Il mondo è una mia rappresentazione

12308427_1037038372984321_5710555474743882090_n

Il mondo è una mia rappresentazione

diceva il buon vecchio Schopenhauer, indicando il fatto che, per lui, ogni fenomeno osservabile è, in realtà, un sogno, una finzione, che esiste dentro la coscienza. La realtà, dunque, non esiste se non come rappresentazione, immagine, costruita dal singolo.

Bhè, io non sono così drastico ma credo che, in fondo, qualcosa di giusto ci sia in questa frase. Innanzitutto comincio con il dire che la nostra mente lavora per simboli, ossia per immagini significative e questo appare più che mai nei sogni, in cui un’immagine assume un significato specifico, universalmente condiviso.

rappresentazione_small

Che la nostra mente ragiona per simboli significa, dunque, che essa attribuisce significato agli oggetti ed alle realtà con cui ci relazioniamo, in base al legame che instauriamo. Esempio: se un cane mi morde, la mia mente assocerà all’immagine del cane una certa negatività.

Ecco, dunque, perchè il mondo è una mia rappresentazione: ognuno di noi conosce ed entra in contatto con la realtà in modo diverso ed attribuisce ad essa significato diverso.

Capire questo è la chiave di tutto: come posso io giudicare te, dicendo che sbagli se tu hai avuto un’esperienza di vita diversa dalla mia?

Questo, ovviamente, non significa che bisogna automaticamente abbandonare le proprie idee e seguire ciecamente quelle degli altri, bensì RISPETTARE l’esperienza degli altri: perchè devo avere ragione io per forza? Non è possibile che ad avere ragione sia l’altro?

E’ proprio questo il punto: a meno che, deliberatamente, non si decida di mentire, ogni “realtà” è reale, poichè mediata dall’esperienza! Non fermarsi a sè ma aprirsi alla relazione, all’accoglienza dell’esperienza altrui è, forse, la soluzione a molti mali…

detto in altre parole… Scendete dal piedistallo!

Un nuovo approccio alla realtà

Il nostro modo di pensare, la nostra personalità, le nostre idee sono come argilla malleabile. Capita, a volte, a seguito di un incontro, di una scoperta, di una lettura, della visione di un film, di cambiare qualcosa del proprio pensiero o del proprio approccio alla realtà. A me è successo esattamente ciò negli ultimi mesi, grazie all’incontro con una disciplina che mai avevo approfonditamente studiato, ossia la Sociologia.

Causa Università, ho dovuto approcciare questa materia che, fino a qualche tempo fa, consideravo solo una buffonata, una sorella minore sfigata della filosofia… eppure mi sbagliavo! Con la Sociologia ho cominciato a maturare il mio pensiero sulla vita, fino a formulare una personalissima visione del mondo, che sta diventando, lentamente, il mio modus operandi.

Se è vero che, come diceva il buon Aristotele, “L’uomo è un animale sociale” esso, solo all’interno della società, riesce ad essere sè stesso. L’uomo è, dunque, in ultima istanza, una realtà relazionale. L’uomo, senza relazione, non è uomo o, comunque, non lo è interamente. Chi, per un motivo o per l’altro, si sottrae alla relazione e, dunque, alla società, è come se smettesse di essere.

download (11)

A partire da questo assunto filosofico, sto cercando (e ci sto riuscendo molto lentamente: le abitudini sono lente a cambiare!) di reimpostare la mia vita, ponendo, come elemento fondante, quello relazionale. Chi mi conosce sa che per me, sociopatico, queste parole suonano come un “W i Rom” gridato da Salvini, eppure posso assicurarvi che non sto dicendo nulla di irreale: mi son reso conto che, la totalità di comportamenti “sbagliati” che mi appartengono (egocentrismo, possessività, vittimismo ecc…) sono causati da un approccio sbagliato alla relazione.

Dal momento in cui la relazione è fallata, fallato sarà l’individuo.

Ho rintracciato tre gradi di relazione, corrispondenti alle tre parti dell’essere umano rintracciate da S. Paolo:

  1. Relazione con l’altro (che richiama al Soma, ossia al corpo)
  2. Relazione con Sè (che richiama allo Spirito)
  3. Relazione con Dio/Infinito (che richiama all’anima)

Questi tre gradi “relazionali” sono come una matrioska: una maggiore relazione con sè stessi, un conoscersi approfondito, porta ad una maggiore conoscenza dell’altro. Entrare in relazione con l’altro in maniera sana ed autentica conduce verso la conoscenza del Divino. O, ancora, una maggiore conoscenza di sè conduce a Dio. Insomma, le combinazioni sono tante ed ognuna genera una diversa tipologia di individuo:

  • C’è chi parte da sè ossia colui che, indagando sè stesso attraverso la contemplazione, giunge alla conoscenza di Dio che, andando in fondo, produce una maggiore “apertura” verso l’altro. Gli individui che procedono così sono, di norma, i contemplativi, i meditativi, gli asceti.
  • C’è chi parte dall’altro, e attraverso la scoperta dell’altro arriva alla scoperta di sè che, conseguentemente, produce conoscenza (e relazione) con Dio.
  • C’è chi, partendo da sè, arriva all’altro e che, grazie a questa relazione con l’altro, arriva alla relazione con l’ALTRO, ossia con l’infinito che è dentro… Dio.

Vi sono diversi approcci, ogni individuo mette in pratica il suo. Una cosa è certa: non vi è completezza senza equilibrio. Cosa significa? significa che ognuno di questi tre legami relazionali è essenziale e non vi è serenità se l’individuo non lavora equamente su tutti e tre (come non si è completi se si trascura il corpo, o l’anima o lo spirito…).

Ricapitolando: l’uomo non è completo se non entra in relazione con sè, conoscendosi ed  amandosi; con l’altro e con Dio, ossia con la “sete d’eterno” che sente dentro sè. La società non è null’altro che il luogo in cui l’essere umano esprime sè e la sua essenza!

Col tempo vi darò qualche informazione in più… nel frattempo accontentatevi di sapere che sono tornato su questo blog, che per tanto tempo ho trascurato.

 

 

#Riflessioni – Generazione Boh

1-paassani3

Il concetto di “generazione” ha subito grandi mutazioni nel corso dei secoli. Un tempo si parlava di generazione secondo una connotazione “biologica”: una generazione indica la durata media di tempo tra la nascita dei genitori e la nascita dei loro figli. Nel mondo antico la generazione era un’unità di misura “informale” molto utilizzata. Ciò accadeva perchè, in quella tipologia di mondo, la famiglia era al centro. Oggi, invece, la famiglia non occupa più il suo antico ruolo essenziale dunque anche il concetto di generazione ha necessariamente dovuto subire dei cambiamenti. Se prima la generazione ruotava attorno alla famiglia, attorno a cosa ruota oggi?

Il fulcro delle “nuove” generazioni è l’ideologia, la tecnologia, il metodo, che lega diverse persone. Alcuni esempi? La pop generation, la beat generation, la lost generation…
Se un tempo, in 50 anni, avevamo al massimo 2 generazioni, oggi, in 50 anni, non è difficile avere un numero maggiore di generazioni. Basti pensare al ‘900: la lost generation  negli anni venti, la silent generation negli anni quaranta, la beat generation negli anni cinquanta, la pop generation negli anni novanta… Al cambiare della tecnologia primeggiante cambia la generazione, ossia il gruppo di persone, che ad essa gravita attorno.

E qual’è la generazione d’oggi?

Quasi ogni giorno la tecnologia primeggiante cambia: all’alba del XXI secolo potevamo identificare la wealth generation, ossia quella incentrata sui nuovi consumi e sul benessere che da essa ne deriva, la web generation, incentrata sul world wide web; la app generation, basata sulle applicazioni degli smart phone…

Io propongo ( anche se non è di mia invenzione) una nuova definizione che va a raccogliere ognuna delle altre terminologie dette in precedenza: GENERAZIONE BOH.

Viviamo in un mondo in cui abbiamo così tanti stimoli che non riusciamo più a indicare quello dominante. Avere troppa scelta, secondo me, non è un qualcosa di positivo… come avrebbero detto gli antichi “Troppi galli a cantar e non si fa mai giorno“…

Reputo Fedez (ed in generale i rapper ed i cantanti) profeti laici della realtà: la generazione boh è quella generazione confusa in cui viviamo, quella generazione incerta in cui, avendo perso la capacità di scegliere, reputa giusto tutto. Non sapendo scegliere si elimina la possibilità di scegliere. E’ un bene tutto ciò? No, non credo…

Ecco la generazione d’oggi: la generazione boh! Ognuno di noi appartiene a tale generazione quando, non avendo idee proprie, si lascia spingere da quelle imposte dai media; quando, pur di ottenere meriti, sottomette le proprie idee ad altre idee, imposte.

La generazione è lo specchio della società ed è propri questa la società: uomini confusi alla ricerca di idee che diano l’illusione di essere chiari.

hqdefault

tratto dal brano di Fedez “Generazione Boh”

 

#Riflessioni – Perdere per guadagnare

Ripropongo, ancora una volta, la frase di Enrico Petrillo, sulla quale ho riflettuto ieri:

Chiara aveva scoperto che il contrario dell’amore è il possesso. Quando comprenderai che una cosa, un amore, una relazione è veramente tuo? Quando sarai libero di perderlo. Perché quando hai la libertà di perderlo, ti accorgi che quello è un dono di Dio

Ieri ho parlato del contrario dell’amore, che è il possesso. Ora: cosa significa “quando sarai libero di perderlo?”

Siamo fatti così: ci affezioniamo alle persone, alle cose, a tutto. La nostra natura è questa: quella di affezionarci, di legarci a qualcuno o a qualcosa, che sia una persona, una cosa, un’idea. Quando ci affezioniamo sembra di aver vinto qualcosa, di aver trovato un tesoro, di aver guadagnato una grande fortuna. Non è cattiveria questa: è natura.

Che sia una persona, un soprammobile, un vestito o un 30 e lode, la situazione è sempre la stessa. Se qualcuno ci dicesse: ok, hai preso 30 e lode. Ora, però, devi rinunciare a questo voto. Nessuno lo farebbe, perlomeno non io. Questo perchè? Perchè quel qualcosa è NOSTRO, solo nostro.

Tuttavia, con le persone, non è così. Ogni individuo, in quanto tale, ha una propria libertà ed il rispetto di essa è la base di ogni rapporto. Quai nessuno mette mai in contro questo: Amo qualcuno ergo quel qualcuno DEVE amarmi, per forza. E’ una regola.

Ma questo non è amore bensì possesso. Crediamo di amare le persone eppure le possediamo come si possiede un orologio o un barboncino o una banconota.

3477220Dire: “essere libero di perderlo” significa, per l’appunto, mettere in conto la libertà di quel qualcuno in un rapporto. Questo non significa rinunciare ad amare… no… anzi: significa amare ancora di più. E non sto tessendo una lode agli amori non corrisposti o platonici! Sto semplicemente dicendo che l’amore è, innanzitutto, libertà ed essa implica anche questo. Quando mettiamo in conto di perdere chi amiamo non stiamo smettendo di amarlo ma stiamo solamente cominciando ad amare veramente.

quando hai la libertà di perderlo, ti accorgi che quello è un dono di Dio

Capire che chi si ama ha una propria libertà ed arrivare a rispettarla è un dono di DIO, una grazia. Non è tanto l’amore in sè ad essere un dono quanto CAPIRE cosa l’amore sia. Quando amerai qualcuno così tanto da arrivare a comprenderne la propria libertà allora proprio in quel momento stai amando. E l’amore tutto crede, tutto spera, tutto sopporta… anche una situazione non corrisposta, anche un fallimento, anche un litigio. Tutto sopporta l’amore.

#Riflessioni – Una questione di RE

filippo-il-bello

Ieri vi ho parlato dei Re Magi (che forse non erano re, ma vabbè…). Oggi vorrei tornare sull’argomento per affrontare un tema, a parer mio, molto interessante: essere re.

Nella vicenda dei Magi narrata da Matteo, vengono presentati tre re:

  1. I Re magi
  2. Re Erode
  3. Gesù, il re dei Giudei

Ognuno di loro è re ma non serve molto a notare che sono tutti molto diversi fra di loro. Cosa vuol dire, allora, “essere re”?

Parto dicendo che ognuno di noi, in virtù del Battesimo, diviene RE,SACERDOTE e PROFETA. Ciò che desidero fare è aiutarvi ad avere coscienza del VOSTRO essere re, proponendovi l’esempio di altri re.

Un re è uno che comanda, uno potente, uno ricco.

I magi impiegano la loro regalità nell’adorare il bambin Gesù. Si mettono in cammino. Essere re alla maniera dei magi significa mettere da parte i propri agi, le proprie ricchezze e mettersi in cammino verso la Verità. Essere re alla maniera dei magi significa, nella pratica, non accontentarsi delle proprie certezze (ricchezze è da intendersi in senso simbolico: idee, convinzioni, pensieri…) ma ricercare il senso della vita, che è la felicità, imbarcandosi in un viaggio complesso che  condurrà, alla fine, non in un palazzo regale ma in un’umile mangiatoia. La Felicità, infatti, non è nelle grandi cose ma in quelle piccole.

Poi c’è la regalità al modo di Erode. Erode è colui che vive rinchiuso nel proprio palazzo, nelle proprie convinzioni. Non è libero di essere poichè intrappolato da ciò che vuole che gli altri pensino di lui (Nel Vangelo ci sono tantissimi Erode, uno peggio dell’altro… sarà il nome?).

Il Vangelo di Matteo ci dice che Erode si turba sentendo parlare i magi: è spaventato dalle loro parole, dal loro essere re. Questo accade anche a noi, quando entriamo in contatto con persone LIBERE che sono in cammino verso la felicità. Il primo pensiero è: Non è possibile!  Capendo, invece, che si tratta di una cosa vera, cominciamo a pensare che ci sia la fregatura (troppo bello per essere vero…) oppure che sa qualcosa di negativo (La prima cosa che Erode pensa è che Gesù sia venuto a prendergli il regno, per questo ordina la strage degli innocenti). Erode è un uomo-marionetta, succube del mondo in cui si è incatenato: non prende mai in mano le situazioni ma si fa  sempre dire le cose dagli altri:

All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta (Mt 2, 3-5)

Ed agisce sempre con sotterfugi e trucchetti:

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». (Mt 2, 7-8)

Erode siamo noi, quando rinunciamo a ricercare la Felicità, quando ci chiudiamo in noi stessi e pensiamo che la vita sia solo sofferenza e tristezza. Erode siamo noi quando, non volendo perdere le nostre certezze, perdiamo noi stessi.

 

Infine c’è il Re dei Re, Gesù. Come possiamo essere re alla maniera di Gesù? Per capirlo non basta soffermarsi a questo momento… occorre fare un passo in avanti, fino alla Passione:

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: A «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose:  «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?».  Pilato disse:  «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù:  «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». C Allora Pilato gli disse:  «Dunque tu sei re?».  Rispose Gesù:  «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».  Gli dice Pilato:  «Che cos’è la verità?». (Gv)

Gesù è re, re della propria vita. Gesù vive la sua regalità come LIBERTA’ e come VERITA’. Egli si fa consegnare a Pilato ed al  sinedrio, non tiene per se le proprie certezze, non difende i propri ideali, come ha fatto Erode e come facciamo, spesso, noi. Essere re alla maniera di Gesù significa non aver paura di essere sè stessi e nemmeno di perdere sè stessi. Gesù rimane fedele a sè stesso ed è in questo la grandezza della sua regalità.

Essere re della propria vita alla maniera di Gesù significa rimanere fedele a sè stessi.

Sia Gesù che Erode rimangono ancorati alle proprie idee ma c’è una grande differenza: Gesù mette in conto di perdere tutto, e proprio ammettendo di perdere tutto, guadagna. Gesù è sempre in movimento, non si ferma mai.

Erode, invece, non esce mai dal suo palazzo e conserva tutto per PAURA. Ecco: la nemica più grande della regalità è la paura!

Un re, dunque, sei tu quando metti la tua ricchezza al servizio degli altri; re sei tu quando non tradisci te stesso e vivi libero; re sei tu quando ti metti alla ricerca della verità, quando metti in gioco la tua stessa regalità…

 

 

#Riflessioni – Attraverso una porta…

1914268_10201237264811205_4201599654490747477_n

Questa riflessione mi è venuta in mente qualche giorno fa, quando un mio amico frate mi scrive dicendo: “Ei, guarda che sto a Roma. Ti va di vederci?” “Perchè no?” rispondo “Dove?” gli chiedo. “Guarda, ci vediamo davanti S.Pietro” risponde lui. “Ok, a domani

Dopo aver parlato di cose nostre gli chiedo: “Hai passato la porta?” “Certo! Tu?” Ad essere sincero ero un pò imbarazzato: abito a Roma e non avevo ancora varcato la porta santa…

Su consiglio del mio amico frate decido di passarla, quello stesso giorno.

 

Mentre facevo la fila ai “meravigliosi” tornelli di S. Pietro, cominciai a riflettere sul valore di quel simbolo…

Una porta… simbolo di un passaggio da un “fuori” ad un “dentro” (o viceversa). In particolare, la porta, può rappresentare in modo ambivalente tanto la vita quanto la morte, oppure un collegamento tra due mondi, piani, stati d’animo, epoche. Talvolta la sua presenza è così importante da giustificare presso varie culture un guardiano, umano o mostruoso, che ne sorvegli l’ingresso o l’uscita. 

Janus-Vatican

La simbologia della porta è legata, nella mitologia romana, alla figura di Giano (Janus, da cui deriva “Gennaio”, il mese-porta, che segna il passaggio dal vecchio anno al nuovo), divinità con due facce.

 

 

Perchè, allora, il simbolo della porta è così strettamente legato al Giubileo? Soprattutto: la porta da passare è una porta fisica?

Ve l’ho detto, è un simbolo… non può esaurirsi tutto nella “fisicità”, bisogna trascendere allo spirito.

Nel simbolismo cristiano la porta si richiama alle parole di Gesù:

Io sono la porta: chi entrerà attraverso me sarà salvo (Gv 10,9)

La porta è, dunque, segno di Cristo e di tutti coloro che hanno percorso la via della santità che conduce alla casa di Dio. Cristo stesso si proclamò vera porta dell’ovile (Giovanni, 10, 9) e chi varca la sua soglia sa che deve impegnarsi a rispettare la sacralità del luogo e ad essere pronto a vivere un’esperienza religiosa.

La porta giubilare è Cristo stesso. Ma cosa significa, nella pratica, passare attraverso Cristo? E questo passaggio da dove proviene e dove conduce?

Andiamo con ordine…

Il “fuori” è la tua vita di sempre, quella che tu non vorresti che fosse tua, per quanto triste e portatrice di sofferenza. Il “fuori” è la vita infelice, la vita allo stato brado; quella in cui sei sempre in movimento ma in cui ti sembra di stare sempre fermo al punto di partenza; la vita in cui ci sei TU contro TUTTI, quella in cui sei solo, abbandonato a te stesso.

Il “dentro” è, invece, una vita nuova; una vita per la quale vale vivere; una vita in cui la  sofferenza non è un limite ma un mezzo; Il “dentro” è la vita piena, quella in cui ti sembra di essere fermo eppure sei sempre un passo più avanti; quella in cui ci sei tu e ci sono gli altri; il “dentro” è una vita per cui vale la pena vivere.

Il passaggio da “dentro” a “fuori” avviene attraverso Cristo. Passare attraverso di lui significa rendersi conto che c’è di più della “stessa merda” (per citare un brano di T. Ferro – La Fine). Varcare quella porta significa aprire i propri occhi e rendersi conto che così non può durare, che questa vita “spenta” non è vita.

Ma per passare bisogna volerlo. Mi viene in mente una cosa: quando si entra da qualche parte bisogna togliersi il cappotto, il cappello, la sciarpa, i guanti… Questo accade anche passando attraverso questa porta “spirituale”: il cappotto simboleggia l’armatura che ti sei costruito per resistere al monto ed alle sue forze avverse; il cappello sono le sovrastrutture, le idee, che nutrono il tuo essere; la sciarpa ed i guanti sono le tue relazioni bloccate, la tua impossibilità di raggiungere l’altro, di relazionarti con lui.

Per entrare nella porta-Cristo, per entrare nella vita piena (in ciò che è comunemente detto Paradiso) devi rinunciare ad essere UNO CONTRO TUTTI, devi rinunciare alle tue difese, alle tue certezze, devi rinunciare alla FOTTUTISSIMA paura della vita che hai, devi rinunciare ad essere triste…

E TU, amico mio, lo vuoi? vuoi rinunciare ad essere triste?

3c0bc8f576e54893f99ad05722e1ee70

 

# Riflessioni – Apollineo e Dionisiaco

imagesLa storia della filosofia è dominata da immagini, più o meno forti, rimaste per sempre nell’immaginario collettivo. Per citare degli esempi: Achille e la tartaruga di Zenone, la caverna di Platone, il pendolo di Schopenhauer o il “Sol dell’Avvenire” della filosofia comunista del novecento. Tuttavia, in questo florilegio di immagini, ce n’è una che mi colpisce particolarmente: mi riferisco al dualismo Apollineo-Dionisiaco proposto da Nietzsche nel volume “La nascita della tragedia dallo spirito della musica“. Diciamoci la verità: Nietzsche non inventa nulla di nuovo.Egli, infatti, eredita il dualismo di Eraclito facendo però derivare ogni coppia di opposti ( caos-calma, luce-oscurità, inquieto-sereno ecc..) da un’ unica coppia: Apollineo e Dionisiaco. Con tali categorie, il filosofo tedesco desiderava delineare gli impulsi che erano alla base dello spirito e dell’arte dei greci. Tali “modi d’essere” prendono forma attraverso la figura di due divinità del mondo greco: Apollo e Dioniso.

924382-apollo

 

Apollo è, nella mitologia greca, il dio del sole e della poesia, simbolo dell’equilibrio e della calma

 

bacco

 

Dioniso, invece, è il dio del vino e della vendemmia, simbolo della frenesia e dello slancio vitale.

 

Nietzsche priva queste divinità del loro originario senso “divino” e li rende simboli atti a rappresentare due grandi stati d’animo dell’uomo: lo spirito Apollineo è quel tentativo di spiegare la realtà attraverso costruzioni mentali ordinate, negando il caos che è proprio della realtà e non considerando il naturale dinamismo della vita. Lo spirito apollineo è la componente razionale e razionalizzante dell’individuo.

Dall’altra parte si trova il Dionisiaco, ossia l’impulso alla vita presente nell’uomo.

Non voglio farvi una lezione di filosofia. Vi ho parlato di questo solo per permettervi di capire ciò che ho intenzione di dire: Quando si parla di opposti si tende, di solito, a schierarsi da una parte  dall’altra, reputando un polo “giusto” e l’altro “sbagliato”. La mia domanda è: possiamo scegliere anche nel caso di Apollineo e Dionisiaco?

Io credo di no. Pensare di incasellare la vita è una cosa, a parer mio, abominevole. Io sono un essere umano, ciò che di più movimentato ed instabile esista. Non posso incasellare la mia esistenza in modo certo.

La vita, come già dicevano Socrate e Platone, è ricerca: ricerca di sè. Il senso della vita non è incasellarsi in una categoria piuttosto che in un’altra quanto, piuttosto, riuscire a godere della vita per ciò che è, ricercandone il senso più profondo.

A differenza di Nietzsche, che vedeva nell’Apollineo una delle più grandi sciagure del genere umano, io ritengo che anche in esso ci sia del bene, del buono. L’Apollineo è necessario per ritrovare la serenità, per innescare il processo di ricerca interiore di sè, per fare un pò di silenzio nella vita.

Ma la vita non può essere solo riflessione, pensiero e tranquillità: è necessario che, a volte, il Dionisiaco prenda il sopravvento.

Dunque: dov’è la verità?

…Nel mezzo direbbero i latini

…Nella ricerca direbbe Socrate

 

La nostra esistenza passa costantemente attraverso questi due stati ed è una grazia che ciò accada! Immaginate un individuo solo Apollineo: che noia! Allo stesso tempo immaginatene uno solo Dionisiaco: troppo superficiale, troppo frenetico!

L’uomo dovrebbe essere in grado di riuscire a godere di entrambi i momenti poiché entrambi fanno si che l’uomo possa definirsi tale.

Non abbiate paura di attraversare diversi stati, diversi momenti: tutto concorre al fine ultimo della vita, la felicità. L’unica cosa da fare è cercare di non bloccarsi in un determinato stato:

La saggezza non sta nella stasi né nel cambiamento, ma nella loro dialettica. (Octavio Paz)

 

#Riflessioni – Natale: Oggi voglio essere felice!

natale-famiglia-cose-da-non-dire-1

Basta tristezza, oggi voglio essere felice! E’ Natale, sia che siate cristiani che non lo siate. E’ Natale, cavolo! Se non si è felici oggi quando bisogna esserlo? Cantare canzoni di natale, scambiarsi regali, respirare un’aria magica, bella, un’aria che non sempre si respira. Ed è bello per questo, il Natale. Un giorno che ti dice: “Ei, amico! Stai sereno! Sii felice!

Amici miei, rallegratevi quest’oggi, non pensate alle vostre sventure, alla crisi, alla disoccupazione o ad altre sciagure varie. Pensate ad essere felici, andate in giro e respirate la bellezza di un sorriso, di uno sguardo. Respirate la bellezza dell’attesa.

NASCITA-COPOra, però, dobbiamo dare a Cesare quel che è di Cesare…

Natale è stato spogliato del suo originario significato, e questo non è un mistero! Perché il Natale ci affascina così tanto? Io lo so…

E’ il messaggio che porta con sé che affascina: un messaggio di pace, speranza, gioia. I giorni come questi, precari ed instabili, risuona più forte che mai il grido dell’angelo, che proclama a gran voce:

Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo

La gioia del Natale, e questo è già scritto nel Vangelo, non è solo di chi crede ma di tutto il popolo, perché tutti abbiamo bisogno di questo annuncio, abbiamo bisogno di sentirci dire: “Non temere“.

Ora, però, arriva la grande scissione. Sentir dire “non temere” fa pensare che sopraggiunga qualcuno che dia protezione, o no? altrimenti perchè “non temere”?

Eppure:

oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia

Un bambino? Ma come, viene detto “non temere” ed arriva un bambino, ciò che di più fragile esiste?

Certo, in questo risiede la bellezza del Natale.

La gioia nasce dalla fragilità; La bellezza nasce dalla semplicità. Per questo il Natale riesce sempre a portare una luce di speranza nei cuori: i suoi valori, oggigiorno massacrati dal consumismo e dal materialismo, hanno radici in un messaggio semplice: Non avere paura, oggi per te nasce una speranza: sei triste? Speranza. tutto va male? Speranza. C’è di più oltre la tenebra della notte: c’è l’Aurora!

Sia per voi, il Natale, un’occasione per sperimentare la bellezza della Speranza, la bellezza di una gioia vera che viene solo dal Vero Re dei Re, che è Cristo Gesù che nasce fragile nella stalla del tuo cuore.

Rallegriamoci, amici miei! Non c’è spazio per la tristezza in questo giorno!

#Riflessioni – Messaggio per un albero senza chioma

downloadQualche giorno fa ho fatto leggere un mio post ( L’ora per cominciare a star bene ) e lui mi ha risposto, spiazzandomi, “io faccio parte degli alberi senza chioma“. E’ una frase forte da dire, significa ammettere di non avere prospettive nella propria vita, di essere depresso, in un certo senso. Ma è anche una cosa positiva da dire, poichè denota il culmine di un processo di ricerca di sè che ha fatto comprendere di non stare bene. E lo sapete bene: per cominciare a star bene bisogna ammettere di star male. E lui è sulla buona strada. Devo ammettere che l’affermazione mi ha un pò spiazzato ed ho risposto, forse ingenuamente, “bhè, la chioma cresce curando le radici“. Quando si ha davanti una persona in difficoltà sarebbe meglio astenersi da frasi eccessivamente filosofeggianti… eppure, in quel momento, mi è venuta in mente quella. Sarà stata l’ispirazione, eppure un qualcosa di buon ce lo vedo… ecco perchè.

Curare le proprie radici. Cosa significa? Senza dubbio assicurarsi che ciò da cui traiamo vita non sia rinsecchito. Dicendo “radici” tutti pensano subito alla famiglia, quindi questa mia affermazione potrebbe essere convertita in “fai pace con la tua famiglia“. No, sarebbe troppo facile. Radice è tutto ciò da cui traiamo forza: sogni, amicizie, situazioni, ricordi… anche la famiglia, perchè no, ma solo come una delle tante possibili realtà. Curare le proprie radici significa accertarsi che ciò da cui traiamo forza non sia un’illusione, un idolo, un’ombra. La causa più diffusa di “depressione” è la delusione a seguito di un’illusione. Non avere chioma significa aver dato fiducia alle cose sbagliate.

Curare le proprie radici significa accertarsi di avere dei “dispensatori di energia vitale” efficienti ed efficaci. Quelli inutili, senza vita, sono da tagliare. Senza dialettica.

Come si fa a capire se un qualcosa è una radice o un idolo? provo a darvi delle linee guida, ma ricordate che si tratta di riflessioni personali, tratte da momenti di meditazione personale. Non sto proclamando nessuna “Verità Assoluta”.

idolatry_by_fullofeyes-d4ytr58

  1. Ciò che da la vita non pretende di ricevere alcunché in cambio.    Un amore che dice “Ti amo se mi ami” non è amore, non è qualcosa da cui trarre energia: è un idolo e va tagliato. Riguardo a ciò, mi viene in mente una splendida canzone di Faber De Andrè, La Ballata dell’Amore Cieco , in cui una donna chiede, in cambio del suo amore, di compiere gesti atroci.
  2. Ciò che da la vita rispetta la tua libertà. I filosofi, nel corso dei secoli, hanno definito l’uomo in tanti modi: animale sociale, “lupus homini“, calderone di pulsioni ecc… ma io, nella mia completa ignoranza, vi dico che l’uomo è principalmente LIBERTA’ (e ciò non significa libertinaggio, ossia anarchia, ossia fare come si vuole senza limiti… ma su questo farò un post ad hoc). Dire che l’uomo è libertà significa ammettere il suo libero arbitrio, ossia la sua indipendenza da scelte di terzi. Un qualcosa che dice “devi anche se pensi che sia sbagliato o anche se non ti va” non è una radice, ma un idolo e va tagliato. E’ necessario dire, però, che certe cose fanno bene anche se vanno contro ciò che si vuole (mi viene in mente l’alzarsi presto per andare a scuola), per questo è necessario chiarire che essere liberi non significa fare solo ciò che si vuole, ma fare ciò che è giusto che si faccia. “Ciò che da la vita rispetta la tua libertà” mi fa pensare ad una dinamica che si verifica sopratutto nei “gruppi”. Ad ogni “festa”, celebrazione o evento è quasi obbligatorio stare insieme, pena l’esclusione. Ma questo è sbagliato! Ho visto i gruppi più “vitali” del mondo divenire idoli… ed il passaggio è brevissimo.
  3. Ciò che da la vita non genera ansia o preoccupazione. La maggior parte di ciò che ci “rende forti” produce ansia e preoccupazione. Esempio: ballare. cosa bellissima, grande fonte di vita e di energia. Ma quando, passando davanti ad uno specchio o stando davanti ad una coppa di gelato, si ha l’ansia dei chili in più non è più fonte d’energia, ma un idolo, una fonte di sofferenza. Potrei fare mille esempi. Ciò che da la forza non genera ansia, ma vita.

 

Chiarite le proprie radici (fonti di energia e forza) e tagliate le fonti d’ansia (idoli) vedrete che la chioma comincerà a crescere.

E’ necessario avere delle radici, altrimenti non potrà fiorire nessuna chioma.

Capisco che sia facile dirlo… ma farlo? Rinunciare a ciò che si crede “buono” è una cosa atroce, una gran fatica. Ma è una fatica necessaria, una vera e propria lotta… ma la Bellezza  implica una lotta, una sofferenza, un combattimento. Un pò come la nascita di una perla.

La bellezza nasconde storie dolorose, ma sono le storie che fanno bella la vita. La bellezza della vita non è avere una vita bella ma aver la forza di rendere bella la propria vita.

La bellezza è una chioma folta, ricca di frutti e fiori, una chioma che nasce da una radice… come una perla che nasce da un frammento di un predatore.

Curare le radici significa, alla fine della fiera, imparare a distinguere ciò che da la vita da ciò che toglie vita e dare importanza a ciò per cui vale la pena dare importanza e togliere importanza a ciò che è inutile.

E’ un passo doloroso, ma necessario.

 

#Riflessioni – L’ora per cominciare a star bene

benessere

Arriva un momento, nella vita di ciascuno di noi, in cui tutti i nodi arrivano al pettine; un momento in cui capisci che hai perso tanto di quel tempo dietro a delle situazioni inutili, senza senso,vane; Arriva un momento in cui ti trovi solo, in silenzio, a fare i conti con te stesso; un momento in cui pensi: “Cosa ho realizzato finora?”

E’ uno dei momenti più belli e più terribili della propria vita. Il momento in cui ti fermi, ti volti per vedere la strada che hai percorso  e poi ricominci a camminare, verso il nuovo.

L’errore più grande è rimanere fermi a guardare dietro di sè, a contemplare il futuro. Ho sempre sostenuto che l’uomo fosse come un albero: radici al passato, tronco al presente, chioma al futuro. Un albero senza radici è un albero morto, come è morto un albero senza chioma/rami: significa che non cresce, che è senza vita.

Vedo degli alberi del genere, senza chioma, nei cuori di quelli che odiano il proprio passato, di quelli che non hanno fatto pace con ciò che è stato, che non hanno fatto i conti con la propria storia. Gente triste, senza vita.

Io, invece, mi sento di appartenere alla categoria di alberi che ancora non sono alberi: avete presente quelle pianticelle che rimangono piccole per molto tempo? Ecco, io sono una di quelle. Fa paura crescere, ma bisogna affrontare questo momento…

Bisogna pur sopportare qualche bruco se si vogliono conoscere le farfalle: sembra che siano così belle… (Antoine De Saint Exupery, il Piccolo Principe)

Crescere è un’esperienza dolorosa, come lo è nascere: non a caso chi nasce piange. Ed anche crescendo si piange, o con gli occhi o con il cuore. Si può rimanere in fase di stallo per molto tempo, si può dire “Hey, Vita, aspetta un attimo” ma non può essere per sempre. La vita rispetta i tuoi tempi, ma tu devi fare attenzione a rispettare i tempi della vita. E’ questo l’essenziale.

Arriva il momento in cui ti accorgi di essere una nave ancorata in mezzo all’oceano, un bruco morto in una crisalide. Arriva il momento in cui cominciare a star bene… ed è ORA quel momento. Non rimandare a dopo il momento in cui cominciare a star bene.

Abbandona ciò che ti fa star male, è tanto facile!

Abbandona le situazioni che non puoi cambiare: scappa da tutto, ma non scappare mai da te.

Non accontentarti di soffrire, la vita è di più! La vita è bellezza. Non credete a chi dice chela vita è sofferenza. Certo, c’è anche quella. Ed è indispensabile. Ma non è la fine.

Tutte le storie che amiamo hanno una fine, ma è proprio perché finiscono che ne può cominciare un’altra (Mr. Magorium e la botega delle meraviglie)