“Je suis Charlie”… ma veramente?

Qualche mese fa stavamo tutti chinati sulle tastiere a scrivere ” Je suis Charlie”, per testimoniare la nostra vicinanza al giornale satirico francese “Charlie Hebdo” vittima di un vile attentato terroristico. Eravamo tutti commossi, e tristi e, come  è normale che sia, tutto il mondo si è stretto attorno al loro, come in una social catena che, in qualche modo, potesse attutire il dolore.

Ora le cose sono cambiate. La vittima di una tragedia non è più un giornale francese ma gente comune,sconosciuta; il carnefice non è più una banda di pazzi fanatici ma un sisma.
Si gioca la stessa partita, la partita del dolore, ma a ruoli invertiti: se prima erano gli italiani a consolare i francesi ora sono i francesi a star vicini agli italiani. Tuttavia, c’è un piccolo cambiamento al solito copione: se la Francia fosse una torta, una piccola fetta di questa torta sarebbe proprio il giornale satirico di cui abbiamo parlato prima… ed è proprio quella piccola fetta ad essere protagonista di questo cambio di ruoli!

Ecco come quelli di “Charlie” hanno commentato la notizia del sisma:

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Passi dare del nano da giardino al presidente, passi tutto… ma non giocare sul dolore della gente. Paragonare il sangue delle persone a del sugo per lasagna? Stiamo scherzando?

Questa non è satira: è schifosa e becera e volgare idiozia!

La satira, sacrosanta, è cosa assai separata da questo obbrobrio… poichè la satira non è sinonimo di “sparare a zero”; la satira non colpisce chi sta a  terra, chi è ferito, chi è debole!

Ma i nostri “amici” di Charlie (e non dico francesi, per non fare di tutta un’erba un fascio) non si sono limitati a questo e, per scusarsi, la loro mente bacata ha partorito un’altra vignetta:

++ Sisma: Charlie precisa,'italiani, case fatte da mafia' ++

Italiani…non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia!

 

Dalla padella alla brace…

La loro voglia di “ridere” li sta portando su strade pericolose: è orribile ridere sulla morte delle persone, ironizzare su delle vittime…

Questo mi fa pensare a qualcosa che va oltre la vicenda in sè: ognuno ha sempre ragione. Intendo dire che, qualsiasi cosa accada, si può trovare una giustificazione che faccia sembrare vera e degna la sua versione. Questo giustificazionismo è la causa della crisi di valori che stiamo vivendo, ed è un pò la conseguente evoluzione del sofismo greco che vedeva al centro non tanto la verità quanto l’opinione e la verosimiglianza.

Ognuno ha ragione…anzi… nessuno vuol avere torno! Ecco la causa di ogni male.
Ognuno reputa giuste e sacrosante le proprie versioni dei fatti ma… non ci si preoccupa mai che la NOSTRA LIBERTA’ possa ledere la LIBERTA’ ALTRUI? non è possibile che quello che io reputo giusto e divertente  sia causa di dolore per altri?

Quanto accaduto con Charlie è solo l’esempio pratico del menefreghismo che si respira nell’aria: come possiamo accogliere il “diverso” se trattiamo così chi consideriamo “uguale”?

 

La via d’uscita a tutto questo è la riscoperta di un umanesimo integrale, che ponga al centro non tanto l’uomo bensì l’umanità, intesa come rete sociale… perchè, in fondo, senza “altro” io non sono nessuno…

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Il mondo è una mia rappresentazione

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Il mondo è una mia rappresentazione

diceva il buon vecchio Schopenhauer, indicando il fatto che, per lui, ogni fenomeno osservabile è, in realtà, un sogno, una finzione, che esiste dentro la coscienza. La realtà, dunque, non esiste se non come rappresentazione, immagine, costruita dal singolo.

Bhè, io non sono così drastico ma credo che, in fondo, qualcosa di giusto ci sia in questa frase. Innanzitutto comincio con il dire che la nostra mente lavora per simboli, ossia per immagini significative e questo appare più che mai nei sogni, in cui un’immagine assume un significato specifico, universalmente condiviso.

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Che la nostra mente ragiona per simboli significa, dunque, che essa attribuisce significato agli oggetti ed alle realtà con cui ci relazioniamo, in base al legame che instauriamo. Esempio: se un cane mi morde, la mia mente assocerà all’immagine del cane una certa negatività.

Ecco, dunque, perchè il mondo è una mia rappresentazione: ognuno di noi conosce ed entra in contatto con la realtà in modo diverso ed attribuisce ad essa significato diverso.

Capire questo è la chiave di tutto: come posso io giudicare te, dicendo che sbagli se tu hai avuto un’esperienza di vita diversa dalla mia?

Questo, ovviamente, non significa che bisogna automaticamente abbandonare le proprie idee e seguire ciecamente quelle degli altri, bensì RISPETTARE l’esperienza degli altri: perchè devo avere ragione io per forza? Non è possibile che ad avere ragione sia l’altro?

E’ proprio questo il punto: a meno che, deliberatamente, non si decida di mentire, ogni “realtà” è reale, poichè mediata dall’esperienza! Non fermarsi a sè ma aprirsi alla relazione, all’accoglienza dell’esperienza altrui è, forse, la soluzione a molti mali…

detto in altre parole… Scendete dal piedistallo!

Il diamante e la grafite

Ve l’ho detto, la Sociologia ha cambiato il mio modo di vedere il mondo…
In ogni lezione che ho frequentato ho imparato qualcosa di nuovo… una di queste è la “questione” del diamante e della grafite.

Facciamo un piccolo gioco: vi farò vedere due immagini e dovete dirmi (vabbè, pensatelo solo) se sono cose uguali o no.

 

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Fatto? Bhe… è un gioco semplice! Si tratta di un diamante e della grafite, minerale con cui è fatta la matita. Ovviamente sono diversissimi… eppure, se vi dicessi che sono fatti della stessa sostanza? Già… sia il diamante (robustissimo) che la grafite (fragile) sono fatti di carbonio. Cos’è, allora, che li rende così diversi?

Guardate quest’altra immagine:

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Cosa notate di diverso? ESATTO! La struttura. Il diamante è caratterizzato dalla presenza di un involucro cubico mentre la grafite dalla sovrapposizione di piani. In altre parole: la struttura del diamante è caratterizzata da una rete di atomi di carbonio complessa, in cui gli atomi si legano e compongono una sorta di “gabbia” assai difficile  da sciogliere. La grafite, invece, è costituita da piani paralleli che, sfregati contro una superficie, si scompongono. In essa gli atomi di carbonio non instaurano legami forti, non si mescolano fra di loro, non interagiscono profondamente, ma soltanto superficialmente.

Questo accade anche nella società. Immaginiamo una società, o gruppo di persone, in cui gli elementi costituenti sono uniti da legami profondi, legami che li tengono uniti. Tali elementi, dunque, formano una sorta di “diamante”, resistente e robusto.. ed anche prezioso. Prendiamo in esempio, ora, una società i cui elementi non sono uniti da legami di senso. Essa, proprio come la mina di una matita, si sfalderà al primo contato con un problema.

 

La forza di un gruppo (o di una società) sta nella forza dei legami che la tengono in piedi: più forte è il legame più forte è la società. Sembra una stupidaggine ma è, in realtà, una grande verità: viviamo in un mondo di grafite, in cui la paura e la mancanza di fiducia creano legami fragili. Ognuno di noi è chiuso nel suo sè, nelle sue necessità, arrivando a perdere di vita l’altro… ma senza l’altro noi  non siamo nulla: l’uomo è un essere relazionale, e solo relazionandosi può essere pienamente sè stesso.

La paura reprime la nostra natura, rendendoci i peggiori nemici di noi stessi…
Occorre invertire la rotta: scoprire la bellezza della fiducia e della relazione per diventare esseri preziosi e forti, come un diamante…

 

Un nuovo approccio alla realtà

Il nostro modo di pensare, la nostra personalità, le nostre idee sono come argilla malleabile. Capita, a volte, a seguito di un incontro, di una scoperta, di una lettura, della visione di un film, di cambiare qualcosa del proprio pensiero o del proprio approccio alla realtà. A me è successo esattamente ciò negli ultimi mesi, grazie all’incontro con una disciplina che mai avevo approfonditamente studiato, ossia la Sociologia.

Causa Università, ho dovuto approcciare questa materia che, fino a qualche tempo fa, consideravo solo una buffonata, una sorella minore sfigata della filosofia… eppure mi sbagliavo! Con la Sociologia ho cominciato a maturare il mio pensiero sulla vita, fino a formulare una personalissima visione del mondo, che sta diventando, lentamente, il mio modus operandi.

Se è vero che, come diceva il buon Aristotele, “L’uomo è un animale sociale” esso, solo all’interno della società, riesce ad essere sè stesso. L’uomo è, dunque, in ultima istanza, una realtà relazionale. L’uomo, senza relazione, non è uomo o, comunque, non lo è interamente. Chi, per un motivo o per l’altro, si sottrae alla relazione e, dunque, alla società, è come se smettesse di essere.

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A partire da questo assunto filosofico, sto cercando (e ci sto riuscendo molto lentamente: le abitudini sono lente a cambiare!) di reimpostare la mia vita, ponendo, come elemento fondante, quello relazionale. Chi mi conosce sa che per me, sociopatico, queste parole suonano come un “W i Rom” gridato da Salvini, eppure posso assicurarvi che non sto dicendo nulla di irreale: mi son reso conto che, la totalità di comportamenti “sbagliati” che mi appartengono (egocentrismo, possessività, vittimismo ecc…) sono causati da un approccio sbagliato alla relazione.

Dal momento in cui la relazione è fallata, fallato sarà l’individuo.

Ho rintracciato tre gradi di relazione, corrispondenti alle tre parti dell’essere umano rintracciate da S. Paolo:

  1. Relazione con l’altro (che richiama al Soma, ossia al corpo)
  2. Relazione con Sè (che richiama allo Spirito)
  3. Relazione con Dio/Infinito (che richiama all’anima)

Questi tre gradi “relazionali” sono come una matrioska: una maggiore relazione con sè stessi, un conoscersi approfondito, porta ad una maggiore conoscenza dell’altro. Entrare in relazione con l’altro in maniera sana ed autentica conduce verso la conoscenza del Divino. O, ancora, una maggiore conoscenza di sè conduce a Dio. Insomma, le combinazioni sono tante ed ognuna genera una diversa tipologia di individuo:

  • C’è chi parte da sè ossia colui che, indagando sè stesso attraverso la contemplazione, giunge alla conoscenza di Dio che, andando in fondo, produce una maggiore “apertura” verso l’altro. Gli individui che procedono così sono, di norma, i contemplativi, i meditativi, gli asceti.
  • C’è chi parte dall’altro, e attraverso la scoperta dell’altro arriva alla scoperta di sè che, conseguentemente, produce conoscenza (e relazione) con Dio.
  • C’è chi, partendo da sè, arriva all’altro e che, grazie a questa relazione con l’altro, arriva alla relazione con l’ALTRO, ossia con l’infinito che è dentro… Dio.

Vi sono diversi approcci, ogni individuo mette in pratica il suo. Una cosa è certa: non vi è completezza senza equilibrio. Cosa significa? significa che ognuno di questi tre legami relazionali è essenziale e non vi è serenità se l’individuo non lavora equamente su tutti e tre (come non si è completi se si trascura il corpo, o l’anima o lo spirito…).

Ricapitolando: l’uomo non è completo se non entra in relazione con sè, conoscendosi ed  amandosi; con l’altro e con Dio, ossia con la “sete d’eterno” che sente dentro sè. La società non è null’altro che il luogo in cui l’essere umano esprime sè e la sua essenza!

Col tempo vi darò qualche informazione in più… nel frattempo accontentatevi di sapere che sono tornato su questo blog, che per tanto tempo ho trascurato.

 

 

#Riflessioni – La Caverna di Platone

Questo mito è, secondo me, una lente che permette di leggere e di interpretare la situazione attuale di questa nostra società.

I prigionieri siamo noi: legati a ciò che noi crediamo essere vero; incatenati alle nostre convinzioni, ai nostri “dogmi”. Perchè, in fondo, è questo ciò che siamo, ognuno di noi: prigionieri di una realtà manipolata, controllata e gestita. Da chi? Facile, da chi è furbo. Vi siete mai chiesti perchè la scuola italiana, sin dai primi anni dell’unità, non ha mai avuto una riforma della scuola seria ed efficace? Vi siete mai chiesti perchè, fino a prima che arrivasse il buon Dario Franceschini, unico ministro efficiente di questo governo attuale, la cultura era sempre ancella dell’economia?

La forza di un governo è l’ignoranza del suo popolo.

I governanti di questo paese bello e dannato, e non conta la sigla o il logo, sono tutti indistintamente colpevoli  di aver condotto il popolo verso il baratro dell’ignoranza. Ma forse non possiamo parlare di colpa: era questo, infatti, il loro obiettivo!

Perchè sui media vengono diffuse solo notizie nefaste? Perchè  si parla solo della gente disonesta?

E’ facile rispondere: generare paura, terrore, serve a tenere le redini di un popolo; serve ad istigare gli animi; serve ad animare proteste contro i tagli o contro i disservizi, contro vari disegni di legge e contro lo stato stesso…  Ma dov’è la verità?

La verità che è vogliono farci pensare ciò che loro vogliono che noi pensiamo. La verità che noi pensiamo essere verità null’altro è che una manomissione del senso critico di ognuno di noi: è come se, sin da piccolo, vedessi le mucche solamente attraverso la pubblicità della Milka. Arriverei a pensare che le mucche sono viola.

Lo stato, e chi ci governa, ci fa credere questo. Io vi invito, cari amici miei, a dubitare di tutto, a dubitare di una realtà imposta: cercate il senso delle cose, non soffermatevi alle apparenze.

Il male di questa società è che ognuno può dire ciò che vuole. Oh, non sto parlando della democrazia, per carità! Io amo la democrazia, culla di verità e libertà. Mi riferisco a ciò  che avviene al giorno d’oggi: in tv, per esempio, vengono invitati ai talk show sedicenti esperti in vari settori. Costoro, parlando, esprimono idee personali. Tuttavia il pensare che questo individuo sia esperto, che ne capisca, finisce con  il far coincidere il pensiero con la verità. E questo è sbagliato.

Esempio. Salvini dice: “gli immigrati tolgono lavoro agli italiani“. L’italiano medio, sdraiato sul divano di casa, si fa due conti e dice: “effettivamente lavoro non ce n’è; mio figlio non ha lavoro; in Italia ci sono tanti immigrati, se non lavoro io lavorano loro”. Ecco come si forma una bugia. Le menzogne non si basano mai su  realtà impossibili ma sempre su realtà verosimili, apparenti. Tuttavia senza un buon senso critico, generato dallo studio e dalla cultura, quest’affermazione viene presa come vera, generando una falsa realtà.

Viviamo come schiavi incatenati, assoggettati al lavoro di alcuni burattinai, che muovono i fili  di statue di argilla.

Invece di star bene lottiamo per stare meno peggio. Ma questa non è vita.

L’intelligenza è un’arma più  potente di cento bombe atomiche. E per questo fa paura. Toglietevi dalla mente che i governanti facciano  di tutto per il meglio del paese: a loro non interessa nulla  di noi ma solo di loro, del potere, dei soldi.

Un mondo migliore non è un mondo in cui si ruba ma un mondo in cui  ognuno sa che rubare è sbagliato. Per cambiare la società è necessario cambiare sè stessi.

Ma lo dice anche Platone. Non non vogliamo il cambiamento e non si tratta di un male di questa nostra società. Leggiamo nell’Esodo, capitolo 16 versetto 2-3:

Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».

L’uomo di ogni tempo, che è pur sempre un uomo, preferisce accontentarsi di poco piuttosto che avere poco oppure vedersi tolto quel poco che ha. E, in tutto ciò, mormora (=parla contro) chi ci governa, colpevole di ogni male.

La verità, dicevano i latini, sta nel mezzo. Ma come si fa a sapere cosa è vero e cosa no? dubitando, scoprendo, vedendo in profondità…

Ma in fondo, anche noi, preferiamo gridare “Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto” piuttosto che esplorare le opportunità del deserto.

 

Ognuno si merita ciò che ha, perchè ciò che ha è frutto  di ciò che fa.