La Teoria della Spirale: tutto torna in modi che mai t’aspetteresti

Qualche tempo fa, Nietzsche, parlò della cosiddetta “teoria dell’eterno ritorno” secondo la quale ogni cosa è destinata a ripetersi in eterno. In altre parole, questa teoria può essere espressa così, con le parole dello stesso filosofo:

Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!

Secondo il filosofo tedesco, ogni cosa tornerà a ripetersi, nello stesso modo. Ora, sicuramente io non ho nessun a qualifica per confutare una teoria formulata da uno dei più grandi filosofi del ‘900 ma… siamo sicuri che sia così? Io risponderei: “Si ma No”.

Si perchè è vero che le situazioni della vita sono destinate a ripetersi, secondo uno schema che non è scientificamente definibile ma che, per uno strano motivo, sembra essere universalmente uguale. Tutto torna.

No perchè gli eventi della vita, sebbene si ripetano, non saranno mai uguali a quelli già trascorsi.

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Ed allora il punto d’incontro qual’è? Bhe, se Nietzsche paragonava la sua teoria ad un “cerchio”, io paragono la mia teoria ad una spirale: tutto è destinato a ripetersi ma ogni volta che qualcosa si ripete, lo fa ad un “livello diverso” rispetto al precedente, proprio come accade nelle spirali.

Gli eventi possono anche ripetersi ma noi non saremo uguali a come eravamo la volta precedente, non saranno uguali i nostri interlocutori… insomma, per dirla come Tomasi di Lampedusa, “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi“.

Questa è una verità ossimorica, dolce ed amara: siamo consapevoli di cambiare e questo è un bene, tuttavia questo cambiare è concatenato ad un ripetere ciò che è stato così, se da una parte ci sentiamo o siamo diversi, dall’altra siamo destinato a rivivere il passato.

Io non vedo ciò come una condanna ma come un’occasione: se è vero che la situazione è la stessa, noi non lo siamo e se non lo siamo noi, anche se l’apparenza sembra contraddirci, la situazione sarà diversa.

La vita è una spirale, che si avvolge ma progredisce.

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Buon inizio di scuola? No grazie…

INAUGURAZIONE ANNO SCOLASTICO 2012/2013

Inaugurazione dell’anno scolastico 2012/2013 alla Scuola Elementare Gabelli, Torino, 12 settembre 2012 ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Oggi ricomincia l’anno scolastico, e come ogni anno, mentre gli studenti imprecano in qualsiasi lingua conosciuta, gli altri esprimono la loro più accorata vicinanza, scrivendo bellissimi post o articoli! Io ho un pensiero tutto mio su questa cosa: augurare buon inizio di scuola? Manco morto! E vi spiego perché.

Prima occorre fare una specifica: secondo me esistono due tipi di scuola: la scuola (con la s) e la Scuola (con la S). La prima è quella fatta di compiti da fare, esami da dare, impegni, sotterfugi per raggiungere il 6… insomma: la scuola dell’obbligo (non inteso nel senso burocratico del termine); la seconda, invece, è fatta da relazioni di senso, da condivisione d’emozioni, da orizzonti nuovi da scoprire.

Sinceramente non me la sento di augurare buona scuola, per il semplice fatto che ritengo che la scuola (quella “dell’obbligo”) sia una grande farsa, una diabolica arma di distruzione delle menti e delle anime. Non me la sento di augurare buona scuola sapendo che questa “scuola” è fatta di professori o insegnanti frustrati da un lavoro che non li appaga che, pur di portare qualcosa a casa, spiattellano, giorno dopo giorno, nozioni su nozioni senza preoccuparsi di chi hanno davanti; non me la sento di augurare buona scuola sapendo che questa “scuola” è fatta di studenti che se ne fregano e che ci vanno solamente perchè devono, di studenti che si inventano mille e più modi per fregare l’insegnante durante i compiti in classe.

Amo troppo la scuola per augurare questo.

E’ colpa di qualcuno se le cose sono così? Certo che è colpa di qualcuno, ma non sarò io, in questa sede, a puntare il dito. Mi limiterò a dire che sia studenti che insegnanti sono immersi in un sistema che ormai da tempo li ha inghiottiti, in un sistema malato che avvelena chi ne fa uso, in un sistema che ha perso di vista se stesso e che si è trasformato, ormai da troppo, nella sua nemesi.

Ma io CREDO nella scuola, anche se so che potrebbe essere un’utopia ed è per questo che i miei auguri saranno un pò diversi da quelli che tutti fanno:

Buona Scuola, quella vera… quella che fa sentire vivi, quella che fa imparare a conoscere chi si ha attorno, quella che non propone “problemi” ma che fornisce strumenti per risolverli, quella che va oltre ai “ruoli istituzionali” ed alle vuote categorie di “professore” o “studente” ma che si apre alla relazione di senso, a quella che fa crescere; auguro una Scuola noiosa, perchè anche la noia ha un valore… ma la noia che auguro non è quella di cui puzzano le ore passate davanti ad un libro a cercare di imparare dei versi o delle formule, ma una noia che spinge ad uscire dal proprio torpore, una noia che alimenta l’interesse per la vita; auguro una Scuola dinamica, mai ferma su sè stessa: una Scuola fatta di impegni, di stress, di frenesia… ossia di VITA!

Ecco il mio augurio: a tutti una buona Scuola, scuola che va oltre gli esami da fare o i compiti da consegnare… una scuola che permetta a tutti, un giorno, di dire: CI SONO ANCHE IO!

 

Amore & Psiche

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Una battuta del film “Il giovane favoloso” afferma:

Amava ad occhi chiusi, senza sapere chi fosse l’amato: non c’è favola più bella di Amore e Psiche

Ma siamo sicuri che sia proprio così?

Amore e Psiche è una fabula raccontata da molti scrittori dell’antichità, in particolare da Apuleio che, nel suo Metamorphoseon, gli dedica 3 degli 11 libri  di cui è composta l’opera.
La vicenda è molto semplice: lei ama lui, lui ama lei ma lei non sa che lui è il dio Cupido. I due si incontrano solo di notte, nel buio più totale. Ma si sa, la curiosità è donna: la bella Psiche (la cui bellezza eguagliava quella di Venere) non resiste ed una notte, mentre il suo amante dormiva, prende una lampada e… la fioca luce della fiamma mostra l’identità del passionale amante. Poi vabbè, come sempre nei miti, alcune divinità si arrabbiano, ci sono sfide da risolvere per placare l’ira, mostri e cose strane. Ma comunque tutto si risolve e lei può amare lui, senza problema.

Insomma, Leopardi afferma che “non c’è fabula più bella di Amore e Psiche” ma è possibile che una favola in cui due si amano senza nemmeno conoscersi possa essere definita la più bella?  Così su due piedi direi di no: per amare qualcuno, in teoria, bisognerebbe conoscerlo, bisognerebbe apprezzarne i tratti fisici, il pensiero ecc… Qui i due si amano senza sapere niente!
Questo mi fa pensare alla mia esperienza personale: le ragazze che mi piacciono sono sempre molto esigenti, cercano il particolare, vogliono conoscere prima di ricambiare e se qualcosa non va…allora non c’è niente da fare! Basta un piccolo “difetto” per troncare sul nascere una possibile bella storia d’amore…

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Ma siamo sicuri che sia possibile conoscere qualcuno fino in fondo e, soprattutto, che sia possibile che l’amore sia determinato dalla conoscenza? Questa bella fabula è la prova che, per amarsi, non occorre “essere fisicamente attraenti” o “intellettualmente dotati”… basta solo saper amare, e nell’amore un pò di mistero non guasta mai…

Ci siamo persi la bellezza dell’amore proprio a causa del desiderio di conoscere e controllare ogni aspetto di chi abbiamo davanti. Ricordate la fabula? I guai iniziano quando lei accende la luce.

Amre e Psiche che si abbracciano di Antonio Canova, 1788-1793

 

Aveva ragione Giacomino: Amore e Psiche è proprio la fabula più bella, forse proprio perchè non è una fabula bensì un esempio di vita vera, ciò acui tutti dovremmo mirare… Amava ad occhi chiusi, senza sapere chi fosse l’amato e, dunque, lo amava senza tornaconto, lo amava nella misura in cui era amata! Che bello poter amare così… e poter essere amati così, senza aspettarsi nulla, senza rimanerci male perchè, dopo un pò, il partner mostra aspetti che prima non ci aveva mostrato. Amare senza vedere, che traguardo magnifico: amare solo guidati dal cuore e dall’anima (Psiche, in greco, è l’anima… ma anche, in un’accezione più moderna, la mente): amare con anima, mente e corpo ma senza lasciarsi guidare dall’occhio ossia dalla pretesa. L’occhio vede e guida… a volte verso il bene, a volte verso ciò che noi pensiamo sia il bene.

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Non mi stancherò mai di dirlo… Non c’è fabula più bella di Amore e Psiche… e quanto vorrei, un giorno, essere un pò come Psiche…

Il diamante e la grafite

Ve l’ho detto, la Sociologia ha cambiato il mio modo di vedere il mondo…
In ogni lezione che ho frequentato ho imparato qualcosa di nuovo… una di queste è la “questione” del diamante e della grafite.

Facciamo un piccolo gioco: vi farò vedere due immagini e dovete dirmi (vabbè, pensatelo solo) se sono cose uguali o no.

 

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Fatto? Bhe… è un gioco semplice! Si tratta di un diamante e della grafite, minerale con cui è fatta la matita. Ovviamente sono diversissimi… eppure, se vi dicessi che sono fatti della stessa sostanza? Già… sia il diamante (robustissimo) che la grafite (fragile) sono fatti di carbonio. Cos’è, allora, che li rende così diversi?

Guardate quest’altra immagine:

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Cosa notate di diverso? ESATTO! La struttura. Il diamante è caratterizzato dalla presenza di un involucro cubico mentre la grafite dalla sovrapposizione di piani. In altre parole: la struttura del diamante è caratterizzata da una rete di atomi di carbonio complessa, in cui gli atomi si legano e compongono una sorta di “gabbia” assai difficile  da sciogliere. La grafite, invece, è costituita da piani paralleli che, sfregati contro una superficie, si scompongono. In essa gli atomi di carbonio non instaurano legami forti, non si mescolano fra di loro, non interagiscono profondamente, ma soltanto superficialmente.

Questo accade anche nella società. Immaginiamo una società, o gruppo di persone, in cui gli elementi costituenti sono uniti da legami profondi, legami che li tengono uniti. Tali elementi, dunque, formano una sorta di “diamante”, resistente e robusto.. ed anche prezioso. Prendiamo in esempio, ora, una società i cui elementi non sono uniti da legami di senso. Essa, proprio come la mina di una matita, si sfalderà al primo contato con un problema.

 

La forza di un gruppo (o di una società) sta nella forza dei legami che la tengono in piedi: più forte è il legame più forte è la società. Sembra una stupidaggine ma è, in realtà, una grande verità: viviamo in un mondo di grafite, in cui la paura e la mancanza di fiducia creano legami fragili. Ognuno di noi è chiuso nel suo sè, nelle sue necessità, arrivando a perdere di vita l’altro… ma senza l’altro noi  non siamo nulla: l’uomo è un essere relazionale, e solo relazionandosi può essere pienamente sè stesso.

La paura reprime la nostra natura, rendendoci i peggiori nemici di noi stessi…
Occorre invertire la rotta: scoprire la bellezza della fiducia e della relazione per diventare esseri preziosi e forti, come un diamante…

 

Serendipità, le felici scoperte che facciamo per caso

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Pensate un pò a Cristoforo Colombo che, volendo scoprire una rotta alternativa per le Indie scopre l’america, o all’entomologo tedesco Wilhelm Kattwinkel che, inseguendo una farfalla, scopre la Gola di Olduvai o, ancora, a William Herschel, che scopre Urano mentre cercava delle comete… Cosa accomuna tutti questi uomini? Senza dubbio il fatto che hanno trovato qualcosa che non pensavano di trovare mentre cercavano qualcos’altro. C’è una parola che identifica questo: Serendipità.

 

Serendipità è un termine inventato da Horace Walpole nel XVIII secolo. Non so a voi, ma a me questa parola piace, e piace anche ciò che essa rappresenta: in fondo, la vita stessa è serendipità! Siamo costantemente alla ricerca di qualcosa eppure facciamo costantemente scoperte che ci lasciano di stucco. Se cercassimo qualcosa che già conosciamo non avremmo problemi a trovarla… la serendipità nasce proprio dal non conoscere ciò che si cerca! La vita è serendipità: ogni uomo cerca, consapevolmente o meno, la felicità. Ogni atto o azione o pensiero è mirato a raggiungere la felicità o, comunque, la serenità. Ma che sapore ha la felicità? Che colore ha la felicità? Ognuno se la immagina diversamente, secondo quelli che sono i propri metri di giudizio… ma… se non fosse quella la felicità? E se mentre siamo in cammino ci capitasse davanti agli occhi qualcosa che ignoriamo perchè considerata “inutile” che però, è ciò che cercavamo?

Questo è il grande mistero della vita. Tuttavia la Bellezza sta proprio in questo: lasciarsi stupire dalla serendipità, dal trovare qualcosa di inaspettato, lasciarsi sconvolgere i piani!

Ogni campo della vita è avvolto dal mantello nebuloso della Serendipità: pensate all’anima gemella. Ognuno cerca quella che, secondo i propri gusti, potrebbe essere l’anima gemella eppure, dopo un’estenuante ricerca, ci si accorge che la persona che cercavamo è accanto a noi, e che magari lo è stata sempre… senza che noi ce ne accorgessimo, o magari, a priori, la escludevamo…ma alla fine si è rivelata essere proprio lei quella che cercavamo…

La grandezza delle cose, delle cose belle, sta nella loro propensione alla serendipità…
I nostri più grandi problemi arrivano quando tappiamo le ali alla serendipità, come se Colombo avesse detto: “Ma chissene!” e fosse tornato indietro, fregandosene della terra scoperta. A volte occorre mettere da parte i propri piani, lasciarsi guidare dal corso naturale  delle cose… e magari chissà, la nostra America è proprio dietro l’angolo…

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#Riflessioni – Diritti!

Al giorno d’oggi si parla tanto di diritti, in merito alla questione delle cosiddette unioni civili e delle conseguenti adozioni del figlio di una delle due parti anche dall’altro membro della coppia. Tuttavia, come accade spesso in situazioni come questa, vengono tirati in ballo migliaia di altri concetti, al solo scopo di creare confusione! Uno di tali concetti è quello del cosiddetto “utero in affitto” dal quale scaturisce una riflessione molto importante da fare: esiste un DIRITTO ad avere un figlio, sia all’interno di coppia omosessuale che eterosessuale?

Nei salotti televisivi si sente molto questa frase… ma cos’è un diritto?

Il termine diritto (nella prima accezione di insieme e complesso di norme che regolano la vita dei membri della comunità di riferimento) è l’insieme di regole che sono in vigore in uno Stato in un determinato momento e che rispondono al bisogno dei cittadini di vivere in una società il più possibile ordinata e tranquilla; in questo caso si parla di diritto oggettivo. A volte, invece, il termine diritto assume un significato diverso, in quanto corrisponde al concetto di “potere, facoltà”; in questo caso si parla di diritto soggettivo. (Da Wikipedia)

E’ possibile equiparare il “diritto ad AVERE un lavoro”, il “diritto ad AVERE una casa, con il “diritto di AVERE un figlio”? Ma un figlio è qualcosa che si può AVERE?

Ma la cosa ancora non è chiara…. leggo, dunque, la treccani:

diritto In senso oggettivo, il complesso di norme giuridiche, che comandano o vietano determinati comportamenti ai soggetti che ne sono destinatari, in senso soggettivo, la facoltà o pretesa, tutelata dalla legge, di un determinato comportamento attivo od omissivo da parte di altri, o la scienza che studia tali norme e facoltà, nel loro insieme e nei loro particolari raggruppamenti.

complesso di norme che COMANDANO o VIETANO determinati comportamenti. Ecco, forse ci siamo: parlare di “diritto ad avere un figlio” significa dire che tale comportamento, ossia quello di avere un figlio, è un comportamento “comandato”, ossia che rientra nelle facoltà del singolo. Tutto ciò mi lascia un pò confuso…

Avere un figlio non è una facoltà del singolo, non è un qualcosa che il “cittadino” ( o l’uomo) può fare da sè: un figlio, ossia LA VITA, perchè è questo ciò di cui si sta parlando: vita, non nasce da una facoltà, da una capacità personale. Esiste il diritto ad avere un lavoro poichè è facoltà del soggetto esercitare la propria opera a favore della società, esiste il diritto ad avere una casa, poichè è facoltà del soggetto proteggere sè e la propria famiglia ed avere un luogo “sicuro” in cui vivere. Ma la vita non è un qualcosa che dipende da noi soli!

Un figlio, sebbene oggi si possa pensare il contrario, non nasce dalla nostra volontà d’averlo bensì da una misteriosa catena di eventi, di natura biologica e/o divina (a seconda di come la pensiate). Un figlio non è una “facoltà del singolo” bensì un dono, un meraviglioso dono… per questo occorrerebbe parlare di DIRITTO A DESIDERARE UN FIGLIO! Questo sarebbe corretto, a parer mio: ognuno ha il sacrosanto diritto di DESIDERARE un figlio, ma la concretizzazione di questo sogno nasce da altri fattori, esterni alla propria volontà. Un figlio è una PERSONA da ACCOGLIERE non un DIRITTO da reclamare! Ed a ciò potremmo collegare altri temi come il DIRITTO ALLA MORTE, la cosiddetta eutanasia.

Vita e morte, ecco ciò a cui tutto ruota attorno! Non volendo sottometterci al valore immenso e misterioso della vita e della  morte, le abbiamo fatte diventare DIRITTI ossia qualcosa di dovuto: è l’atteggiamento tipico dei bambini che, non trovando spiegazioni logiche, inventano le loro proprie realtà…oppure come la volpe che, non arrivando all’uva, dice che è acerba! Vita e morte non potranno mai essere comprese, nè tantomeno controllate ERGO: è necessario renderle sottomesse ai nostri bisogni, piegarle alle nostre logiche.

Il diritto a sposarsi, ad avere un figlio, a realizzarsi nella vita, a morire “bene” rientrano tutti nella sfera dei DESIDERI, i sacrosanti desideri!

Ognuno, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, ha il sacrosanto DIRITTO A DESIDERARE i figli… ma questo diritto a desiderare non deve trascendere i modi e le dinamiche  della natura…. ma questo ci porta ad un altro tema: fino a che punto è lecito spingersi nel “desiderare” un qualcosa?

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Creare una nuova vita non è un diritto dell’uomo,  ma un dono di Dio…

#LeMieParole – Vita

Eccoci arrivati alla fine,perlomeno per ora. Oggi sono 21. Negli ultimi anni non ho mai apprezzato i compleanni: detesto la gente ipocrita che ti ignora quotidianamente ma che si ricorda solo di farti gli auguri.

Tuttavia qualcosa in me è cambiato, il modo di pensare, nello specifico. Il compleanno non deve essere un’occasione per ricevere auguri o regali (che sono comunque ben accetti!) bensì un’occasione per riflettere sul dono della vita. Già: non ci sarebbe compleanno senza vita; non ci sarebbe il desiderio di amare, la creatività, il perseguire un sogno, l’amicizia, le emozioni, la poesia senza la vita; e non ci sarebbe vita senza mamma.

Parlo troppo poco di mia madre e questo a lei da fastidio. Eppure dovrebbe sapere che sono proprio le cose più preziose quelle che vengono protette di più!

Dicono che dovrei chiamarla concetto antropologico… no, grazie! Preferisco chiamarla mamma! Un concetto antropologico non sente i tuoi sussulti ancora prima di un’ecografia, non divide il suo cibo con te quando ancora non hai nemmeno una bocca, non si emoziona guardando una testolina rosa uscire dal suo corpo, non piange a seguito di piccoli scherzi (o doni) che la vita ti fa, non prova emozioni quando viene pronunciata la prima parola, non si arrabbia quando fai di testa tua… finendo per sbattere contro un muro; un concetto antropologico non prova emozioni così forti come le prova una mamma. Diciamola questa parola: Mamma!

Amo la vita e sono sicuro che sia dono di Dio. Tuttavia come la benzina ha bisogno di un motore per avere senso, così questo grande dono di Dio ha bisogno di una MAMMA e di un PAPA’ per assumere significato! Siamo nel secolo in cui ognuno trova da se le sue soluzioni…ciò non sostituisce il senso delle cose vere: non c’è vita senza mamma! IO non avrei vita senza la mia mamma e senza il mio papà.

Un papà è chi trasmette la passione, la voglia, il sentimento; ma chi da il via è la mamma, con i suoi violenti gemiti in sala parto.

Un concetto antropologico non prova emozione nel sapere di avere dentro di se un’altra vita, non prova emozione nel sapere che fra le sue braccia c’è il frutto di un amore divino, infinito!

Dunque, è questa la vita: un amore che prende forma, giorno dopo giorno; L’energia non viene mai distrutta… così l’amore: assume sempre forme diverse, e queste forme sono VITA! Dove c’è amore c’è vita e dove c’è vita c’è Dio.

 

Grazie a Dio,
Grazie a Papà,

Grazie alla mia mamma!

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#LeMieParole – Amore

Forse sarò scontato ma, una delle parole della mia vita è AMORE.
La mia vita è, in un certo senso, sempre stata una ricerca d’amore. Questo non significa che non ci sia nessuno che mi ami… eppure, fin da piccolo, percepisco un vuoto nel mio cuore, come se mancasse una parte di me. Pensare a ciò mi fa venire in mente il mito dell’androgino raccontato da Platone o alla vicenda della creazione  di Eva a partire dalla costola di Adamo. In fondo, ognuno di noi è incompleto. Dopo 20 anni posso affermare che l’amore è questo: completamento di sè.

La vita va avanti grazie agli opposti, e questo già lo diceva  Eraclito. Non esiste nulla senza opposto: non c’è luce senza ombra, vita senza morte… non c’è uomo senza donna. Io non sarò mai completamente uomo finchè non troverò una donna che completi il mio essere.

Ciò, però, non esclude che io abbia sperimentato altri tipi di amore.
I greci distinguevano il sentimento amoroso in diverse tipologie: Eros, l’amore fisico e carnale, Philos, l’amore fraterno, Agape, l’amore perfetto e disinteressato.

Philos è quel legame che ti lega ad altre persone, persone che condividono con te qualcosa, che ti completano, in un certo senso… Philos è l’amicizia profonda, quella più difficile da raggiungere. Philos ci lega indissolubilmente a qualcuno, sia esso un compagno di vita o semplicemente un buon amico o la persona da cui si è imparato a fidarsi. Per qualcuno al di fuori del rapporto di philos, potrebbe assomigliare un po’ all’eros, quando un uomo e una donna hanno un rapporto così stretto, ma fino a quando l’ amicizia è solo conoscenza e non si superano i propri confini, il philos può continuare a legare platonicamente come veri fratello e sorella per molto più a lungo di quanto gli altri si possano aspettare. Ho sperimentato Philos poche volte nella vita; alcune volte, invece, Philos è degenerato in altro, producendo molti danni, danni irrimediabili… tuttavia, per quanto portatrice di sofferenze, questa è una condizione necessaria:

“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”

Capita di soffrire quando ci si lascia addomesticare….

Poi ho sperimentato agape, anzi… lo sperimento ogni giorno, negli ultimi mesi molto di più rispetto al passato: l’ Agape è l’unico amore veramente perfetto e incondizionato, non può essere realizzato da persone l’ uno per l’ altra, siccome le persone sempre pongono dei limiti sull’ amore in qualche modo. La perfezione trovata in Dio nella creazione, resta quindi in ogni quadro, come l’esempio a cui l’umanità dovrebbe aspirare. Cercando di raggiungere un tale rapporto con un altro dà alla persona un livello molto più forte di eros e philos degli altri esseri umani. L’Agape è un Amore senza limiti, che sconvolge le viscere…

Queste tre forme di amore coesistono e l’uomo è incompleto e sofferente se non gode di tutte e tre. Ritengo che la ricerca dell’Amore sia il fondamento di ogni vita e la vita non è vita senza ricerca.

Mi auguro, dunque, di poter proseguire questa ricerca, mettendo da parte l’insoddisfazione di non aver trovato, finora, l’appagamento di questa  mia sete d’amore Eros.

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#BellezzaOvunque – Tutto ciò che avremmo potuto essere io e te…

downloadTutti, o quasi, conoscono “Braccialetti Rossi“, principalmente grazie alla serie TV. In pochi sanno che “Braccialetti Rossi“, prima di essere una serie TV, è una serie di libri scritti dallo scrittore spagnolo Albert Espinosa. Espinosa è uno scrittore brillante, che concilia semplicità di parole con profondità di contenuti. Un esempio di questo “mix” è dato da “Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te“.

A prima vista, un titolo simile potrebbe essere associato ad una trama “smielata“: la solita storia d’amore non corrisposta fra due persone. Eppure non è così: mai giudicare un libro dalla copertina.

Marcos è un ragazzo che possiede il dono di riuscire a leggere i pensieri, le emozioni e i ricordi delle persone  guardandole semplicemente negli occhi, e sfrutta questo talento lavorando per la polizia, che lo chiama per risolvere i casi più complessi.

L’esistenza di Marcos sta, però, per essere sconvolta: un giorno riceve la notizia della morte di sua madre, a cui era molto legato. Marcos, preso dallo shock, decide di acquistare un costoso farmaco che, una volta somministrato, consente di restare sveglio per sempre: dal momento in cui la madre è morta, infatti, non riesce più a dormire, a causa di orribili incubi.

Poco prima di utilizzare il farmaco riceve però la telefonata dal capo della polizia, il quale gli chiede di recarsi presso la loro stazione per cercare di leggere la mente di un extraterrestre appena catturato, il cui aspetto è quello di un semplice adolescente.

Nonostante gli sforzi, Marcos non riesce a captare i pensieri dell’extraterrestre, soprannominato “lo straniero“, il quale, tuttavia, riesce a entrare nella mente di Marcos.

All’improvviso “lo straniero” avanza due richieste a Marcos: per prima cosa deve aiutarlo a fuggire dalla polizia, che lo sta seviziando da giorni per estorcergli ogni tipo di informazione; l’altra richiesta è che Marcos deve recarsi in giornata in un determinato teatro per incontrare una ragazza di cui si era invaghito, ma con cui non aveva mai scambiato una sola parola. Marcos non capisce il senso della seconda richiesta, ma decide di aiutare l’alieno.

Così, mentre il capo della polizia facilita l’evasione dello “straniero”, Marcos si reca a teatro dove riesce a fare la conoscenza della ragazza. Mentre i due prendono un caffè, il capo della polizia avvisa telefonicamente Marcos che “lo straniero” lo aspetta nella città di Salamanca. Marcos parte immediatamente per la nuova destinazione insieme alla ragazza appena conosciuta.

Giunti a Salamanca incontrano “lo straniero”, che acconsente di raccontare loro tutta la scioccante verità: ogni essere umano ha a disposizione sei vite, da trascorrere su sei pianeti differenti. La Terra ospita coloro che stanno vivendo la seconda esistenza, mentre “lo straniero” proviene dal terzo pianeta. Arrivati sul quarto pianeta si riceve il dono di leggere nella mente altrui, dono che per errore della natura Marcos ha ricevuto in anticipo. Sul quinto pianeta invece viene concesso di avere memoria delle quattro vite precedenti e di quella successiva. Cosa ci sia dopo la sesta vita, nessuno lo sa.

“Lo straniero”, che sempre per errore ha ricevuto in anticipo il dono della conoscenza di tutte e sei le vite concesse agli umani, è tornato sulla Terra per rivedere un’ultima volta l’amata moglie, da cui era stato separato in giovane età a causa di un grave incidente. Purtroppo è arrivato in ritardo: la donna, oramai vecchissima, è morta da poche ore. Ai tre non resta quindi che andare a visitare la salma della donna, che viveva proprio a Salamanca. Giunti nella casa della defunta, “lo straniero” consegna a Marcos un foglietto in cui è scritto il motivo per cui ha voluto che incontrasse la ragazza a teatro. Dopodiché, si sdraia accanto al corpo della moglie e spira.

Marcos e la ragazza vanno a riposare in un albergo vicino e decidono di leggere cosa c’è scritto sul biglietto, scoprendo così…

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Tutto ciò che avremmo potuto essere…” è un libro stupendo. Non è la classica storia d’amore infantile e scontata. Questo libro parla d’amore, ma di un amore “puro”, un amore “maturo”.

L’amore è, certamente, il tema principale a cui, però, si legano altri temi: il lutto, l’essenza della vita, il destino, il rapporto genitori/figli…

Tutto nasce da un dolore ma il dolore non può essere la mèta. La mèta di tutto è l’amore.

Quindi, per riassumere: dov’è la Bellezza in questo libro? La Bellezza sta nel riuscire a percepire il legame profondo che ci lega con chi abbiamo attorno. Molte volte diamo per scontati i rapporti che viviamo. Poi, però, la vita ci mette davanti alla cruda verità: la morte o l’allontanamento. E così ci ritroviamo in uno stato di profonda depressione, di morte interiore. Ma la vita va oltre tutto ciò! Siamo nati per essere eterni e l’eternità altro non è che il momento in cui “TU VIVI”, in cui ami, in cui ti rendi conto di chi hai accanto e del legame misterioso che ti lega. La morte non avrà mai l’ultima parola, poichè alla fine di tutto c’è l’amore. Questo è un libro che parla di Bellezza, che parla dell’Eternità.

Vi consiglio sinceramente di leggerlo. Forse rimarrete un pò “delusi” dalla storia, e dall’epilogo… non vi stupite se non riuscirete a capire tutto subito…

Ma vi assicuro che, a tempo debito, ogni parola andrà al suo posto.

#BellezzaOvunque- Siamo nati e non moriremo mai più…

Siamo nati e non moriremo mai più (Chiara Corbella)

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Fate attenzione alla grandezza di queste sette parole:

Siamo – nati –  e  – non – moriremo – mai -più.

“Non moriremo mai più” lascia intendere che prima eravamo morti. Perché? Semplice: perché se non c’è vita c’è morte. Un’affermazione così biologicamente scontata ha,invece, un grande valore spirituale:

Ogni volta che subiamo un insuccesso, una delusione, una perdita ecc… ci sembra di MORIRE (si dice,no? “sono triste da morire” e simili) e si tratta, forse, non solo di un’impressione ma di un vero e proprio stato dell’anima. Morte  non è solo quella del fisico.

La morte dell’anima arriva quando non c’è più vita… e cos’è la vita? cosa significa essere vivi? VIVERE significa far propria la Bellezza che è in noi ed attorno a noi, vivere significa rendersi conto della Bellezza infinita del mondo e  delle persone che lo abitano, con tutti i loro difetti.

TU sei nato, sei entrato a far parte di questo spettacolo meraviglioso che è la Vita, e proprio in virtù di questa nascita la morte non ha più significato.

Siamo nati e non moriremo mi più. Basta che tu abbia coscienza della Bellezza per non morire, per non sottomettere la tua mente alle logiche della tristezza e della sofferenza. La vita può presentare delle difficoltà, la nulla vale la grandezza della vita stessa; nessun dolore è così grande da privarti della visione di questo immenso spettacolo!

Scrisse Walt Whitman:

Oh me, oh vita !
Domande come queste mi perseguitano,
infiniti cortei d’infedeli,
città gremite di stolti,
che vi è di nuovo in tutto questo,

oh me, oh vita !

 

Risposta

Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso.

Per questo siamo nati: per contribuire al grande spettacolo con un nostro verso. Per questo siamo nati e non moriremo mai più.

Ho cercato informazioni su Whitman su internet e molti siti riportano questo paragrafetto. Lo ripropongo, non sapendo esattamente da dove provenga:

Un uomo si guarda intorno
e non vede che stupidità e atteggiamenti volgari sul volto della gente.

Tutto quello che ha di più caro è ignorato nella mischia assurda,
che lo circonda.
Si sente un ospite non invitato, un passeggero clandestino.

“Se questa è la vita – pensa – che senso ha viverla,
è solo uno spreco,
nulla di buono o di nuovo,
meglio sarebbe andare via su un’isola lontana,
farla finita. “

E la poesia gli risponde :

“No ! La vita ha un senso perché tu sei qui
ed è la tua esistenza a contribuire al suo spettacolo.”

Siamo nati, siamo entrati a far parte dell’eternità, ed è proprio in virtù di questo che non moriremo! Il nostro corpo smetterà di lavorare, diverremo cenere… certo, questo si! Ma non moriremo! Non moriremo perche siamo nati, perchè abbiamo ricevuto in dono la Bellezza della vita… e la Bellezza non avrà mai fine!