La scimmia nuda balla

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Questa maledetta canzone mi è entrata nella testa e non credo che riuscirà facilmente ad uscire… Mi chiedo io: perchè? Secondo i “grandi geni” della musica, questa canzone piace perchè è semplice, quasi bambinesca. In effetti sembra essere così: testo originale, melodia accattivante, ritmo travolgente… tutti gli elementi per una canzone dello zecchino d’oro ci sono! Ma no, non è così: vi assicuro che il successo di Occidentali’s Karma risiede proprio nella profondità del testo, ricco di riferimenti culturali e di simboli vari. Ma procediamo con calma, dando un’occhiata più da vicino al testo:

Essere o dover essere
Il dubbio amletico
Contemporaneo come l’uomo del neolitico

Cominciamo subito con una citazione di ispirazione Shakespeariana: “essere o dover essere“: l’interrogativo che da sempre interessa l’uomo (e che peraltro è considerato essere contemporaneo come l’uomo del neolitico, ossia vecchissimo…)! Essere o dover essere? Vivere seguendo ciò che la nostra stessa coscienza ci suggerisce o adeguarsi (ed omologarsi) alla società? Già con questa frase iniziale si apre un microcosmo: l’uomo, e soprattutto l’uomo d’oggi, vive (combatte) una battaglia contro sè stesso, una battaglia fra istinti opposti e complementari: da una parte la natura, ciò che potenzialmente dovremmo essere, e dall’altra ciò che effettivamente siamo. Quest scontro non è facilmente risolvibile e l’uomo si trova quindi intrappolato in una “gabbia dorata”, ossia in una società, in un mondo, che apparentemente gli offre la libertà di essere ciò che desidera ma che, allo stesso tempo, lo rinchiude, lo aliena da sè stesso e dagli altri. Non a caso, la canzone prosegue con

Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo

Una gabbia 2×3 è, senza giri di parole, un luogo angusto ma è proprio in questo spazio che l’uomo è chiamato a “mettersi comodo”. Questo è un paradosso, un controsenso: la società è come questa gabbia 2×3, che ci da la suggestione di essere “comodi”, ossia liberi, ma che invece ci soffoca e ci rende prigionieri. Questo paradosso esistenziale, questa finta libertà, si traduce in una serie di “illogicità antropologiche” ossia di situazioni esistenziali senza logica:

Intellettuali nei caffè
Internettologi
Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi

Il minimo comune denominatore di questa “illogicità“, ossia ciò che  rende queste categorie umane così paradossali, è il web o, meglio ancora, la dipendenza dal web. Non nascondiamolo: il web ci offre la possibilità di un’illimitata libertà, dandoci la possibilità di essere ciò che vogliamo, come lo vogliamo, come e quando lo vogliamo! Forse, in fondo, è proprio il web a rendere la nostra vita una gabbia 2×3, ossia uno spazio stretto che ci da l’apparenza di essere liberi. Rinchiusi come siamo in questo spazio virtuale, fittizio, l’uomo ha perso completamente la capacità di vivere la realtà. E’ per questo che la canzone prosegue con

L’intelligenza è démodé
Risposte facili
Dilemmi inutili

Il web anestetizza completamente la facoltà intellettiva, fornendo risposte facili ai dilemmi esistenziali. Trovando a portata di mano le risposte (senza dover far fatica nel cercarle) l’uomo ha perso anche la capacità di porre domande. Diceva Kant “prima di valutare se una risposta è esatta si deve valutare se la domanda è corretta“: ecco, noi diamo per vere risposte a domande inutili, senza senso. Il mondo di false libertà in cui viviamo ci ha addormentato l’intelligenza, facendo si che potessimo accontentarci di risposte facili, che non presuppongono impegno. Già. ormai l’impegno è fuori moda: l’uomo non vuol far fatica, nè fisica ne intellettiva. Tutto è delegato alle macchine, ai sistemi informatici! Ma in questo meccanismo, dov’è finito l’uomo, con la sua capacità di pensare, di creare, di stupirsi, di immaginare, di cercare e trovare risposte e, soprattutto, di porsi domande?

Il concetto stesso di domanda ha perso senso: in passato l’uomo interpellava i sapienti su quesiti esistenziali oggi interpella i sapienti, ovvero i motori di ricerca, su questioni rozze e futili: se nell’antichità l’uomo chiedeva “esiste Dio?” oggi si limita a chiedere se esiste una dieta che faccia dimagrire in poche ore o se, da qualche parte, c’è un ristorante che vende radici di soia fritte. Sono cambiati i tempi, sono cambiate le domande… ma l’uomo resta sempre lo stesso, con la stessa sete di infinito (solo che ora è atrofizzata!).

AAA cercasi (cerca sì)
Storie dal gran finale
Sperasi (spera sì)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain

La difficoltà del porsi domande profonde è che, a volte, risposta immediata non c’è o, se c’è, non sempre è positiva o rispondente alla nostra volontà. Ecco il perchè di questa strofa: AAA cercasi storie dal gran finale! Se qualcosa non finisce bene noi non la vogliamo, forse perchè siamo stufi del male del mondo, della sofferenza, della caducità. Ecco perchè ci chiudiamo in questa  bella gabbia 2×3: in essa la verità siamo noi, la verità è come la vogliamo (a proposito… ne parlo qui: Una generazione di idioti… ). Ecco perchè, nella nostra società, l’immagine è preferita al contenuto: l’immagine è facilmente malleabile, gestibile, controllabile… questa immagine non vi dice niente?

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I selfie sono l’emblema di questa ricerca di “storie dal gran finale” (e forse ecco perchè prima si parla di “gruppo dei selfisti anonimi“…). E’ curioso anche il gioco di parole “cercasi, cerca si” e “sperasi, spera si” come per dire: si si, cerca le storie dal gran finale, sperale… ma tanto non ne troverai di concrete, vere, reali… ma solo di fittizie ed irreali!

In questo bello scenario di finzione si inserisce una delle questioni più emblematiche: la citazione! Non essendo abituati a trovare risposte concrete ci rifugiamo nel mondo della citazione: ecco che su Facebook o Twitter le nostre pagine si riempiono di frasi fatte, di aforismi e citazioni varie… più o meno colte. La canzone ironizza proprio su questo, facendo una cosa che, in passato facevano i futuristi, ossia far rimare parole col suono simile. Stavolta è la volta di “Panta reiSinging in the rain“. Questo è quel che accade nel web ogni giorno: “sacro” e profano mescolati, pezzi di vita attaccati con il vinavil solo per dare una parvenza di significato…

Ed ecco che ora, nel ritornello, questa paradossale ed amara realtà viene ancor meglio descritta:

Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma

Ritengo che questo sia uno dei migliori ritornelli mai scritti nell’ultimo periodo.
Il ritornello, altro non è che “un’appendice” alle strofe precedenti: “sacro e profano”si mescolano, il paradosso afferma la sua sovranità… mostrando a tutti, attraverso una citazione di un antropologo, a che punto siamo arrivati: l’evoluzione, che nell’uomo sembra aver raggiunto l’apice, sta subendo una battuta d’arresto, un inciampo… e la colpa è proprio nostra, della scimmia nuda… ma procediamo con calma…

cbuddhacatLezioni di Nirvana è forse il più bel ossimoro che abbia mai sentito: il Nirvana è, nel Buddismo, il fine ultimo della vita, lo stato in cui si ottiene la liberazione dal dolore (duḥkha). Al nirvana si ricollega la dottrina della reincarnazione e quella, non a caso, del Karma: se il karma della vita è negativo la vita può continuare nella sofferenza, se invece si ha un karma positivo la vita continua attraverso l’illusione del piacere. Solo quando l’individuo si è completamente purificato, il ciclo della reincarnazione avrà fine e l’individuo arriverà nel suddetto Nirvana. Pare chiaro, anche da questa fin troppo semplice definizione, che il Nirvana sia un qualcosa di profondo, di serio: il suo raggiungimento può essere ottenuto solo con il distacco dal mondo, con la purificazione del proprio io… la domanda sorge spontanea: come è possibile avere lezioni di Nirvana? Già… come è possibile? Non lo è… ed è per questo che tale frase è un ossimoro! Anche il Nirvana, ossia il benessere, diventa un qualcosa di mondano, un qualcosa che si sottopone alle leggi di mercato che tanto dominano la  nostra società (le lezioni sono qualcosa a pagamento…). Se anche il Nirvana, simbolo delle credenze “metafisiche” ed oltremondane diventa succube della mentalità futile della società, il Buddha, emblema dell’uomo metafisico, ossia di quello che cerca di elevarsi al divino, di quello che individua la sacralità del suo essere, non può che “mettersi in fila indiana“. Noi, tempio del divino, tempio del sacro, esseri con sete di infinito, finiamo per abbandonare la nostra personale ricerca di senso e ci andiamo a rifugiare “lì dove vanno tutti“… in fila indiana, per l’appunto!

Facciamo il punto della situazione: viviamo in un mondo apparentemente libero che, in realtà, si rivela essere una gabbia che ci costringe ad accontentarci di risposte semplici e che ci spinge a smettere di porci domande di senso, soprattutto a quelle che presuppongono una ricerca su sè stessi, come quelle che si interrogano circa la natura della nostra felicità. In questo turbinio di futilità, la nostra  intelligenza (ossia capacità di porci problemi e di trovarne soluzioni accettabili) è atrofizzata e siamo così implacabilmente spinti ad  omologarci agli altri, in  ogni ambito della vita.

In questa “società della fila indiana” anche il “divino” (qui rappresentato dal Buddha) finisce per essere una delle tante possibili risposte… Ogni cosa che propone risposte facili è ben accetta: oroscopi, dottrine esoteriche, life styles, religioni… ognuna di queste cose diventa “uno dei tanti“.

Ora la domanda sorge spontanea: siamo sicuri che l’evoluzione abbia raggiunto nell’uomo il suo massimo apice? Possibile che, in realtà, questa nostra società rappresenti l’inciampo dell’evoluzione stessa? Ecco il senso della “scimmia nuda” (ripresa poi nel balletto): pur essendo l’unica scimmia priva di peli (da qui l’aggettivo nuda) il comportamento dell’uomo è sostanzialmente analogo a quello degli altri primati. L’uomo, per quanto intellettualmente progredito, è un animale… un animale che sente dentro l’esigenza di ricongiungersi con la sua animalità (il ballo, non a caso, richiama alla dimensione ferale, bestiale, dell’esistenza…). Il ballo è associato al “gridare un mantra”: il ballo, in fondo, è una ripetizione meccanica di gesti… la scimmia nuda, ossia l’uomo, esercita questa ripetitività anche nel gridare “Mantra” ossia slogan: tutto diventa ripetitivo, tutto diventa meccanicistico… nulla ha più una dimensione speciale: tutto è un guazzabuglio!

La folla,senza curarsi del senso, grida un mantra, una formuletta preconfezionata… alla ricerca di una soluzione che, forse, mai verrà trovata!

Ho più volte detto che questa canzone è basata sui paradossi. Ecco il paradosso più grande: l’uomo, un animale che ha perso la sua identità di animale, un essere snaturato…

La canzone procede sulla tematica dell’alienazione: se l’uomo è alienato dalla sua stessa natura, lo è anche dai suoi simili! Non solo desidera allontanarsi,, prendere le distanze, da sè stesso, dalla sua natura, ma anche dai suoi simili. Ecco perchè prosegue dicendo:

Piovono gocce di Chanel
Su corpi asettici
Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili

Altro paradosso: il profumo serve a rendersi riconoscibile… in questo caso serve per mettersi “in salvo” dall’odore dei tuoi simili… già… ma quali sono questi “simili”? La strofa può essere interpretata in due modi:

  • Ognuno cerca di distinguersi dall’altro ma la moda, alla fine, finirà per rendere tutti uguali!
  • I simili di cui si parla non sono gli uomini ma gli animali… L’uomo cerca di coprire in ogni modo possibile “l’odore” della sua natura, cercando (e sperando) di distinguersi dalle bestie… rimanendo pur sempre una bestia…

Da notare l’aggettivo ” asettico“. L’ho cercato sul dizionario: significa “privo di passionalità” ma il profumo non richiama, in un certo senso, la passione? Di solito il profumo si mette per far colpo… Il senso qual’è? che l’uomo cerca di essere ciò che non è, cerca di estraniarsi dalla sua stessa natura, dal suo stesso essere.

In ogni caso, la strofa mette in evidenza il fatto che l’uomo cerchi di essere unico, di differenziarsi dagli altri… ma ci riesce?

La risposta viene data nella strofa successiva:

Tutti tuttologi col web
Coca dei popoli
Oppio dei poveri.

In una canzone che parla di “alienazione” non poteva non esserci un riferimento al maestro dell’alienazione, Marx.

Diceva Marx: “la religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli.

Questa frase è, in un certo senso, la chiave dell’intero brano: se in passato l’uomo si aggrappava alla religione ed in essa esprimeva il suo “male di vivere”, oggi il “gancio” è il WEB… ma l’oppio, si sa, anestetizza, addormenta… ecco che tutto quadra: l’uomo ha perso la capacità di porsi domande di senso e di ricercare risposte “importanti”, rifugiandosi in una gabbia, il web, che gli promette libertà d’essere… dando, però, soltanto un grande vuoto d’essere. Gabbani ci dice una grande verità: il WEB è la religione del presente. Fateci caso, ne ha assunto tutti i connotati: fornisce risposte a domande di senso, ha le sue gerarchie, ha una sua ritualità… credevate di essere liberi? No, cari amici miei, siete tutti adepti di una grande religione sociale… la religione del web, la più infima delle religioni!

AAA cercasi (cerca sì)
Umanità virtuale
Sex appeal (sex appeal)

Nell’ottica di questa “religione del web“… dov’è finita l’umanità? Anch’essa si è trasformata, è diventata “virtuale”,finta… prodotto alienato di una società alienata! L’uomo, abbandonando la sua natura originaria, non è più uomo ma solo un fantoccio virtuale che pone tutta la sua energia nella “seduzione” ossia nel “sè – durre“, condurre a sè… Il messaggio che viene lanciato è che “IO sono il centro del mondo”: ogni cosa ha senso se ha senso per me… apparentemente questo è sinonimo di libertà e di dare importanza al singolo ma, nella pratica, è sinonimo di alienazione, di allontanamento dalla realtà… da noi stessi… dagli altri…

Devo ammettere che, analizzare il testo di questa canzone, mi ha angosciato abbastanza: possibile che non ci sia via d’uscita? possibile che tutto sia perduto?

Quando avevo perso la speranza ecco una frase:

Quando la vita si distrae cadono gli uomini.
Occidentali’s Karma
Occidentali’s Karma
La scimmia si rialza.

Cos’è la vita? Per rispondere dobbiamo scomodare i greci. In Grecia c’erano due modi per dire “vita”:

  • Biòs, che indicava l’insieme dei processi che permettono la vita (vedi biologia…)
  • Zoè, il principio di vita, l’essenza.

Prenderemo in considerazione solo Zoè: quando la vita si distrae cadono gli uomini… quando si perde di vista il principio e l’essenza della vita, l’uomo perde se stesso… quando si perdono le proprie radici, nulla avrà più un senso! L’uomo d’oggi si è alienato dalla sua natura animalesca, ha mascherato la sua origine con l’intelligenza (con la presunta intelligenza…) perdendo sè stesso, diventando altro da sè…

Ma è proprio quando la “vita”, ossia la quotidianità, si distrae che l’uomo può recuperare la sua origine: distraendosi da una distrazione! Solo così la scimmia può rialzarsi… ridiventare sè stessa!

Ed infatti, subito dopo aver prospettato il “rialzamento”, Gabbani utilizza una parola meravigliosa, troppo usata e poco conosciuta: Namastè.

Namastè è il saluto buddista: significa “mi inchino a te“, alla divinità che è in te… E’ proprio questo il centro della rinascita: riconoscere in sè e nell’altro il tempio del divino… in ognuno di noi c’è una scintilla d’eterno, di divino… ma questa scintilla sembra essersi spenta (infatti dopo il “sacro” Namastè” c’è il più rozzo “Alè”, di ovvia ispirazione calcistica…).

Che dire, un brano meraviglioso: parlare della confusione e della perdita di senso nella nostra società facendo finta di non avere senso… L’autore di questa canzone ha fatto un capolavoro: infiniti paradossi per una canzone che parla del più grande dei paradossi: l’uomo! Ed è proprio in questa confusione di parole e di senso che, non a caso, l’ultima parola è… OM!

Questa canzone parla di speranza: speranza di poter ritrovare la calma anche in un mondo che sembra aver perso ogni senso…

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Namastè!

 

 

 

 

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Il diamante e la grafite

Ve l’ho detto, la Sociologia ha cambiato il mio modo di vedere il mondo…
In ogni lezione che ho frequentato ho imparato qualcosa di nuovo… una di queste è la “questione” del diamante e della grafite.

Facciamo un piccolo gioco: vi farò vedere due immagini e dovete dirmi (vabbè, pensatelo solo) se sono cose uguali o no.

 

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Fatto? Bhe… è un gioco semplice! Si tratta di un diamante e della grafite, minerale con cui è fatta la matita. Ovviamente sono diversissimi… eppure, se vi dicessi che sono fatti della stessa sostanza? Già… sia il diamante (robustissimo) che la grafite (fragile) sono fatti di carbonio. Cos’è, allora, che li rende così diversi?

Guardate quest’altra immagine:

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Cosa notate di diverso? ESATTO! La struttura. Il diamante è caratterizzato dalla presenza di un involucro cubico mentre la grafite dalla sovrapposizione di piani. In altre parole: la struttura del diamante è caratterizzata da una rete di atomi di carbonio complessa, in cui gli atomi si legano e compongono una sorta di “gabbia” assai difficile  da sciogliere. La grafite, invece, è costituita da piani paralleli che, sfregati contro una superficie, si scompongono. In essa gli atomi di carbonio non instaurano legami forti, non si mescolano fra di loro, non interagiscono profondamente, ma soltanto superficialmente.

Questo accade anche nella società. Immaginiamo una società, o gruppo di persone, in cui gli elementi costituenti sono uniti da legami profondi, legami che li tengono uniti. Tali elementi, dunque, formano una sorta di “diamante”, resistente e robusto.. ed anche prezioso. Prendiamo in esempio, ora, una società i cui elementi non sono uniti da legami di senso. Essa, proprio come la mina di una matita, si sfalderà al primo contato con un problema.

 

La forza di un gruppo (o di una società) sta nella forza dei legami che la tengono in piedi: più forte è il legame più forte è la società. Sembra una stupidaggine ma è, in realtà, una grande verità: viviamo in un mondo di grafite, in cui la paura e la mancanza di fiducia creano legami fragili. Ognuno di noi è chiuso nel suo sè, nelle sue necessità, arrivando a perdere di vita l’altro… ma senza l’altro noi  non siamo nulla: l’uomo è un essere relazionale, e solo relazionandosi può essere pienamente sè stesso.

La paura reprime la nostra natura, rendendoci i peggiori nemici di noi stessi…
Occorre invertire la rotta: scoprire la bellezza della fiducia e della relazione per diventare esseri preziosi e forti, come un diamante…

 

Tutta una questione di fiducia…

Una delle regole basilari di una dittatura è l’eliminazione dei propri oppositori. Ce lo ha insegnato quel pelatone italico che, negli anni 20, ammazzava a destra e a manca chiunque osasse controbattere una virgola di quanto la sua bocca aveva pronunciato. La lezione impartita non ha fatto la stessa fine di quelle noiosissime lezioni di matematica del liceo che, entrando da un’orecchio, uscivano dall’altro: la lezione è stata imparata ed è tuttora messa  in pratica perchè, si sa, è solo con la pratica che si riesce a padroneggiare bene un’abilità!

Ma le dittature, ormai, sono cose superate! La gente non si fida più di nessuno, figuriamoci se permette l’instaurarsi di una dittatura! Le dittature di oggi sono come larve, che dormono silenziose attaccate ad un albero e, pian piano, mutano in farfalle che poi volano libere come se nulla fosse! Il bozzolo in cui si nasconde la moderna dittatura non è fatto di cotone come quello dei bachi bensì di fiducia. Ma come si fa a prendere la fiducia in maniera non onesta, ossia: come si fa a fregare la gente? Semplice: con la paura. Come? Facile: si fa in modo che la gente si senta in pericolo, che veda minacciati i valori in cui crede; successivamente si da la colpa ad un capro espiatorio, ossia ad una persona o un gruppo, dopodiché il gioco è fatto.  L’aspirante dittatore, allora, cosa deve fare? garantire l’ordine quindi, con la democrazia dalla sua parte, garantisce il benessere del suo popolo facendo fuori i presunti oppositori. Tuttavia la democrazia è in pericolo quindi servono procedure d’emergenza… ecco fatto che vengono varate leggi speciali che danno più potere allo stato. Ecco qui che tutti i nodi tornano al pettine: gente sotto giogo, oppositori annientati, potere accentrato. In pochi e semplici passi siamo passati da una democrazia ad una dittatura, larvata.

Tutto questo trova soluzione nella sociologia! Ok, è vero che sono malato di sociologia ma vi assicuro che non sto parlando a vanvera! Una società forte è una società coesa ossia una società in cui i suoi componenti sono stretti da legami forti, che formano una vera e propria rete. Come accade per gli ingranaggi di un’orologio, è necessario un qualcosa che tenga “morbidi” i meccanismo… quello che chiamiamo “fluidificante sociale” ossia la FIDUCIA. Una società coesa è una società in cui c’è, fra i suoi componenti, un rapporto di fiducia che li spinge a fidarsi gli uni degli altri ed a camminare, insieme, verso uno stesso scopo.

Una società debole, invece, è una società in cui i legami sono fragili, in cui nessuno si fida. Se manca la fiducia in una società essa non può che sfasciarsi… a meno che il ruolo svolto dalla fiducia (ossia quello di tenere uniti i meccanismi) non venga svolto da una figura esterna che, esercitando autorità, riesce a tenerla in piedi lo stesso. Un esempio? L’Italia degli anni post guerra: la neonata repubblica era, di fatto, una società solo sulla carta. I suoi componenti non si fidavano gli uni degli altri, perchè non si conoscevano (teniamo presente le forti distinzioni fra nord e sud) e, a volte, non si sopportavano. Come tenere insieme le parti? con la Costituzione, che garantisse pari diritti e doveri.

A noi c’è andata bene, con la costituzione… ma alcuni paesi sono meno fortunati di noi ed, invece di una costituzione, si ritrovano fra le mani un dittatore che svolge il ruolo di legante sociale con mezzi poco ortodossi e democratici, solo per un tornaconto personale.
Senza fiducia la società è debole. Quell’uomo, allora, sfrutta l’incertezza e la mancanza di fiducia utilizzando l’opposto della fiducia: la paura.

Aveva ragione il maestro Yoda quando affermava che “La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza.”  La paura rende tutti più fragili e quindi più deboli… il cucciolo spaventato si nasconde dietro la mamma, e così fa il popolo spaventato… ignorando che la mamma dietro la quale si nasconde è, in realtà, un lupo mascherato…

La chiave di tutto, dunque, è la fiducia: fidarsi gli uni degli altri, costruire una rete sociale, formare dei legami di senso…

Ma oggi siamo lontani da questo: viviamo nel SECOLO DELLA GRAFITE, circondati da legami fragili che con un nonnulla si spezzano… siamo nel secolo della paura… ma anche nel secolo della SPERANZA! E’ proprio quando tutto sembra perso che essa nasce, ed ora è proprio il momento giusto per la sua nascita, per il suo nuovo battesimo nel mondo!

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Calcio,tifo e sociologia

Scrivo questo post a quest’ora così tarda perchè ho paura, aspettando, di dimenticare ciò che devo dire. E’ da poco finita la (disastrosa) partita ITALIA vs GERMANIA.Subito dopo il fischio finale (avvenuto ai rigori!) facebook si è riempito di post di vario tipo, dedicati alla partita. Alcuni erano simili a questo:

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Certo, ognuno è libero di pensarla come vuole ma ci sono alcune cose da tenere a mente: in occasioni come queste, ragionare con la logica del “io cosa ci guadagno?” è, secondo me sbagliato! Certo, è vero che nella vita pratica una vittoria o una sconfitta non cambiano nulla…ed infatti non è a questo che dobbiamo puntare, perlomeno in queste situazioni. L’essere umano si distingue dalle bestie per la sua identità relazionale (L’uomo è un animale sociale, scrisse Aristotele) che si traduce, nell’atto pratico, nella formazione di società basate su valori condivisi. Tuttavia, l’essere umano, tende facilmente a sviare l’attenzione dall’altro a sè, chiudendosi in uno sterile egoismo che lo rende solo e vuoto dentro. L’animale sociale, dunque, senza società è solo un animale. L’uomo è una bestia, dunque, quando, guidato dall’egoismo tende a seguire i suoi istinti, chiudendosi in sè ed ignorando la realtà fuori da lui. Dicevo, dunque, che l’uomo per essere uomo ha bisogno della società. Ma è possibile che la società sia solo un insieme di persone? Non la pensa così il sociologo Emile Durkheim, il quale afferma che la società è la somma delle parti più un qualcosa, che chiama “coscienza collettiva“. La coscienza collettiva costituisce ciò che rende una società tale, fornendo ai singoli componenti un indirizzo comune, un immaginario, una raccolta di simboli. La coscienza collettiva è un’energia morale che supera i singoli individui e li rende parte di un tutto, ossia di una società. Dunque, affinchè ci sia una società non servono solo persone ma c’è bisogno anche di un fattore di coesione sociale, un aggregante sociale…

Gli italiani, diciamolo chiaramente, sembrano non avere questa energia morale… questo si traduce nel menefreghismo elettorale, nel trascurare la cosa pubblica (se vi capita di rimproverare qualcuno che avete visto buttare una cartaccia per strada, non è difficile che egli vi risponda “fatti gli affari tuoi”, non pensando che, forse, la salvaguardia dell’ambiente è un fatto mio… vabbè…) o anche nel rispondere “cosa mi cambia” dopo una partita. L’Italia, checché se ne dica, non è mai stata un paese unito se non nel momento delle guerre, soprattutto nella Grande Guerra, in cui il siciliano si è trovato a lottare accanto al milanese ecc… Tuttavia,al giorno d’oggi, la guerra ci interessa in maniera diversa e non è più (se non in occasione di drammatiche stragi) un fattore di coesione sociale come lo è stato negli anni passati. Dunque:  perchè mi sta tanto a cuore la nazionale di calcio italiana? Non perchè sono un tifoso… ma perchè sono un convinto sostenitore della coesione sociale. Cosa mi cambia vincere o perdere una partita? Nulla, ma quello che mi sta a cuore, quello che mi fa battere l’anima è sentirsi, anche solo per 90 minuti parte di una stessa società, respirare quell’energia di cui parlava il sociologo, sentirsi parte di un gruppo che ha valori e fini condivisi… futili, certo! Le cose importanti sono altre! Ma perchè trascurare quelle più leggere? Sedersi davanti al televisore, o magari davanti ad un maxi schermo e sapere che, nello stesso momento, altre migliaia di persone stanno facendo la stessa cosa, stanno condividendo i miei stessi sentimenti, mi fa sentire vivo, mi fa sentire un “animale sociale” dunque un uomo realizzato, poichè non v’è realizzazione senza la realizzazione sociale. Ecco, dunque, perchè abbiamo bisogno di tifare la Nazionale, una maratona, una gara di bocce…. per sentirsi parte di una società! E’ per questo che l’uomo tifa. Ci sono cose più importanti? Certamente! Ma come recita un vecchio proverbio africano: le migliaia cominciano da uno… come realizzare le cose “serie” senza cominciare da quelle “non serie”?

Estraniarsi da questa logica equivale a sottrarsi ad esistere: l’uomo è un animale sociale e senza società è solo un animale…ricordate? l’ho scritto qualche riga in alto!

Dunque, non è la partita che importa… poteva trattarsi anche di Burraco o Briscola, non sarebbe cambiato nulla ! L’uomo ha bisogno di unirsi in qualcosa di condiviso.

Mi verrebbe da pensare che chi reputa stupido tifare, sostenere un qualcosa, traduca questo modus operandi anche nella vita quotidiana, escludendo dalla sua vita la realtà sociale, non riuscendo a far parte di una società unita e coesa.  Le persone che non riescono a mettere in pratica comportamenti sociali sono, solitamente, lasciati soli, come la gazzella che non potendo correre viene abbandonata al leone.

La chiave, dunque, non è tifare la nazionale in  quanto semplice messa in pratica del proprio amore per uno sport in particolare bensì tifarla per sentirsi parte di una grande tutto! E questa non è una utopia, ma una realtà dimenticata!

 

 

Fatemi sapere cosa ne pensate lasciando un commento. Grazie!

Un nuovo approccio alla realtà

Il nostro modo di pensare, la nostra personalità, le nostre idee sono come argilla malleabile. Capita, a volte, a seguito di un incontro, di una scoperta, di una lettura, della visione di un film, di cambiare qualcosa del proprio pensiero o del proprio approccio alla realtà. A me è successo esattamente ciò negli ultimi mesi, grazie all’incontro con una disciplina che mai avevo approfonditamente studiato, ossia la Sociologia.

Causa Università, ho dovuto approcciare questa materia che, fino a qualche tempo fa, consideravo solo una buffonata, una sorella minore sfigata della filosofia… eppure mi sbagliavo! Con la Sociologia ho cominciato a maturare il mio pensiero sulla vita, fino a formulare una personalissima visione del mondo, che sta diventando, lentamente, il mio modus operandi.

Se è vero che, come diceva il buon Aristotele, “L’uomo è un animale sociale” esso, solo all’interno della società, riesce ad essere sè stesso. L’uomo è, dunque, in ultima istanza, una realtà relazionale. L’uomo, senza relazione, non è uomo o, comunque, non lo è interamente. Chi, per un motivo o per l’altro, si sottrae alla relazione e, dunque, alla società, è come se smettesse di essere.

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A partire da questo assunto filosofico, sto cercando (e ci sto riuscendo molto lentamente: le abitudini sono lente a cambiare!) di reimpostare la mia vita, ponendo, come elemento fondante, quello relazionale. Chi mi conosce sa che per me, sociopatico, queste parole suonano come un “W i Rom” gridato da Salvini, eppure posso assicurarvi che non sto dicendo nulla di irreale: mi son reso conto che, la totalità di comportamenti “sbagliati” che mi appartengono (egocentrismo, possessività, vittimismo ecc…) sono causati da un approccio sbagliato alla relazione.

Dal momento in cui la relazione è fallata, fallato sarà l’individuo.

Ho rintracciato tre gradi di relazione, corrispondenti alle tre parti dell’essere umano rintracciate da S. Paolo:

  1. Relazione con l’altro (che richiama al Soma, ossia al corpo)
  2. Relazione con Sè (che richiama allo Spirito)
  3. Relazione con Dio/Infinito (che richiama all’anima)

Questi tre gradi “relazionali” sono come una matrioska: una maggiore relazione con sè stessi, un conoscersi approfondito, porta ad una maggiore conoscenza dell’altro. Entrare in relazione con l’altro in maniera sana ed autentica conduce verso la conoscenza del Divino. O, ancora, una maggiore conoscenza di sè conduce a Dio. Insomma, le combinazioni sono tante ed ognuna genera una diversa tipologia di individuo:

  • C’è chi parte da sè ossia colui che, indagando sè stesso attraverso la contemplazione, giunge alla conoscenza di Dio che, andando in fondo, produce una maggiore “apertura” verso l’altro. Gli individui che procedono così sono, di norma, i contemplativi, i meditativi, gli asceti.
  • C’è chi parte dall’altro, e attraverso la scoperta dell’altro arriva alla scoperta di sè che, conseguentemente, produce conoscenza (e relazione) con Dio.
  • C’è chi, partendo da sè, arriva all’altro e che, grazie a questa relazione con l’altro, arriva alla relazione con l’ALTRO, ossia con l’infinito che è dentro… Dio.

Vi sono diversi approcci, ogni individuo mette in pratica il suo. Una cosa è certa: non vi è completezza senza equilibrio. Cosa significa? significa che ognuno di questi tre legami relazionali è essenziale e non vi è serenità se l’individuo non lavora equamente su tutti e tre (come non si è completi se si trascura il corpo, o l’anima o lo spirito…).

Ricapitolando: l’uomo non è completo se non entra in relazione con sè, conoscendosi ed  amandosi; con l’altro e con Dio, ossia con la “sete d’eterno” che sente dentro sè. La società non è null’altro che il luogo in cui l’essere umano esprime sè e la sua essenza!

Col tempo vi darò qualche informazione in più… nel frattempo accontentatevi di sapere che sono tornato su questo blog, che per tanto tempo ho trascurato.