelli che odiano il proprio passato, di quelli che non hanno fatto pace con ciò che è stato, che non hanno fatto i conti con la propria storia. Gente triste, senza vita.

Io, invece, mi sento di appartenere alla categoria di alberi che ancora non sono alberi: avete presente quelle pianticelle che rimangono piccole per molto tempo? Ecco, io sono una di quelle. Fa paura crescere, ma bisogna affrontare questo momento…

Bisogna pur sopportare qualche bruco se si vogliono conoscere le farfalle: sembra che siano così belle… (Antoine De Saint Exupery, il Piccolo Principe)

Crescere è un’esperienza dolorosa, come lo è nascere: non a caso chi nasce piange. Ed anche crescendo si piange, o con gli occhi o con il cuore. Si può rimanere in fase di stallo per molto tempo, si può dire “Hey, Vita, aspetta un attimo” ma non può essere per sempre. La vita rispetta i tuoi tempi, ma tu devi fare attenzione a rispettare i tempi della vita. E’ questo l’essenziale.

Arriva il momento in cui ti accorgi di essere una nave ancorata in mezzo all’oceano, un bruco morto in una crisalide. Arriva il momento in cui cominciare a star bene… ed è ORA quel momento. Non rimandare a dopo il momento in cui cominciare a star bene.

Abbandona ciò che ti fa star male, è tanto facile!

Abbandona le situazioni che non puoi cambiare: scappa da tutto, ma non scappare mai da te.

Non accontentarti di soffrire, la vita è di più! La vita è bellezza. Non credete a chi dice chela vita è sofferenza. Certo, c’è anche quella. Ed è indispensabile. Ma non è la fine.

Tutte le storie che amiamo hanno una fine, ma è proprio perché finiscono che ne può cominciare un’altra (Mr. Magorium e la botega delle meraviglie)